Enrico Genovesi e Nomadelfia: Un’oasi di fraternità   

Enrico Genovesi, classe 1962, vive a Cecina e fotografa dal 1984, dedicandosi prevalentemente al reportage a sfondo sociale di storie italiane. I suoi lavori, principalmente sono progetti a lungo termine che hanno avuto riscontri positivi e premi in Italia e all’estero. Oltre ad essere state pubblicate su vari magazine, le sue fotografie hanno avuto sbocco editoriale per numerosi enti pubblici tra cui il Ministero della Giustizia, Asl, partenariati con la Comunità Europea, per una bibliografia che attualmente annovera più di dieci titoli.

di Annalisa Gemmi

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Enrico Genovesi, classe 1962, vive a Cecina e fotografa dal 1984, dedicandosi prevalentemente al reportage a sfondo sociale di storie italiane. I suoi lavori, principalmente sono progetti a lungo termine che hanno avuto riscontri positivi e premi in Italia e all’estero. Oltre ad essere state pubblicate su vari magazine, le sue fotografie hanno avuto sbocco editoriale per numerosi enti pubblici tra cui il Ministero della Giustizia, Asl, partenariati con la Comunità Europea, per una bibliografia che attualmente annovera più di dieci titoli.

Ha collaborato con la storica Agenzia “Grazia Neri” e, fino al 2012, è stato rappresentato da Emblema Photoagency.

L’ultimo progetto di Enrico Genovesi si chiama “Nomadelfia”.

La comunità di Nomadelfia, piccola frazione del Comune di Grosseto, viene percepita dal fotografo come un’oasi di fraternità. è una comunità cattolica composta da 300 persone che, storicamente, ha come scopo principale quello di dare una famiglia ai bambini abbandonati o in difficoltà.

La sequenza fotografica di Genovesi ci racconta in maniera discreta, sensibile e profonda la loro quotidianità.

Il nome Nomadelfia deriva dai termini greci nomos e adelphia che significa “Dove la fraternità è legge”. La narrazione fotografica che ci propone Genovesi è la testimonianza concreta dell’esistenza di un vissuto collettivo assimilabile ad un’“utopia contemporanea” che però si rivela assolutamente perseguibile. 

Il libro contenente gli scatti di Enrico è stato inizialmente finanziato attraverso una campagna di crowdfunding, campagna di assoluto successo visto le numerose adesioni.

Nel volume, si possono leggere interventi testuali a cura del poeta e scrittore Franco Arminio, della photo editor Giovanna Calvenzi e del sociologo Sergio Manghi.

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- Enrico, parlaci di Nomadelfia, quando è iniziato questo tuo progetto fotografico e come è stata accolta la tua presenza?

Il progetto è iniziato nel 2017 ed è durato quattro anni, durante i quali mi sono progressivamente integrato all’interno della comunità stringendo anche profondi legami di amicizia. Ho cercato di mettere a disposizione la mia professionalità e dedizione per raccontare una realtà che ancora oggi è a molti sconosciuta. 

- Come ti immaginavi l’idea di comunità?

Devo confessare che quando mi sono avvicinato per la prima volta a questa realtà, ne avevo un’idea piuttosto vaga. Il termine stesso di “comunità” mi faceva immaginare qualcosa di chiuso, fisicamente circoscritto e di autoreferenziale. è stata quindi una sorpresa constatare che quanto ipotizzavo, forse con qualche preconcetto, si è rivelato totalmente sbagliato. In Nomadelfia non esistono cancellate, muri di confine o varchi d’ingresso. Non è infatti una realtà chiusa, né fisicamente, né mentalmente. Di fatto Nomadelfia è collocata in un’area rurale “aperta”. Sì, è vero, la loro vita si svolge principalmente all’interno di quest’area dove viene portata avanti una attività agricola e

      altre di varia natura, ma il rapporto con l’esterno è continuo.

- Cosa ti ha colpito della storia della comunità?

Sono davvero molti gli aspetti significativi che riguardano Nomadelfia e la sua storia. Tra questi potrei citare ad esempio la presenza di una singolare figura materna denominata “mamma di vocazione”: donne consacrate che rinunciano al matrimonio e che scelgono di vivere una maternità virginea rendendosi disponibili ad accogliere figli in stato di abbandono o disagio. Questa forma di maternità nasce nel 1941 con Irene, che a 18 anni decide di farsi mamma dei ragazzi accolti da don Zeno. Mamma Irene ha cresciuto 58 figli ed è deceduta il 15 maggio 2016 all’età di 93 anni. Successivamente altre donne hanno seguito il suo esempio e hanno educato decine di figli.

- Progetti futuri?

Per adesso mi sto principalmente concentrando nel portare avanti la divulgazione del libro “Nomadelfia”, attraverso varie presentazioni in giro per l’Italia. Certamente mi sono occupato di seguire in parallelo anche ad altri impegni fotografici ma in questo momento gran parte delle mie energie sono orientate nel far conoscere questa splendida realtà a cui ho dedicato quattro anni del mio lavoro e della mia professionalità fotografica.

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