Arturo Vaccari e i suoi famosi liquori

Pochi oggi ricordano chi fosse Arturo Vaccari, eppure, nel suo ambito, fu uno dei livornesi più noti al mondo durante gli anni tra i due secoli scorsi. Era il proprietario di una distilleria situata in Via Marco Mastacchi (fig. 1). Chi uscisse dalla stazione di S. Marco non poteva non notare un’enorme pubblicità posta su un edificio che ne reclamizzava i prodotti, proprio a due passi dalla fabbrica.

Di Giorgio Mandalis

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Pochi oggi ricordano chi fosse Arturo Vaccari, eppure, nel suo ambito, fu uno dei livornesi più noti al mondo durante gli anni tra i due secoli scorsi. Era il proprietario di una distilleria situata in Via Marco Mastacchi (fig. 1). Chi uscisse dalla stazione di S. Marco non poteva non notare un’enorme pubblicità posta su un edificio che ne reclamizzava i prodotti, proprio a due passi dalla fabbrica. Si trattava soprattutto di tre liquori: il  Galliano immesso nel mercato a partire dal 1896, così chiamato in onore del famoso tenente colonnello Giuseppe morto in quello stesso anno nella battaglia di Adua, l’amaro Salus e la Crema Cioccolato Gianduia; ma col tempo la lista si era arricchita di nuove prelibatezze: il liquore Cavallotti, la Supermenta, l’Anisetta di Bordeaux e il Ponce al Mandarino.

Per avere un’idea della notorietà dei prodotti dell’industriale livornese basta visionare una sua testatina commerciale (fig. 2) risalente ai primissimi anni del Novecento che mostra più medaglie vinte in concorsi internazionali, compreso quello prestigiosissimo di Parigi del 1900, di quante ne esibisse il Maresciallo dell’URSS Viktor Kulikov durante le parate nella Piazza Rossa.

Oltre a proporre prodotti di indiscussa qualità, il Cav. Vaccari seppe anche promuovere abilmente l’immagine della sua ditta ricorrendo a tutti gli strumenti che consentisse l’apparato pubblicitario della Belle Époque: dalle affiches e cartoline pubblicitarie (fig. 3) alle inserzioni sui giornali, a cui si devono aggiungere i numerosi gadget rappresentati da ampolle, piattini (fig. 4), vasetti, ventagli, segnalibri... tutti oggetti oggi ricercatissimi dai collezionisti.

Un chiosco alla giapponese dove poter acquistare i suoi prodotti non mancava nel luogo in cui all’epoca si concentrava maggiormente l’afflusso dei turisti vacanzieri, l’Eden Montagne Russe, e questo a partire dal 1901, come documenta Enrico Zucchi nel suo saggio dedicato allo storico spazio ricreativo.

A partire dal 1904, l’anno dell’inaugurazione del complesso di Montecatini al Mare, il Vaccari ebbe la prontezza di aprirvi un altro chiosco, giocando molto sul nome del suo noto amaro, per l’appunto chiamato Salus, quasi a voler sfidare il valore terapeutico delle acque con una salutare bevanda alcolica. Del suo successo commerciale presso le terme livornesi si conservano varie cartoline in cui il Cavaliere in persona offre con riverente ossequio il suo amaro miracoloso ai visitatori illustri, come il Conte di Torino e il Re in persona, trasformati in testimonial d’eccezione (fig. 5).

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Ma un aspetto molto originale quanto, almeno per la nostra sensibilità, discutibile caratterizzava il battage pubblicitario del solerte imprenditore livornese, il ricorso all’immagine di un “moretto”, che chi poi andasse nei suoi chioschi aveva modo di incontrare in carne ed ossa, abbigliato con una elegantissima livrea. Probabilmente in origine messo in relazione con la produzione della Crema Cacao Gianduia, serviva poi col fare di un esperto coppiere ogni prodotto della ditta, acquisendo una grande popolarità. Sembra che in origine fosse un figurante truccato da ragazzo di colore, ma un bel giorno del 1902 gli avventori si trovarono di fronte ad un giovane dal carnato autenticamente nero così che “il Moretto del Vaccari”, come si legge nella Gazzetta Livornese di quegli anni, divenne anche “lo Schiavo della Somalia” (fig. 6). È questa seconda denominazione, ben più specifica della prima, che del resto gli preesisteva, a richiedere un spiegazione, ebbene essa corrisponde esattamente al titolo di un’opera poco nota di Emilio Salgari, facente parte della Bibliotechina Aurea Illustrata, una serie di brevi racconti che lo scrittore torinese d’adozione (era nato a Verona) pubblicò tra il 1901 e il 1906. Dettaglio non da poco che come sottotitolo apparisse l’indicazione “una storia vera”. Chi volesse leggerlo integralmente può digitarne il titolo e ritrovarlo agevolmente sul web: non è lungo e scorre bene, ma se ne sconsiglia la visione agli zelanti adepti del politically correct perché Salgari usava spudoratamente parole come “negro”, “brutti negri” e faceva loro parlare l’Italiano coi verbi all’infinito. 
Ecco allora un riassunto privo di termini imbarazzanti. 
La  goletta Gorgona salpata da Livorno carica di casse destinate alla città di Merca, viene presa d’assalto dal sambuco di alcuni pirati arabi tra cui c’è un ragazzotto di tredici-quattordici anni di nome Sadì Omar, un giovane somalo reso schiavo dopo una razzia sulla costa africana. Inascoltate le sue suppliche di non abbordare una nave di “Taliani”, che con lui sono stati buoni e di cui ha un po’ appreso la lingua. Gli arabi sono in superiorità numerica e, disponendo di due cannoncini, riducono a mal partito la goletta e ne massacrano quasi tutto l’equipaggio. 

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     Mentre si apprestano ad arrembare, Sadì getta una miccia nel barile delle polveri e si tuffa in mare, facendo esplodere il sambuco che si immerge con tutti i pirati. Salito sulla nave, medica alla meglio l’unico sopravvissuto, tale mastro Pappione, gli racconta la sua storia e il motivo della sua amicizia verso gli Italiani. Fortunosamente la nave si arena lungo la costa somala, dove i due naufraghi decidono di costruire una zattera con quanto resta del fasciame della nave e di tentare la traversata fino ad Aden, ma prima devono trovare qualcosa da mangiare e bere. Si scopre così che la Gorgona è piena di casse contenenti bottiglie della produzione del Vaccari, di cui Pappione è amico. Sopraggiunti alcuni indigeni, viene loro offerta qualche bottiglia in cambio di cibo, ma essi si dileguano coi prodotti del Vaccari.

Poco dopo tuttavia sopraggiunge un gran corteo annunciato da strumenti a percussione e in testa appare un personaggio seduto su una portantina accompagnato da un portatore di ombrello di seta rossa. Si tratta di un sultanino locale che ha molto appressato l’amaro Salus e gli altri prodotti.

L’umbelloforo è lo zio superstite di Sadì, così la salvezza è ormai sicura. Il sultanino provvede che un suo sambuco accompagni ad Aden i due naufraghi per poi prendere il primo vapore per l’Italia. In aggiunta offre un sacchetto pieno di polvere d’oro e si fa assicurare che una volta a Livorno gli facciano pervenire delle casse di liquori del Vaccari, di cui non può più stare senza.

Il buon industriale livornese accoglierà il piccolo Sadì Omar che diventerà il “moretto”  dei suoi chioschi (fig. 7).

Difficile dire quanto ci sia di vero storico nel racconto, malgrado l’occhiello sotto il titolo ne dia assoluta garanzia. Troppe le situazioni romanzesche tipicamente salgariane tanto che sembra  piuttosto di leggere una storia affidata alla penna del più noto e prolifico autore di romanzi d’avventura concordata con lo stesso Vaccari, per pubblicizzarne i prodotti sfruttando la vasta utenza della letteratura popolare. Ma è solo una plausibile congettura: nessun documento conforta questa ipotesi, neanche sappiamo se i due si siano mai conosciuti di persona o se abbiano avuto contatti epistolari. Rimane però il fatto che il “moretto” c’era sul serio. Sulla Gazzetta Livornese dell’11-12 agosto 1902 appariva un’altra versione dei fatti, meno avventurosa e nel complesso più credibile. Apprendiamo che il Cavaliere inviò all’imperatore d’Etiopia Menelick II (sia detto per inciso era il vincitore di Adua) dei campioni dei suoi prodotti, che furono così graditi da tradursi in un’ordinazione di varie casse di Amaro Salus, Liquore Galliano, Crema Cacao e Ponce al Mandarino. Il Vaccari non volle emettere fattura, così Menelick, notando che il marchio della ditta rappresentava già un moretto, pensò di sdebitarsi mandandogliene uno vero di quindici anni che si chiamava Mohamed Alì (e non Sidì Omar) e che parlava già discretamente la nostra lingua essendo stato al servizio di alcune famiglie italiane.

Due aneddoti. Il primo, che di certo non esalta l’etica dei nostri concittadini di quel tempo, mi viene riferito da Enrico Zucchi. Su testimonianza oculare di sua nonna, molti Livornesi avevano preso l’abitudine di tirare in mare qualche monetina e il Moretto si tuffava, le raccoglieva e nuotando come un pesciolino tornava a riva col meritato (aggiungerei anche vergognoso) bottino.

Negli anni ’70 un mio cugino che faceva lo chef a Perth, in Australia, ci venne a trovare e mi chiese se conoscevo il liquore Galliano, che continuava a rendere famosa la nostra città anche dall’altro capo del mondo. Io, allora ventenne, non ne avevo mai sentito parlare e credo che ben pochi a Livorno ne avessero memoria.

Oggi il Liquore Galliano (fig.  8) viene prodotto dalla ditta olandese Lucas Bols, controllata dal fondo di investimenti europeo ABN AMRO Capital, su ricetta originale e venduto ancora nella sua classica bottiglia lunga e stretta. Bols ne comprò i diritti dalla  Rémy Cointreau nel 2006.