Amelio Bettarini, i segreti di un gruppo che è vanto di Livorno

“Elmetto in testa, sguardo attento e vispo, che scruta con at- tenzione il movimento delle gru affinché il lavoro proceda per il meglio”: è questa l’istantanea tratta dall’album fotografico della ditta che meglio rappresenta la figura di un imprenditore che dal nulla è riuscito a mettere su un’azienda che non solo è tra le più importanti della città

Di Bruno Damari

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“Elmetto in testa, sguardo attento e vispo, che scruta con at- tenzione il movimento delle gru affinché il lavoro proceda per il meglio”: è questa l’istantanea tratta dall’album fotografico della ditta che meglio rappresenta la figura di un imprenditore che dal nulla è riuscito a mettere su un’azienda che non solo è tra le più importanti della città ma che è conosciuta in tutta Italia e anche all’estero. “Lavoro, lavoro, ancora lavoro” è stato il motto di questo generoso uomo di campagna ma con il senso degli affari fuori dal comune, che si è gettato anima e corpo nel mondo imprenditoriale con tenacia e coraggio, affrontando, con “sana” spregiudicatezza, traguardi sempre più importanti, anche in settori diversi e sconosciuti, irti di difficoltà, con il rischio magari di perdersi per strada. Ma non ha mai fatto il passo più lungo della sua gamba. Sempre equilibrato, sapeva di contare sulle proprie forze, sulla capacità di sacrificarsi, sull’immediata disponibilità, di non andare a dormire o alzarsi in fretta e furia di notte (e capitava spesso) quando c’era una emergenza da affrontare, di ridurre al minimo i giorni di ferie, se non addirittura saltarli, come spesso “saltava” i pasti pur di portare a termine qualsiasi tipo di lavoro (“le giornate so pizzicotti”, altro suo slogan ricorrente). Il tutto condito da un forte entusiasmo e concentrazione che non gli faceva mai sentire la fatica e da quella cocciutaggine che da semplice uomo di campagna lo hanno portato ad essere uno degli imprenditori più in vista della città. Se ne è andato nel 2006, all’età di 93 anni, ma il suo nome è ancora sinonimo di garanzia e successo. Stiamo parlando di Amelio Bettarini e della sua famiglia, che con la seconda e terza generazione sta portando avanti il gruppo con imperterrita autorità e spirito di sacrificio, proprio con le stesse armi del suo fondatore. Un gruppo che luccica sempre più in un quadro generale cittadino, ahinoi, ridotto al lumicino, dopo la perdita e la “cancellazione” nel corso degli ultimi decenni di numerose fabbriche e industrie, e, proprio per questo, è ora più che mai un vanto per Livorno stessa, se non altro per essere sicuro punto di riferimento per oltre 40 famiglie.

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Nato a Vicarello nel 1913 da famiglia umile, il padre era barrocciaio, ma dai principi sani e rispettosi, Amelio Bettarini fin da giovinetto ebbe a che fare con i “traguardi”. Iniziò con le corse in bicicletta indossando la maglia dell’Unione Sportiva Dilettantistica Vicarello, e fu subito una bella sfida con i coetanei di tutta la regione per tagliare per primo la linea bianca dell’arrivo. Non aveva un grande fisico, ma era robusto, ticcio, accompagnato da quella verve agonistica che contrassegnerà tutta la sua vita.  Con l’indomita grinta, quella che ti porta ad avere anche la bava in bocca, si tolse delle belle soddisfazioni sia tra gli allievi che tra i dilettanti, ma soprattutto ebbe la possibilità di gareggiare a fianco di

      coloro che hanno fatto la storia del ciclismo e appassionato migliaia e migliaia di sportivi, da Binda a Guerra, da Girardengo fino a Bartali e Coppi.

La sua carriera fu però assai breve: prima il servizio militare e poi le conseguenze di una caduta gli fecero appendere la bicicletta al classico chiodo. Passò così ad un altro “traguardo”, quello della famiglia. Nel ‘39 sposò la guasticciana Marsilia Mungai, per tutti i compaesani la “Morina”, e nel giro di poco tempo, la loro casa di via Coccoluto Ferrigni a Livorno, ove la coppia si era trasferita, fu allietata dalla nascita di Maria Grazia (1940) e Roberto (1942).

Oltre agli affetti familiari, nel cuore di Amelio rimase però sempre il ciclismo. Non a caso la bicicletta con la quale partecipò da isolato alla corsa rosa è ancora oggi appesa al chiodo (e conservata come una reliquia dai discendenti), all’ingresso degli uffici di via F. Pera. In seguito, come sponsor, Amelio Bettarini partecipò a molti giri d’Italia, in su è giù per la Penisola, con la sua famosa nave, ovvero un carrozzone a forma di navicella (con ben evidenziato il marchio “Bettarini Autogru - Livorno”, ovviamente) che all’arrivo di ogni tappa  deliziava gli spettatori con l’esibizione di bellissime ballerine (nel 1976 a bordo salì anche il complesso di Raoul Casadei). Inoltre, dette vita ad una squadra giovanile che partecipò a tutte le gare più importanti della regione. Trattava i suoi corridori come fossero dei figli, sempre prodigo a dare consigli, incitarli in gara e, se era il caso, indirizzarli per la giusta strada anche fuori dalle competizioni.  In suo ricordo, ogni anno si svolge la gara ciclistica “Memorial Amelio Bettarini”.

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Con il ciclismo, che è stato in pratica l’unica sua grande passione e divagazione extra familiare e lavorativa, il buon Amelio, grazie al suo innato fiuto per gli affari e alle conoscenze che si era fatto nel mondo delle due ruote, ne trasse l’opportunità di una seconda attvità, dopo che aveva aperto un distributore di benzina dell’Agip in piazza San Marco. Nel 1948, infatti, inaugurò un negozio di bici e moto in via De Larderel, a fianco dell’attuale Tribunale, e divenne concessionario della Benotto, allora tra i marchi più prestigiosi nel campo delle due ruote.

Gli affari andavano bene,

      il conto in banca pure, ma Amelio non era tipo di cullarsi sugli allori. Voleva diversificare la sua attività in un altro settore per non avere sorprese e contraccolpi in caso di eventuali crisi di mercato e dare maggiori certezze al futuro dei figli. Alla soglia degli anni Cinquanta, con tutti i suoi risparmi, si gettò così su un altro traguardo, quello delle gru: costituì una apposita società e acquistò dalla ditta genovese Belotti una piccola autogru, da otto tonnellate di portata. Con l’entrata in scena del figlio Roberto e del genero Roberto Poli, marito di Maria Grazia, dalla “Belottina”, come fu battezzata, si passò presto ad un secondo camion, un Fiat 682N2 motrice con rimorchio, insieme ad un’altra gru Belotti di 15 tonnellate. Sarà poi il turno della terza generazione, ovvero di Fabrizio (cl. ‘69) e Massimo (‘74), figli di Roberto (prematuramente scomparso nel 2014), e di Stefania Poli, a consolidare i successi e l’evoluzione della “A. Bettarini e figli S.r.l.” nel campo dei sollevamenti, trasporti e movimentazione merci pesanti, a incrementare i mezzi della flotta. L’intero parco conta oggi più di 180 mezzi, dalla compatta City Crane alle grandi autogru con portate fino a 800 tonnellate (si era partiti con la “Belottina” da 8 tonn., ricordate?), dotate di bracci telescopici e montate sia su carri gommati che carri cingolati, e alle piattaforme aeree, frutto delle più avanzate tecnologie per la sicurezza degli operatori. Il porto di Livorno, la raffineria Stanic (oggi Eni) e il Cantiere Navale “Orlando” furono i primi grandi utenti a “tira-

      re a volata” (il termine ciclistico è d’obbligo) e a far espandere la ditta Bettarini, che poi ha allargato la clientela in tutta Italia e nell’intero bacino del Mediterraneo, ma anche in altre zone d’Europa.

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L’album fotografico del Gruppo cui accennavamo all’inizio, è pieno di ritagli di commesse di grande rilievo: ne elenchiamo qualcuna per rendersi conto della potenza e della qualità del marchio livornese: le manutenzioni alla Torre Pendente di Pisa e al complesso della Cattedrale di Firenze; il varo al porto di Livorno di “Azzurra 83”; l’intervento alla Stazione di Viareggio dopo la tragica notte del 29 Giugno 2009 (deragliamento di un treno merci con cisterne GPL e lo scoppio di un incendio di vastissime proporzioni che provocò 33 vittime), per sollevare la pesante locomotiva e tutti i vagoni coinvolti (lavoro eccezionale che R.F.I., Rete Ferroviaria Italiana fu talmente soddisfatta che affidò alla Bettarini altri lavori); la demolizione nel gennaio 2011 della ciminiera Saint Gobain di Pisa, dove a oltre 65 metri di altezza fu agganciata la parte più pesante che si aggirava intorno alle 80 tonnellate; i sollevamenti per la costruzione, tra il 2010 e 2011, con l’impiego di oltre 15 operatori a lavoro con diverse gru, di tutte le opere a terra e propedeutiche per il rigassificatore offshore di OLT di Livorno; gli interventi per la messa in sicurezza dopo il terremoto in Emilia nel 2013 ecc. ecc.

La sede del Gruppo è sempre rimasta in via Francesco Pera, un vasto piazzale che si affaccia sull’ex Stazione ferroviaria San Marco, nel luogo ove iniziò la sua attività lavorativa con la anzidetta pompa di benzina (un cimelio anche questo ben conservato). Gli uffici sono moderni ma niente lussi, come era nello stile di Amelio. In una stanza è conservato ancora un vecchio biliardo che i dipendenti utilizzavano durante la sosta pranzo, tanto per far capire che il “principale” pensava a tutto, anche al benessere dei propri lavoratori. E il successo del gruppo è dipeso anche da loro, dalla voglia di affermarsi, tutti altamente qualificati, di sentirsi parte dei programmi e dei progetti dell’azienda, con la consapevolezza di lavorare all’interno di una piccola-grande famiglia dove tutti remano per il raggiungimento del comune traguardo,

      dando il meglio di se stessi, fieri e orgogliosi di far parte del gruppo Bettarini.

A proposito di familiarità, anche alcuni detti sono entrati nel linguaggio popolare della città: “A te per rialzarti ti ci vole la gru der Bettarini”; “Altro che Viagra, ti ci vole la gru del Bettarini” e così via.

Negli spazi esterni, oltre all’officina, si può notare l’ampia flotta dei mezzi targati “Bettarini-Livorno”, ad eccezione, ovviamente, di quelli che stanno operando fuori sede.

Per la sua lunga attività, Amelio Bettarini ha ricevuto diversi riconoscimenti dalle locali Camera di Commercio e Confindustria ma i più prestigiosi rimangono quelli al merito della Repubblica Italiana, l’onorificenza di Cavaliere (1976) e di Ufficiale (1979), firmati rispettivamente dai presidenti Giovanni Leone e Sandro Pertini.

Ora nell’azienda, guidata da Massimo Bettarini, si sono affacciati anche i primi rampolli della quarta generazione: Andrea, 21 anni, figlio di Fabrizio, e  Matteo, 22, figlio di Stefania Poli, sono già al “pezzo”, addestrati e motivati, a tenere alto il marchio Bettarini Group, in attesa anche di Edoardo, 7 anni, figlio di Massimo, che, se lo vorrà, ha già un posto prenotato in ditta. Marchio ben rappresentato, tra l’altro, da un rinoceronte stilizzato in rosso, come espressione di forza che simboleggia anche l’antica sapienza. Comprende anche la scritta “solleviamo dal 1950”, tanto per ricordare la nascita della linea di partenza che ha visto, nel tempo, tagliare traguardi sempre più... in alto.

Lavoro, sacrificio, competenza, ambiente familiare, voglia di espandere: tutto è rimasto come prima in via F. Pera. Insomma, ‘Nonno’ Amelio da lassù può stare tranquillo: il suo “giocattolo” è in buone mani e c’è sempre la prospettiva di raggiungere nuovi traguardi al passo delle tecnologia che avanza.