L’Acquedotto di Colognole e il Cisternone

I Medici, tra la metà del ‘500 e il ‘600 han- no fondato e fortificato Livorno, ma i Lorena l’hanno, successivamente, dotata di infrastrutture moderne di cui l’Acquedotto Leopoldino (o di Colognole) è uno straordinario esempio. 

Di Marcello Faralli

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I Medici, tra la metà del ‘500 e il ‘600 han- no fondato e fortificato Livorno, ma i Lorena l’hanno, successivamente, dotata di infrastrutture moderne di cui l’Acquedotto Leopoldino (o di Colognole) è uno straordinario esempio. 

E infatti, fin dal 1789, con “Rescritto Granducale” vengono approvati gli studi e la ricerca delle sorgenti, effettuati dall’ingegnere Francesco Bombicci. Ma è il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena (da cui l’acquedotto prende il nome) che, pochi anni dopo, matura la decisione di realizzare l’opera per portare l’acqua a Livorno, cresciuta moltissimo: dai 3.811 abitanti dell’inizio del ‘600 era arrivata a contarne ben 80.000 (solo seconda in Toscana, dopo Firenze).

Successivamente il figlio Ferdinando III, con motu proprio granducale del 11 novembre 1792, approva il progetto, in stile neoclassico, dell’ingegnere fiorentino Giuseppe Salvetti e ne decreta la costruzione.

I lavori iniziano l’anno successivo (23 gennaio 1793) con un finanziamento di ottantamila scudi da parte del pubblico erario e di altrettanti da parte dei privati. I lavori di maggiore difficoltà sono quelli relativi ai numerosi “trafori” necessari (quello del Fornello verso Nugola, delle Parrane, di Bellavista). Altre non indifferenti difficoltà si incontrano nel tratto terminale di attraversamento della città.

Dopo la sospensione dei

     lavori (dal 1799 al 1805), a causa dell’occupazione francese e le difficoltà finanziarie che ne seguirono, essi riprendono, sotto la direzione di Ranieri Zocchi, fino al 1809 quando gli subentra l’ingegnere comunale Pasquale Poccianti. Tra restauri, completamento di opere e rifiniture, l’acqua arriva a Livorno, per la prima volta, il 30 maggio del 1816.

L’Acquedotto Leopoldino ha continuato ad alimentare in toto la città fino al 1912, quando è entrato in funzione quello di Filettole.

L’opera del Poccianti, comunque, continua con l’approfondimento e il consolidamento delle condutture. La distribuzione dell’acqua in città  prosegue fino al 1856. Di questa epoca sono anche la costruzione di nuove cisterne e di un viale praticabile, a fianco dell’acquedotto, che, per tutta la sua lunghezza (ben 18 chilometri), consentiva una passeggiata fino a Livorno, che terminava con un lungo filare di alberi nell’allora viale degli Acquedotti (oggi viale Carducci).

Per le sue caratteristiche idrauliche l’acqua arrivava al Cisternone - o “Gran Conserva” progettato in stile neoclassico dal Poccianti - per caduta, senza l’ausilio di apparecchiature di sollevamento. Per le sue caratteristiche architettoniche e monumentali (archi sovrapposti, cisterne di varia conformazione) l’acquedotto è considerato un’opera avveniristica per l’epoca e quindi di notevole pregio.

Oggi rifornisce solo in parte la città e le frazioni collinari del Comune di Collesalvetti, ma l’intera struttura, pur mantenendo la necessaria funzionalità, ha perduto la caratteristica di “passeggiata” e il fascino che il progettista gli aveva conferito.

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Dal primo casino ottagonale che raccoglie le acque delle polle, alimentate dal torrente Morra, il percorso dell’acquedotto si snoda per 18 chilometri e raggiunge il Cisternone, attraverso una miriade di “tempietti”, “edicole”, “casotti”, la cui funzione è quella di raccogliere e “purgare” le acque, ma anche di viadotti, arcate (maestosa quella doppia sul Rio Corbaia), trafori, muraglioni, tutte opere di alta ingegneria idraulica.    

Questo pregevole impianto è attualmente gestito dall’ASA, che ne cura esclusivamente la gestione impiantistica, al solo scopo di garantire che le acque raggiungano il deposito del Cisternone. Ma ben altra potrebbe essere la fruibilità dell’intera struttura, ove si rendesse agibile l’intero percorso dell’acquedotto, secondo l’originaria concezione di “passeggiata naturalistica”, attribuitagli dal Poccianti, anche per la necessaria manutenzione delle strutture murarie. 

Alla endemica carenza di risorse finanziarie, in questo caso, si somma la molteplicità delle competenze. La proprietà dell’acquedotto e il sedime sono del Comune di Livorno, la gestione è dell’Azienda servizi ambientali. Altre competenze sono in capo alla Provincia, al Corpo Forestale dello Stato, alla Sovrintendenza dei beni ambientali, per cui risulta davvero improba l’opera di coordinamento al fine di interventi e decisioni condivise. Ma è un vero peccato! Priva i livornesi, e non solo, della fruizione di un bene di inestimabile valore ambientale e monumentale.

Una benemerita associazione di cittadini colligiani, “Salviamo il salvabile”, sorta nel 2009, presieduta dalla appassionata e infaticabile Angela Sagona, ha sollevato il problema dell’abbandono e, nel 2010, è riuscita a mettere attorno a un tavolo (letteralmente!, esiste anche una foto scattata all’aperto al Cisternino di Pian di Rota, che ritrae i rappresentanti dei suddetti enti, che firmano il “protocollo d’intesa”). Ma da allora, nonostante impegni e promesse, non si è mosso niente, anzi, se qualche intervento c’è stato, si è fatto solo per emergenze che hanno devastato ulteriormente l’opera.

Tale “protocollo” prevedeva, tra l’altro, la costituzione di un “Gruppo di lavoro” composto dai rappresentanti dei vari enti firmatari, affiancato dal Corpo forestale delle Stato e da Associazioni culturali locali (le uniche che si sono mosse). Il Gruppo, coordinato dalla Sovrintendenza, avrebbe dovuto accertarsi della conservazione della struttura, definire gli interventi prioritari e portare a sintesi la documentazione bibliografica e progettuale esistente. Il coordinamento della parte più strettamente operativa veniva affidata al Comune di Livorno.     

Ma torniamo all’acquedotto che trae la sua origine dalle sorgenti del fiume Morra, e raccoglie anche le acque di altre sorgenti: Colognole e falde del Monte Mag-

     giore. Da Colognole la conduttura - in parte sulle arcate, in parte dentro trafori e gallerie (delle varie le zone collinari interessate) e in parte interrata in appositi cunicoli - attraversa le frazioni delle Parrane (San Giusto e San Martino) e costeggia via delle Sorgenti fino al Cisternino di Pian di Rota (dove si trova il cosiddetto “Purgatoio”, che serve per l’accumulo, la purgazione e il filtraggio delle acque potabili) e prosegue lungo la via degli Archi.

Oggi l’assoluta assenza di manutenzioni e di controlli ha prodotto devastazioni di ogni genere. Oltre a quelle dovute al degrado, per il trascorrere del tempo e alla vegetazione, che infesta gli interstizi dei manufatti, ci sono quelle del gestore che per risolvere situazioni di emergenza non si perita di effettuare interventi da “guastatore” e di altri che non si fanno scrupolo di asportare pietre pregiate.

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Fino agli inizi degli anni ’50,  lungo tutto il percorso dell’acquedotto, era in atto un servizio garantito da tre operai (come i cantonieri per le strade), che curavano l’acquedotto e le aree circostanti, intervenendo per le piccole manutenzioni e il disboscamento.

Dopo un lungo silenzio, grazie alla passione e all’impegno di associazioni e semplici cittadini, tra cui chi scrive, c’è chi si è adoperato per coinvolgere i media (giornali, emittenti locali), ma anche il “Cenacolo della Valle Benedetta”, da sempre sensibile ai problemi della tutela del patrimonio artistico, monumentale e ambientale, sembra che qualcosa si stia muovendo.

Di recente, ho avuto modo di percorrere gran parte dell’acquedotto, quella agibile dal piazzale delle  fonti fino a quella che viene denominata la “piazza” sopra a una grossa cisterna, dove i colognolesi si radunano per diletto e ho potuto constatare il degrado, in qualche caso a rischio di crollo delle scalette in pietra, di edicole poligonali e di cisternette circolari. E poi la vegetazione spontanea che penetra negli interstizi dei manufatti e ne provoca lo sgretolamento.

Come è facile comprendere, senza un intervento di straordinaria manutenzione e il mantenimento costante delle opere murarie e delle strisce di terra ai lati, questa opera è destinata al collasso con un duplice risultato: la perdita di un monumento storico e il rischio di lasciare prive di acqua potabile le frazioni collinari dei comuni di Livorno e Collesalvetti.

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