Piazza Cavallotti negli anni ’50 e oggi

Anche negli anni cinquanta i ragazzi, come oggi, aspettavano con impazienza l’estate perché era il tempo delle scuole chiuse, quindi del tempo libero, dell’aria aperta, dei giochi.

Di Luciano Canessa

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Anche negli anni cinquanta i ragazzi, come oggi, aspettavano con impazienza l’estate perché era il tempo delle scuole chiuse, quindi del tempo libero, dell’aria aperta, dei giochi. Ogni mamma al mattino faceva la spesa e portava con sé i figli al Mercato Centrale o in piazza Felice Cavallotti, (la casa del M° Mascagni era ancora in piedi), sempre affollatissimi, oltre che chiassosissimi. Il contrasto con la scuola dove non volava una mosca e si doveva parlare uno alla volta era di tutta evidenza.

“A chi taglio le palle?” urlava in piazza Cavallotti una donna rubiconda che vendeva, dietro a un barroccino, il cavolfiore.“Tre palle una lira!”. Per una lira si intendeva cento lire. Un’altra venditrice poco oltre, a mo’ di sfida, sbraitava: “Che culi, che culi!”. Con quell’espressione si riferiva al fondo dei carciofi. La piazza, pimpante, era stracolma di massaie con la borsa della spesa sotto braccio, che guardavano la merce, i prezzi e quando si allontanavano senza comprare niente si sentivano dire dietro “Sposa ‘un t’accontenta nemmeno ‘ir ciuo del Palandri!”. Molte ignoravano, altre facevano le spallucciate, altre ancora replicavano: “è caro… ci pigli per il gargherozzo…” . Al che, altri ambulanti si intromettevano sentenziando: “Le donne son come la ri’otta, o crude o cotte son sempre dure a digerì”.

Famosa è anche la folgorante frase, a doppio senso, di quel verduraio che vedendo una donna tastare e rigirare i cavolfiori, a più riprese, sparò: “Sposa o cosa fa, mi tocca le palle?”. Di espressioni vernacolari se ne sentivano in quantità industriale: “Ci vuole Menanni” per dire che ci volevano meno anni al fine di stare bene in salute, oppure “Oggi questo tempo fa culaia” quando nuvole basse annunciavano maltempo, ma anche “Son teste e lische”, “Chiama e rispondi”. Altri scimmiottavano Beppe Orlandi cantando “Quand’ero nelle fasce mi’ madre mi diceva belle ‘osce”.

Fra tutti gli ambulanti e negozi, i più graditi dai più piccoli, e non solo, erano il tortaio Amerigo e il frataio Adriano, accanto al fornaio Gioli. Intorno aleggiava un profumo di cinque e cinque da risuscitare i morti. Non da meno il frate a bollore, tutto zuccherato. Poesia allo stato puro. Sì, perché chi gustava, sotto i denti, il 5e5 o il frate si trovava a camminare tre metri da terra a partire dal primo boccone. Il frataio Adriano si trovava in un piccolo fondo, o meglio un bugigattolo, e la vendita era gestita dal fratello Umberto. Adriano, nel retro, preparava l’impasto per i suoi favolosi frati. Inutile dire che c’era sempre la fila fuori del piccolo fondo. Attaccata a una parete, una caricatura di popolane livornesi faceva bella mostra di sé. Una popolana diceva: ‘Ir mi bimbo e cià ir mal di pancia e un ne pole più”. L’altra rispondeva: “Se voi ‘e ni passi piano piano mandalo a mangià un frate da Adriano”. Pubblicità di una volta.

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L’edificio fu abbattuto e Adriano proseguì l’attività dentro una baracchina lì nei pressi, ma i suoi frati erano talmente buoni che fu chiamato nell’aldilà dove ancora prepara frati per tutti. Nell’aldiqua il fratello Umberto proseguì l’attività dentro il Mercato Centrale, ma con scarsa fortuna. Il tortaio, Amerigo, sempre la fila fuori, era davanti al mercato in via del Cardinale, dove poi subentrò un’altra mitica torteria: Gagarin, tuttora in attività e guai a chi ce la tocca.

Nella piazza, accanto al norcino Battaglia, il negozio di salumeria-alimentari di Remo e Giulia Vitalizzi, quindi la mesticheria di Aladino. A pochissini metri l’edicola di Mario Del Bimbo, uno degli Scarronzoni insieme al più noto fratello Guglielmo, che usava la saracinesca della norcineria Battaglia, nel periodo di chiusura di essa da maggio a ottobre, per l’esposizione delle locandine.

Lungo il perimetro del palazzo Mascagni c’erano banchi di frutta e verdura, il bar Pelletti, poi Pellegro e Pellegra i quali vendevano acciughe salate che erano una delizia. Più avanti c’era il vinaio Biffoli che faceva anche da ristorante, ma tutti lo chiamavano “Da Tosca”, la figlia del Biffoli, che cucinava anche molto bene. Proseguendo ci si imbatteva nel mitico barbiere Goffredo Morelli che lì lavorò fino a pochi giorni prima di morire. Allora il taglio di moda era all’“umberta”, cioè capelli corti della stessa lunghezza, quasi a spazzola, all’indietro. Impossibile non parlare di Irma la piccina, perché bassa di statura. Raccoglieva gli scarti degli altri ambulanti e poi li vendeva. Un giorno fu artefice di un incidente, lanciò all’indietro un “cachi marcio” che colpì accidentalmente una signora con la pelliccia. Inutile dire che a fronte delle legittime rimostranze della signora impellicciata, Irene tirò fuori le sue “ragioni”, perfino urlando. I nomi che vado citando riempiono di gente in carne e ossa un mondo scomparso che senza identità precise rischierebbe di essere una mera ricostruzione. Mi corre l’obbligo, pertanto, di ringraziare Giampaolo Vitalizzi per avermi fornito vari nomi di ambulanti e gestori di negozi del tempo.

Per la pesatura della merce veniva in aiuto la stadera e lì dovevi stare attento perché certuni erano bravi a imbrogliare. Consisteva in un’asta metallica, tarata, un peso da spostare lungo le tacchette dell’asta, un gancio funzionante da fulcro e un piatto. Durante gli anni cinquanta, con il progredire della tecnologia, arrivarono in piazza bilance di tipo elettronico che in breve si estesero a tutti i venditori.

Già in quel periodo c’erano il negozio Baldeschi, che ha cessato l’attività circa quindici anni fa, e Bonatti il cui fondatore, Pietro, vendeva giornali e carta da imballo.

     In occasione del palio marinaro scoppiavano in piazza le guerre tra ragazzi dei vari rioni con lancio di pomodori, mele, capirotti, verdure varie. Le munizioni, certo, non mancavano e a proposito di palio, in via del Cardinale si potevano ammirare le finestre dipinte di bianco e giallo, i colori dell’Ovosodo.

Nel pomeriggio la piazza, abbastanza ripulita, diventava un campo di calcio fino a sera e le partite tra ragazzi potevano finire anche 65 a 58. Pure le strade per arrivare in piazza Cavallotti e al Mercato Centrale erano chiassose e dalle finestre aperte, in estate, uscivano cenni di vita familiare e le note delle canzoni che andavano per la maggiore: “Aprite le finestre al primo sole, è primavera, è primavera…”, la canzone vincitrice del festival di Sanremo 1956, cantata dalla debuttante Franca Raimondi. La gente sembrava allegra, senza fretta, e parlava, si salutava. I negozi, tanti, lungo le vie per arrivare in piazza Cavallotti sprigionavano profumo di forni accesi, di salami, formaggi, scagliozzi, caffè, cappuccini ecc.

Tutto rose e fiori? Nemmeno per sogno. Larga parte dei livornesi soffriva la fame e tanti vivevano nelle baracche, in Fortezza Nuova e a Coteto, patendo anche il freddo e l’umidità, con tutte le conseguenze immaginabili. Il ruolo svolto dall’ECA, Ente Comunale di Assistenza, fu essenziale per i molti assistiti in quel periodo. Quando il 15 dicembre 1952 una nave frigorifera americana, Grommet Reefer, andò a schiantarsi tra gli scogli dell’Accademia Navale ed Acquaviva per una violenta tempesta, troncandosi in due e riversando in mare tutti i viveri destinati al personale del Logistical Command di Campo Darby, fu un regalo di Natale per tanti livornesi. Quantità enormi di polli, tacchini, scatolette di burro e di ogni ben di Dio galleggiava in mare. Quante barche nello specchio d’acqua tra l’Accademia e Acquaviva ad arraffare il più possibile! Ma anche pescatori, improvvisati, da terra. Così, tante tavole di livornesi furono imbandite con quei viveri americani. Un autentico regalo di Babbo Natale! Per tanti, il miglior Natale.

E oggi la piazza? Sono trascorsi più di sessant’anni, la città è cambiata e con essa anche la piazza Cavallotti. Dei titolari di allora, di cui ho fatto cenno, non è vivo nessuno; i loro banchi, i loro fondi sono passati ai figli i quali hanno preferito vendere la proprietà. Oggi vi sono tanti stranieri che hanno regolarmente acquistato e regolarmente esercitano l’attività. Possiamo pretendere da loro la livornesità che va sempre più scemando anche tra noi livornesi? Gli amministratori locali hanno fatto scomparire, senza battere ciglio, la casa e il forno di Mascagni dalla piazza, le famiglie da tempo immemore preferiscono fare la spesa nei supermercati, sono stati ceduti, come detto, a non livornesi i banchi di piazza Cavallotti e pretendiamo di ritrovare le tradizioni che abbiamo calpestato? Siamo seri!

Presentemente la piazza Cavallotti è molto diversa, sono rimasti tra quelli di una volta solo il Battaglia e Bonatti, oggi “Battaglia Antica Norcineria” e “Bonatti Shop”. Ai più vecchi, presi dalle ombre del passato, la piazza come è non piace, ai loro occhi è una specie di Spoon River. Per i giovani, tutti presi dagli smartphone, da istagram, twitter e giochi di azzardo il problema non esiste e se per qualcuno esiste si tratta di “quisquiglie e pinsillacchere”, come diceva il grande Totò.

E allora? Protagonista assoluto è il tempo, che tutto trasforma.

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