A Livorno parlano anche i muri…

Quando sei piccino ti dicono che sui muri non si scrive, è incivile, non si fa. Né su quelli interni, né (tantomeno) su quelli esterni. Io, che son sempre stata una brava bimba, ho puntualmente osservato alla lettera il diktat imposto dal babbo e dalla mamma e nemmeno attraversando la fase scolastica ho osato abbandonarmi al più innocente scemochilegge.

Di Antonella Landi

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Quando sei piccino ti dicono che sui muri non si scrive, è incivile, non si fa. Né su quelli interni, né (tantomeno) su quelli esterni. Io, che son sempre stata una brava bimba, ho puntualmente osservato alla lettera il diktat imposto dal babbo e dalla mamma e nemmeno attraversando la fase scolastica ho osato abbandonarmi al più innocente scemochilegge.

Eppure i disegni e le scritte sui muri hanno sempre attirato la mia attenzione: adolescente, andavo a Firenze in treno dal paesello in cui sono nata e, entrando in stazione, notavo i vagoni sui quali (mi figuravo) qualcuno di notte, di nascosto, incappucciato e protetto dalle tenebre, aveva lasciato la sua firma a colori e ghirigori. Chi poteva nascondersi dietro quelle sigle? Qual era il motivo che spingeva i loro autori a seminarle per la città? Che cosa ci volevano dire? “Che sono ignoranti e maleducati!” chiosava il babbo, e io zitta, davanti a tanto paterno sdegno.

Una volta cresciuta, a Firenze mi ci sono proprio trasferita e ho cominciato a godermi le scritte sui muri in santa pace, senza che mio padre tentasse di castrare la mia innocente passione. All’osservazione pratica aggiungevo l’informazione teorica: scoprivo così che era l’estate del 1971 quando un certo Taki 183 lasciò la prima tag, la prima firma, sui muri di New York e che quel gesto è universalmente riconosciuto come l’incipit di un fenomeno che, con ritmo e quantità esponenzialmente crescenti, sarebbe ben presto dilagato in tutto il mondo. Come un cane marca il proprio territorio, egli disseminò la sua presenza scritta su tutta la città, mentre gli emuli iniziavano ad andargli dietro. Erano nati i writers.

A voler risalire alla preistoria di quest’abitudine illegale, tuttavia, bisogna andare molto più indietro nel tempo, sessantaquattromila anni fa per la precisione: fu allora che nelle grotte spagnole di La Pasiega comparvero le prime opere d’arte rupestre. Chissà se anche allora il significato di quel gesto artistico era lo stesso: di certo i writers moderni e contemporanei operano per denunciare, ma anche per mostrarsi, per emergere, per farsi ascoltare e notare. Nel tempo, anche i luoghi di espressione sono cambiati e spesso vengono scelte ubicazioni difficilmente e pericolosamente raggiungibili, perché anche questo fa parte del messaggio: osare laddove nessuno osa.

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Quando scrivere non bastò più, si passò a tracciare vere e proprie immagini che potevano essere considerate autentiche opere d’arte: il semplice writer doveva cedere una porzione del suo muro allo street artist. In questo passaggio fondamentale apparvero i primi nomi oggi oltremodo noti, Jean Michel Basquiat e Keith Haring, capaci di differenziarsi dalla massa grazie all’originalità dei loro graffiti e artefici dell’ufficializzazione di un nuovo genere artistico, la street art moderna, che intendeva (e intende) rivestire una funzione sociale, detonando pacificamente in tutto il mondo. L’Europa, da parte sua, generò il francese Blek le rat, famoso per la tecnica degli stencil, mascherine ritagliate che raffigurano soggetti personalizzati e che permettono, grazie a una bomboletta spray, di replicare rapidamente immagini sui muri.

Passeggiando per Firenze ritrovavo tutto questo, e mi sembrava che i disegni e le scritte fossero tantissime. Criptiche, esplicite, poetiche, impegnate: com’era creativa, la mia città! Ma non avevo visto ancora niente. Non avevo ancora visto… Livorno.

Iniziai a bazzicare la città labronica venendoci specialmente in un giorno del fine settimana, o il sabato o la domenica, una toccata e fuga (con pranzo di pesce incluso) che però me ne lasciava addosso un gran desiderio incapace di sopirsi. In quelle rapide escursioni, consumate per lo più nelle stesse strade conosciute, notavo un’abbondanza di scritte. Ma ancora non capivo, non potevo capire, non potevo percepire l’entità di un fenomeno che mi è stato chiaro solo quando (finalmente) a Livorno mi ci sono definitivamente trasferita. Solo allora mi s’è spalancato davanti un universo insospettato, solo allora ho scoperto che a Livorno, addirittura, c’è un’associazione culturale (“Uovo alla Pop”) che mette in piedi veri e propri tour per portarti a caccia di scritte e disegni sui muri cittadini.

Ho così preso l’abitudine quotidiana di perlustrare ogni mattina una zona differente di questa città, con l’unico scopo di scovare sui muri roba nuova. L’organizzazione è capillare: mi muovo in bicicletta per poter penetrare anche nei pertugi più angusti e (poiché nel nome dell’indagine si è disposti a tutto) spararmi alla zitta anche qualche controsenso; addosso non ho altro che un’arma: il mio cellulare, di cui mi servo per immortalare le mie prede e postarle poi su instagram con l’hashtag livornosuimuri oppure, come in questo caso, condividerle (benché gelosamente) con voi. Poiché alle immagini questo mensile ha già dedicato un servizio, vorrei concentrarmi sulle scritte.

Fin troppo ovvio rilevare come il soggetto più gettonato sia la città che ha la sfortuna di confinare con Livorno: Pisa è per lo più “merda”, talora “stramerda”, talaltra è così merda che “mi fa caà”, ma sovente è anche “colera”. Il pisano è “vegano”, però dal 2020 è diventato anche “coronavirus”.

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Quando scrivere non bastò più, si passò a tracciare vere e proprie immagini che potevano essere considerate autentiche opere d’arte: il semplice writer doveva cedere una porzione del suo muro allo street artist. In questo passaggio fondamentale apparvero i primi nomi oggi oltremodo noti, Jean Michel Basquiat e Keith Haring, capaci di differenziarsi dalla massa grazie all’originalità dei loro graffiti e artefici dell’ufficializzazione di un nuovo genere artistico, la street art moderna, che intendeva (e intende) rivestire una funzione sociale, detonando pacificamente in tutto il mondo. L’Europa, da parte sua, generò il francese Blek le rat, famoso per la tecnica degli stencil, mascherine ritagliate che raffigurano soggetti

    personalizzati e che permettono, grazie a una bomboletta spray, di replicare rapidamente immagini sui muri.

Passeggiando per Firenze ritrovavo tutto questo, e mi sembrava che i disegni e le scritte fossero tantissime. Criptiche, esplicite, poetiche, impegnate: com’era creativa, la mia città! Ma non avevo visto ancora niente. Non avevo ancora visto… Livorno.

Iniziai a bazzicare la città labronica venendoci specialmente in un giorno del fine settimana, o il sabato o la domenica, una toccata e fuga (con pranzo di pesce incluso) che però me ne lasciava addosso un gran desiderio incapace di sopirsi. In quelle rapide escursioni, consumate per lo più nelle stesse strade conosciute, notavo un’abbondanza di scritte. Ma ancora non capivo, non potevo capire, non potevo percepire l’entità di un fenomeno che mi è stato chiaro solo quando (finalmente) a Livorno mi ci sono definitivamente trasferita. Solo allora mi s’è spalancato davanti un universo insospettato, solo allora ho scoperto che a Livorno, addirittura, c’è un’associazione culturale (“Uovo alla Pop”) che mette in piedi veri e propri tour per portarti a caccia di scritte e disegni sui muri cittadini.

Ho così preso l’abitudine quotidiana di perlustrare ogni mattina una zona differente di questa città, con l’unico scopo di scovare sui muri roba nuova. L’organizzazione è capillare: mi muovo in bicicletta per poter penetrare anche nei pertugi più angusti e (poiché nel nome dell’indagine si è disposti a tutto) spararmi alla zitta anche qualche controsenso; addosso non ho altro che un’arma: il mio cellulare, di cui mi servo per immortalare le mie prede e postarle poi su instagram con l’hashtag livornosuimuri oppure, come in questo caso, condividerle (benché gelosamente) con voi. Poiché alle immagini questo mensile ha già dedicato un servizio, vorrei concentrarmi sulle scritte.

Fin troppo ovvio rilevare come il soggetto più gettonato sia la città che ha la sfortuna di confinare con Livorno: Pisa è per lo più “merda”, talora “stramerda”, talaltra è così merda che “mi fa caà”, ma sovente è anche “colera”. Il pisano è “vegano”, però dal 2020 è diventato anche “coronavirus”.

Per diffondere il proprio credo, il livornese ha creato un apparato organizzativo ineccepibile in cui non solo si scrivono, ma pure si stampano e s’appiccicano ovunque brani di questo campanilistico vangelo: innumerevoli sono infatti gli adesivi attaccati dappertutto: pali della luce e della segnaletica, colonne, cassonetti dell’immondizia. Una domenica decisi di salire a Montenero per respirare santità e su un muro attiguo al famoso monastero trovai un bel “Fuck Pisa”.

Il muro serve al livornese scribacchino anche per vergare frasi misteriose: è il caso di tale “BePurple”, autore (o autrice?) di aforismi sibillini, intorno ai quali

     s’interroga la popolazione (“Vedi di dormire perché ti guarda la luna”, “I semafori rossi non esistono”, “A volte un plurale può far male”, “Sei il pezzo d’ombra dove si perde il mio riflesso”, “Ho il petto affollato di polline, la testa di capelli e il cuore di te”, “Sono innamorata di questo muro perché ti somiglia”); ma anche d’indiscusse verità (“I bar sono pieni perché i cuori sono vuoti”, “Il problema di questa città è che finisce”), o di strazianti dichiarazioni d’amore (“Mi piaci come la torta di ceci”, “Ti regalerei i     Pancaldi”).

La politica non è mai estranea al livornese: Renzi è il “Mostro di Firenze”, Salvini è un “omodimerda” e un “pescecane”, la Lega deve annegare. L’attualità non gli sfugge mai: nei mesi estivi sui muri del centro troneggiava un omone con l’indice puntato contro il passante che diceva: “Un penserai mìa che andrò ar mare con la mascherina… e ciò da batte le fìe”. I suoi pensieri più intimi vengono palesati al passante:“L’acqua fa ruggine”, “Mi scappa da caà”.

In tutto questo turbinìo linguistico che va e viene, che compare all’improvviso e presto viene cancellato, che suscita curiosità ma anche parecchi malumori - più che altro da parte dei proprietari degli edifici inzaccherati -, sopravvivono i murales di Zeb, a cui sembrava “di parla’ co’ muri da ventidu’anni”. Grazie a dio, almeno quelli son rimasti.

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