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Livorno nonstop

Reg.Tribunale Livorno n. 451 del 6/3/1987

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Editrice il Quadrifoglio s.a.s.

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Mensile di Attualità-Arte e Spettacolo rigorosamente Livornese

1952: La mia prima volta allo stadio

Le emozioni, le bandiere, i megafoni e il coinvolgente Inno amaranto nei ricordi di un ragazzo di 8 anni

L’amore per il calcio scoppiò in me con i meravigliosi sprazzi che la “Settimana Incom” proiettava nei cinematografi durante l’intervallo della programmazione dei film e si consolidò con le cronache del mitico Nicolò Carosio, che la domenica trasmetteva in radio una partita di calcio di serie A.
Era stupendo immaginare le gesta dei campioni che Carosio descriveva. Skoglund, Nyers, Green, Nordhal, Liedholm, John Hansen, Jeppson. Erano i campioni dei primi anni cinquanta e di loro ritagliavo le foto dai giornali, poi organizzavo le partite con una pallina di carta,  appena mia madre sparecchiava il tavolo di cucina.
Quel gioco, l’avete capito, era l’avanguardia del subbuteo, ma non sapevo di dover depositare i diritti.
Tornando al calcio giocato, ricordo perfettamente la mia prima partita “dal vivo” e le emozioni che mi regalò.
Correva l’anno 1952 (non avevo ancora 8 anni) e il giorno di Santa Giulia era in programma allo stadio di Ardenza la partita di campionato nazionale di calcio, serie B, Livorno-Catania. Mi accompagnò allo stadio mio cognato Renato, per tutti Attilio. La vista dello stadio, all’esterno, mi mozzò il fiato. Chissà perché non pensavo che Livorno  potesse avere uno stadio così bello, così imponente, poi la torre di Maratona, che qualcuno ha voluto sciaguratamente abbattere, così slanciata e perfetta, mi fece strabuzzare gli occhi. Ma le emozioni erano solo all’inizio. Quando entrai, ammirai la maestosa tribuna coperta, la cornice dei gradoni in forma ellittica, la bella pista d’atletica, il campo verde con i limiti ben delineati con il gesso. Che spettacolo!
E ancora quella torre di Maratona, all’interno ancor più bella, con  i due terrazzi, uno grande e uno piccolo, e la torretta coperta, protetta da una vetrata, con la bandiera dell’Unione Sportiva che garriva al vento, tutti elementi che mi facevano sentire le farfalle nello stomaco.
I megafoni, sotto il terrazzo più piccolo della torre di Maratona e in tribuna coperta, insieme ai cartelloni della pubblicità, tutt’intorno, erano in armonia con la importante architettura.

Che dire dell’ingresso in campo dei giocatori con le divise colorate, tra gli applausi della folla, preceduti dall’arbitro e guardialinee in nero vestiti, e dell’inno amaranto di Campi e Montanari “Baldi e fieri venite o compagni”? Mentre i capitani delle due squadre, alla presenza dei signori in nero, sceglievano il campo, i giocatori si riscaldavano con scatti fulminei, palleggi, passaggi, tiri in porta. Che meraviglia! E la partita doveva ancora cominciare!
Il Livorno era messo male in classifica, stava nei fondacci e rischiava la retrocessione, però la vittoria della domenica precedente con il Pisa per 2 a 0, sotto la torre pendente,  alimentava ancora qualche speranza. Bisognava battere il Catania, assolutamente. Il Livorno schierava il mitico Gino Merlo, in porta, poi Simonti, Salvador, Ivaldi, Aliverti, Moretti, Catalano, Petersen, Cardoni, Balestra, Bacci.  Allenatore Crawford. Il Catania schierava: Soldan, Baccarini, Bravetti, Gavazzi, Bearzot, Rebuzzi, Bartolini, Klein, Dalcerri, Randon, Toncelli. Quel Bearzot, Enzo Bearzot, che aveva debuttato in serie A  proprio contro il Livorno nel novembre‘48, avrebbe dato tante soddisfazioni al calcio italiano, ma nessuno quel giorno lo poteva sapere, e del portiere Soldan si diceva un gran bene; con la maglia rigidamente nera, secondo l’usanza, sembrava un ciclope per la stazza fisica.

L’amore per il calcio scoppiò in me con i meravigliosi sprazzi che la “Settimana Incom” proiettava nei cinematografi durante l’intervallo della programmazione dei film e si consolidò con le cronache del mitico Nicolò Carosio, che la domenica trasmetteva in radio una partita di calcio di serie A.
Era stupendo immaginare le gesta dei campioni che Carosio descriveva. Skoglund, Nyers, Green, Nordhal, Liedholm, John Hansen, Jeppson. Erano i campioni dei primi anni cinquanta e di loro ritagliavo le foto dai giornali, poi organizzavo le partite con una pallina di carta,  appena mia madre sparecchiava il tavolo di cucina.
Quel gioco, l’avete capito, era l’avanguardia del subbuteo, ma non sapevo di dover depositare i diritti.
Tornando al calcio giocato, ricordo perfettamente la mia prima partita “dal vivo” e le emozioni che mi regalò.
Correva l’anno 1952 (non avevo ancora 8 anni) e il giorno di Santa Giulia era in programma allo stadio di Ardenza la partita di campionato nazionale di calcio, serie B, Livorno-Catania. Mi accompagnò allo stadio mio cognato Renato, per tutti Attilio. La vista dello stadio, all’esterno, mi mozzò il fiato. Chissà perché non pensavo che Livorno  potesse avere uno stadio così bello, così imponente, poi la torre di Maratona, che qualcuno ha voluto sciaguratamente abbattere, così slanciata e perfetta, mi fece strabuzzare gli occhi. Ma le emozioni erano solo all’inizio. Quando entrai, ammirai la maestosa tribuna coperta, la cornice dei gradoni in forma ellittica, la bella pista d’atletica, il campo verde con i limiti ben delineati con il gesso. Che spettacolo!
E ancora quella torre di Maratona, all’interno ancor più bella, con  i due terrazzi, uno grande e uno piccolo, e la torretta coperta, protetta da una vetrata, con la bandiera dell’Unione Sportiva che garriva al vento, tutti elementi che mi facevano sentire le farfalle nello stomaco.
I megafoni, sotto il terrazzo più piccolo della torre di Maratona e in tribuna coperta, insieme ai cartelloni della pubblicità, tutt’intorno, erano in armonia con la importante architettura.

“Quando si butta la palla in rete  ci si alza e si dice gooo!” mi disse Attilio.
“Lo so” risposi con garbo, appena un po’ stizzito, perché a quei tempi agli adulti ci si rivolgeva sempre con  rispetto, senza eccezioni. Però un pochino stizzito sì, per Dio, avevo una esperienza di ore e ore con Carosio, figuriamoci se non lo sapevo. Quell’urlo della folla, in radio, era musica per le mie orecchie, molto più bella delle sinfonie di  Mozart o Beethowen! Vuoi mettere l’urlo della folla di S. Siro con la nona sinfonia di Ludwig o anche con la sinfonia n° 40 di Wolfgang Amadeus?
Le nostre azioni di attacco erano accompagnate dai cori della folla, poi arrivò il goal del nostro centravanti Cardoni,  ma il boato di gioia rimase strozzato in gola perché l’arbitro Perego, di Milano, lo annullò per fuori gioco. Non solo, non ci assegnò nemmeno due rigori per due netti falli di mano  in area di rigore. La moviola, il VAR non c’erano ancora, in compenso le mamme degli arbitri erano costantemente evocate.
Il Livorno attaccava, ma Soldan, in porta,  dimostrava che tutto quello che si diceva di bene nei suoi confronti era meritato.  Il primo tempo finì 0 a 0 ma si nutriva fiducia perché la squadra “girava” e prima o poi il goal doveva venire. Nell’intervallo i tifosi volevano conoscere i risultati parziali del Venezia,  Monza e  Marzotto che con noi condividevano il fondo della classifica. La settimana successiva avremmo incontrato in casa la capolista Roma per cui dovevamo assolutamente battere il Catania. La Roma annoverava giocatori come Treré (nostra conoscenza), Eliani, Venturi, Galli, Bettini, Perissinotto, come potevi vincere! (E invece si vinse 1 a 0 con rete di Catalano, ecco perché il calcio è il gioco più bello del mondo).

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la folla all’ingresso in campo dei giocatori amaranto,  nel secondo tempo, spiegava tutta la disperazione che avevamo dentro. Purtroppo all’82° un certo Klein buggerò, in contropiede, il nostro Merlo, che conscio della tragedia che si era abbattuta sulla squadra per la sconfitta che ormai si profilava, si portò le mani al volto. “E’ nova, piange!” disse un tifoso, scarso crinito, che mi sedeva accanto.
Fu quella l’ultima partita di
     Merlo nel Livorno, perché  fu squalificato per somma di ammonizioni, così con la Roma giocò in porta Chellini e a Verona, dove perdemmo 3 a 0,  Nascenzi. Non giocò nemmeno con la Reggiana e il Brescia.
Uscii dallo stadio veramente dispiaciuto, ma capii che avrei passato tante domeniche della mia vita allo stadio a godermi il calcio, il gioco più bello del mondo. Quello era il mio programma. Ripeto, non avevo ancora compiuto otto anni e a me interessava solo il foot-ball.
A casa, i miei familiari non si resero conto della tragedia che aveva colpito la città con la retrocessione ormai quasi certa; di rimando, a me, sinceramente, non interessava per niente che le spoglie di Mascagni (scusa grande Pietro, ma ero ancora fanciullo) fossero tornate a Livorno o che fosse morta Maria Montessori,  che mio fratello diceva essere stata una grande pedagogista. Ma per piacere! Ma chi erano Mascagni e la Montessori? Si potevano paragonare a Gino Merlo, il mitico portiere del Livorno?

Per me non c’era scozzo! Il calcio era assai più importante della musica e di quella cosa lì… come si chiamava?… pedagogia.
Il Livorno rimase in serie C due anni, sempre davanti al Pisa, poi nel campionato 1954/55, con allenatore Magnozzi, terminò il campionato in prima posizione insieme al Bari e ritornò in serie B, rimanendoci un solo anno.  
La formazione titolare nel campionato vinto fu: Dreossi, Simonti, Lessi (Stocco), Cappa, Palma, Cassin, Bodini, Bimbi (M. Taccola),  R. Taccola (Balleri), Bernardis, Bronzoni. Quell’anno, Armandino Picchi giocò una partita, come centravanti; debuttò in prima squadra a Lecce dove perdemmo 4 a 1, alla terz’ultima di campionato, quando ormai i giochi per la promozione erano fatti.
La meravigliosa torre di Maratona, un giorno, avrebbe visto la bandiera a mezz’asta proprio per lui.
Ma di Armandino ci occuperemo un’altra volta.

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