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Livorno nonstop

Reg.Tribunale Livorno n. 451 del 6/3/1987

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Editrice il Quadrifoglio s.a.s.

di Palandri G. & C.

Direttore responsabile: Bruno Damari

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Armandino Picchi

La vita gli aveva dato molto
ma gli ha tolto tutto
maledettamente alla svelta
a soli 36 anni

Armando Picchi  amava affermare di se stesso che aveva la pelle  amaranto e diceva anche, i suoi amici lo sanno bene, “un mi piace perdere”. Nacque in piazza Mazzini al numero civico 22, 1° piano, nel 1935, la piazza davanti al cantiere Orlando, con il suo humus operaio e industriale, la piazza sul mare, con le sue navi e i pescherecci, dunque livornese d.o.c.,  ecco perché la pelle amaranto.
Ultimo di quattro fratelli, stravedeva, da ragazzetto,  per il fratello Leo che giocava nel Livorno in serie A e poi nientemeno nel Torino del dopo Superga, per tre anni.
Dé, come faceva a non amare il pallone?  Il fratello Leo, con il quale ha avuto sempre un ottimo rapporto, portava Armando, ancora piccolo, ai Bagni Fiume sulla canna della bicicletta, anche nei mesi più freddi dell’anno; c’era una cabina particolare per l’inverno, era sufficiente proteggersi dal vento con delle paratie così potevi apprezzare gli spettacoli più belli del mare sia con il sole che con il grigio delle nuvole.   
Da buon livornese Armando odiava le ingiustizie, non aveva timori reverenziali e non fu mai ruffiano, nemmeno con il “Mago” Helenio Herrera. Giunse tardi in serie A, ma divenne per tutti  un leader indiscusso, il capitano per antonomasia.
Tutto cominciò con Magnozzi che lo faceva giocare mediano e terzino nel Livorno, ma all’inizio non incontrò il favore del pubblico livornese che nel ruolo di terzino amava quelli alla Soldani,  che con un calcio mandava il pallone a distanza di trenta metri. Nel gioco moderno, invece, si richiedeva un difensore che, oltre a difendere bene,  appoggiasse il pallone a un compagno dando, così,  inizio all’azione.
Col tempo riuscì ad imporsi, anche grazie a Magnozzi allenatore, e in quel ruolo, dopo 99 presenze nel Livorno,  approdò, insieme a Costanzo Balleri,  in serie A con la Spal del presidentissimo Paolo Mazza, “il mago dei poveri”, uno che vedeva molto lontano. Da qui approdò all’Inter (stagione 1960/61), ma dopo un anno Helenio  Herrera lo trasformò in “libero”, al posto di Costanzo Balleri, libero, cioè ultimo difensore, ultimo bastione a difesa del portiere.
Da quella posizione conquistò tutto quello che c’era da vincere. Tre scudetti (1962/63, 1964/65, 1965/66), due coppe dei campioni (3 a 1 al Real Madrid di Puskas, Di Stefano e Gento nella finale del 1964 e 1 a 0 al Benfica di Eusebio, Torres e Coluna nel 1965)  due coppe intercontinentali (1964 e 1965), entrambe con l’Independiente. E lui, Armandino, il capitano di quella macchina da guerra, il capitano morale, naturale.
 

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Era praticamente un allenatore in campo, sapeva leggere le partite, nel loro svolgimento, meglio di Helenio che di Picchi si fida-
    va, anche se col tempo i rapporti si raffreddarono tanto da concludersi con la cessione del nostro libero al Varese. Ma sia chiaro, anche Herrera era un grande e mise in evidenza tutto il provincialismo dei nostri tecnici e delle nostre società. Famosa la sua espressione: “Il calcio moderno è velocità: gioca velocemente, corri velocemente, pensa velocemente, marca e smarcati velocemente”.
Gianni Brera, il più fino giornalista sportivo, aveva parole di ammirazione per Picchi. Di lui ricordava estasiato un gesto atletico durante la partita Inter-Real Madrid, a Vienna, nella primavera del ’64, la finale della coppa dei Campioni. Il solito Facchetti si era involato sulla fascia lasciando la difesa scoperta. Un lancio madrileno in quella stessa direzione vide partire l’ala destra, con Facchetti ormai in ritardo, ma Picchi annullò subito ogni speranza con una semplicità disarmante. Leggiamo lo stesso Brera come descrisse l’intervento di Armandino: “…l’intuizione era stata così tempestiva che lo scatto (dell’attaccante madrileno, n.a.) si placò quasi subito in una svelta souplesse: giunse primo sulla palla Picchi: diede du’ tocchi per rendersi conto della situazione e poi – indovina – appoggiò a Suarez”. Un esempio del carisma che Armando aveva sui compagni, e per questo era il Capitano,  lo vediamo nella partita con il Vicenza nel campionato 1964/65. Lerici, allenatore dei vicentini, riusciva sempre a imbrigliare la manovra di Helenio e così accadde anche quel giorno, a S. Siro, tanto che il primo tempo si concluse a favore del Vicenza per 2 a 1. Perché? Ma perché  Vinicio portava Guarneri a spasso, Tagnin di fatto per inseguire il suo uomo faceva la mezza punta, insomma un caos. Herrera nello spogliatoio continuò a dare istruzioni sbagliate e Picchi una volta entrati in campo disse ai compagni di presidiare, ciascuno,  la propria zona come avevano sempre fatto. Herrera nel vedere le sue istruzioni ignorate mandò il massaggiatore Della Casa a dire a Picchi come dovevano essere le marcature. Niente, Picchi annuì col capo ma non dette retta. Poco dopo Della Casa ritornò da Picchi per informarlo delle istruzioni di Helenio, ma stavolta Armandino mandò a quel paese Della Casa e Herrera. E tutti sentirono. L’Inter, però,  riuscì a ribaltare il risultato e a vincere.
Herrera mangiò veleno tanto più che nello spogliatoio non potè dire niente, silenzio, ssst, ma se la legò al dito; la squadra aveva vinto, quindi aveva avuto ragione Picchi.
E quella volta che sbarcati a Linate, dopo aver vinto la seconda Coppa Intercontinentale a Buenos Aires, nel 1965, Herrera ordinò il ritiro all’Hotel Palace di Varese per quella stessa sera al fine di preparare al meglio la partita con l’Atalanta di due giorni dopo? Picchi disse ai compagni che avrebbe parlato con Moratti per aggiustare la cosa, però nessuno, dopo quella meravigliosa vittoria a Buenos Aires, si doveva presentare al Palace quella sera. Così era troppo! Moratti acconsentì, ma non disse nulla a Herrera. Si presentarono al Palace solo i “pulcini” Gori e Della Giovanna.

Naturalmente tutti i giocatori si recarono la mattina dopo all’allenamento, ma Herrera non si fece trovare e tuonò: se Moratti aveva autorizzato la diserzione, lui prendeva l’aereo e tornava in Spagna, se invece si trattava di insubordinazione doveva scattare una multa salatissima. Scattò, naturalmente, una multa da levare il fiato, a poche ore dalla conquista della Coppa Intercontinentale, ma nessuno la pagò mai.In nazionale giocò solo 12 volte perché incontrò l’opposizione di Gianni Rivera che lo giudicava troppo difensivo e “Mondino” Fabbri volle accontentare il golden boy portando così la Nazionale alla figura più barbina della sua storia, la sconfitta con la Corea del nord, una squadra di “ridolini” come disse qualcuno, comunque di dilettanti, con gol di un certo Pak Doo Ik, un dentista, anzi aveva la qualifica, ma non esercitava la professione. Al ritorno in patria una lancio fitto di pomodori accolse Fabbri, il golden boy e company.Molti anni dopo Gianni Rivera, a proposito dell’esclusione di Picchi dalla nazionale, ebbe a dire che fu tutta una forzatura creata ad arte dai giornalisti. Sentiamolo: “Io dissi quello che pensavo, Picchi anche. Tutti e due con molta chiarezza. Per me il problema non era di eliminare il libero ma di avere dietro, nelle partite all’estero, un libero che manovrasse, un po’ come sarebbe stato Cera ai Mondiali del ’70: lui invece difendeva lo schema dell’Inter, e, dati i risultati ottenuti, dal suo punto di vista aveva ragione. Solo che la Nazionale non aveva né Suarez né Jair. Ma poteva finire tutto lì, con qualche aggiustamento o anche continuando a giocare come si stava facendo… c’erano i giornalisti che polemizzavano tra loro. Erano i titoli dei giornali più che quello che dicevamo, ad aizzare la polemica… Picchi stesso, d’altronde, era capace di manovrare. Tanto che quando passò al Varese disse in un’intervista che il suo massimo desiderio era giocare mezz’ala”.

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Con Ferruccio Valcareggi, nuovo allenatore della nazionale dopo Fabbri, Picchi andava d’accordo e in quel giugno del 1967 mentre l’aereo portava la nazionale a Bucarest per incontrare la Romania, Picchi si confidò con Valcareggi, che gli sedeva accanto, sugli ultimi insuccessi dei neroazzurri. Un giornalista, lì vicino, captò alcune parole e le pubblicò sul giornale a caratteri cubitali: “Picchi attacca Herrera”.  Quella volta Moratti non potè difendere il trentaduenne Armando, il quale fu ceduto al Varese che giunse settimo in classifica togliendosi anche lo sfizio di battere l’Inter di Herrera per 1 a 0. Purtroppo di lì a poco  Armandino ebbe un grave infortunio (ernia e frattura del tubercolo del pube), a Sofia, contro la Bulgaria.
Armandino, dopo Varese, allenò abusivamente, ma benissimo, il Livorno (vi ricordate lo striscione “Forza Livorno. Con le bòne o con i …Picchi sempre più in alto”), così bene che Italo Allodi, il quale aveva conosciuto Picchi all’Inter, lo volle alla guida della Juventus per il campionato 1970/71 (la rosa dei bianconeri era così composta: portieri: Tancredi, Piloni; difensori: Morini, Salvadore (cap.), Spinosi, Roveta, Zaniboni; centrocampisti: Capello, Causio, Cuccureddu, Furino, Haller, Salvoldi, Marchetti, Novellini, Montorzi;  attaccanti: Anastasi, Bettega, Landini). Giampiero Boniperti, cui spettava l’ultima parola, dette il proprio assenso dopo pochi minuti di colloquio con Armandino. Ma a Torino la malattia lo colpì, insesorabile, subito. Boniperti così disse di Armando “…affidammo la nostra Juventus ad un uomo che oggi non esito a definire eccezionale. Come allenatore sarebbe diventato un grande personaggio, più ancora che come giocatore”.
Picchi fu sostituito dal cecoslovacco Vycpálek che chiuse il campionato al 4° posto, alle spalle di Inter, Milan e Napoli, conquistando un posto in Coppa Uefa
Amava Livorno con tutto se stesso e durante la sua permanenza a Milano (sette anni) portò a Livorno un pezzo di quella città cosmopolita, l’unica città italiana ad essere europea! Ai Bagni Fiume arrivarono infatti Suarez, Guarneri, Sarti, Burgnich, Jair,  ospiti del “Capitano” per fare, naturalmente, le gabbionate sul cemento, le storiche gabbionate, cinque contro cinque, che lasciavano immancabilmente le vesciche ai piedi e le sbraciolate dappertutto.  E dopo la partita, il bagno in mare cui faceva seguito la classica cacciuccata o una braciata di pesce con il vino, di quello  bono, ma proprio bono. Con chi giocavano? Ma con Enrico Capecchi, Vivaldi detto il bistecca, il Martinelli, Claudio Damiani ecc.   
 

Le gabbionate si svolgevano talvolta in trasferta, cioè ai Bagni Roma o Bagni Pancaldi ed erano botte da orbi.  Una volta Picchi e Balleri, ai Pancaldi, trovarono non solo degli avversari agguerriti ma anche spettatori cui piaceva irridere e allora, beh, dalla bocca di Costanzo, e non solo, volarono parole grosse e riferimenti salaci alle mamme degli spettatori.Sbraciolate, partolacce, ma anche divertimento allo stato puro, come quella volta che Suarez, a Casciana Terme, undici contro undici, fu mandato in panchina perché arrivò pochi attimi dopo la consegna delle maglie, ma pur sempre in tempo per giocare. Fino all’ingresso in campo delle squadre Suarez, col sorriso sulle labbra,  pensò a uno scherzo di Armando, scherzo che sarebbe finito lì sul nascere, invece Luisito potè entrare, incredulo, solo nel secondo tempo! Capito? Suarez, il miglior regista europeo di quei tempi, non pinco pallino, in panchina!Quel terribile giorno delle esequie in via Verdi, nella cappella della Misericordia, c’erano le corone delle massime autorità del mondo calcistico e poi c’erano Meazza, Valcareggi, Boniperti, Allodi, Guarneri, Giuliano Sarti e naturalmente gli amici di sempre come “Lupo” Balleri, Enrico “Eolo” Falorni, Mauro Lessi, ecc. Impossibile citarli tutti.La salma arrivò da Sanremo verso le 23 del 27 maggio 1971 (era morto il giorno prima) e fu collocata nella chiesa dell’Arciconfraternita della Misericordia. Le esequie, previste in un primo momento al mattino, furono spostate alle 17,30 del 28 per consentire la più ampia partecipazione, anche quella degli operai del Cantiere.Poi il lungo interminabile corteo fino allo stadio, con la bara portata a spalla, passando da piazza Mazzini, viale Italia, costeggiando il mare di Livorno che volle salutare Armandino, per l’ultima volta, a modo suo, imbronciato, increspato da  un vento di libeccio che sferzava i volti e agitava i fiori, i gagliardetti, le bandiere. Ci fu anche uno scroscio forte durato pochi secondi, poi una pioggerellina fitta, gelida. Alcuni proposero di caricare la bara, fino ad allora portata a spalla, sul furgone e sciogliere il corteo. Il no dei suoi amici più cari ebbe la meglio, così si arrivò alla stadio, dove la bandiera dell’Unione stava a mezz’asta sulla torre di Maratona. Poi l’ultima tappa al cimitero della Misericordia, nella cappella di famiglia, e qui apparve un timido sole.La vita gli aveva dato molto: denaro, notorietà, l’amore e una moglie bellissima, Maria Franca Fusco, sposata a Firenze il 28 ottobre1968, ma gli aveva tolto tutto maledettamente alla svelta. Armando, “il Capitano”, il guerriero indomabile di mille battaglie, quello che “’un mi piace perdere“,  morì a  soli 36 anni per un male incurabile, forse originato da quell’infortunio, a Sofia, contro la Bulgaria.Livorno gli ha intitolato una squadra di calcio cittadina poi, nel 1981, nel decennale della morte, anche lo stadio comunale.