I 90 anni dell’Ospedale

La recente visita del presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, appassionato di storia, che non nasconde la sua  meraviglia per l’imponenza dell’Ospedale di Livorno, si apre con un siparietto, con il sindaco Luca Salvetti

Di Marcello Faralli

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La recente visita del presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, appassionato di storia, che non nasconde la sua  meraviglia per l’imponenza dell’Ospedale di Livorno, si apre con un siparietto, con il sindaco Luca Salvetti, su Ciano: “Luca, faresti un’operazione culturalmente interessante” - dice il primo - a restaurare il Mausoleo”. Il secondo, con malcelato imbarazzo, replica: “Per i livornesi mi sa di no”.

Resta l’interesse di Giani a approfondire la storia del nosocomio livornese, che così si racconta.

Sul finire degli anni venti del XX secolo, a partire dal 1929, per volontà del presidente dall’amministrazione ospedaliera, Giuseppe Costa  - il cui figlio Vincenzo è stato direttore provinciale dell’INAIL - fu decisa la costruzione del nuovo nosocomio che prese il nome di “Spedali Riuniti”. In verità la medesima denominazione era già stata adottata con l’unione dell’ospedale Sant’Antonio, ampliato con l’acquisizione di parte del “bagno dei forzati”, a quello della Misericordia.

Nel clima di propaganda fascista, dell’epoca, il merito di questa imponente opera fu attribuito al gerarca fascista Costanzo Ciano, a cui fu intitolato l’Ospedale.

Il progetto fu affidato a Ghino Venturi, architetto di scuola romana, all’epoca molto attivo a Livorno, dove realizzò anche un gran numero di fabbricati nei nuovi quartieri popolari della città.

L’opera, compiuta in soli due anni  - un miracolo ai tempi nostri! - fu solennemente inaugurata nel 1931, dal re Vittorio Emanuele III e dalla regina Elena.

Dal punto di vista architettonico l’impianto del nosocomio livornese non risulta particolarmente innovativo, ma ripiega stancamente su elementi della tradizione.

L’ospedale è costituito da diversi padiglioni, collegati tra loro da corridoi coperti, e disposti simmetricamente intorno ad una corte centrale, dove si trova la cappella.

L’enorme complesso è formato da un corpo principale, il palazzo dell’Amministrazione, un enorme monoblocco di matrice neoclassica, raccordato con la strada antistante con due ali curvilinee che rimandano all’architettura barocca di Piazza San Pietro a Roma, e da numerosi padiglioni. In questi, rialzati nel dopoguerra, l’apparato ornamentale è ridotto all’essenziale, mentre decisamente neoclassico appare l’ingresso al “Pronto Soccorso”, posto all’angolo nord del lotto che affaccia sul viale Alfieri, costruito a forma di tempio circolare sovrastato da una cupola.

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All’interno del complesso è ubicata la cappella centrale, a tre navate, caratterizzata da un alto timpano e da strette finestre a feritoia, che saranno poi riprese da Venturi nel progetto per la chiesa presso la Colonia Regina Elena del Calabrone. Le vetrate policrome sono opera di Athos Rogero Natali.

Sul retro della stessa si erge una sorta di campanile, alto oltre 40 metri: in realtà si tratta di una massiccia torre-serbatoio, sormontata da un orologio e da una struttura in  ferro battuto che ricorda i coronamenti dei campanili barocchi di Roma.

La realizzazione dell’opera costò trentadue milioni di lire, una cifra enorme per quei tempi, che testimonia, oltre alla grandiosità della stessa, la determinazione nel volerla portare compimento in tempi ristrettissimi.

L’ospedale venne costruito senza il contributo di fondi pubblici, attraverso gli introiti economici delle rette e dei servizi ospedalieri quali la farmacia, la radiologia, il laboratorio di analisi e la casa della salute per ammalati paganti: le innovazioni organizzative consentirono di accendere un mutuo di quindici milioni di lire presso l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale.

La struttura ospedaliera divenne subito centro di una sofisticata assistenza, cui si aggiunse un’attività di ricerca medica di primo livello, proseguita negli anni del dopoguerra. E la ricerca, non medica, continua ai giorni nostri, all’approvazione di un progetto di nuovo ospedale che superi il vecchio, ormai novantenne.   

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