Ricordo di Frida Misul

Sul cancello d’ingresso di molti lager nazisti era posta, spesso, una beffarda frase, divenuta poi simbolo delle menzogne raccontate riguardo ai campi di sterminio in cui le disumane condizioni di vita, i lavori forzati ed il conseguente finale di morte, contrastavano con il significato del motto stesso. “Arbeit macht frei”,  alla lettera, “Il lavoro rende liberi”.

Di Michela Gini

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Sul cancello d’ingresso di molti lager nazisti era posta, spesso, una beffarda frase, divenuta poi simbolo delle menzogne raccontate riguardo ai campi di sterminio in cui le disumane condizioni di vita, i lavori forzati ed il conseguente finale di morte, contrastavano con il significato del motto stesso. “Arbeit macht frei”,  alla lettera, “Il lavoro rende liberi”. Ed è proprio in vista della Giornata della Memoria, che si celebrerà il 27 gennaio, data in cui,  nel 1945,  le truppe dell’Armata Rossa liberarono il Campo di concentramento di Auschwitz, rivelando per la prima volta al mondo intero gli orrori del genocidio nazi-fascista, che ho deciso di ricordare la tragica esperienza di Frida Misul, concittadina sopravvissuta all’Olocausto.

Un lavoro, sempre riflettendo sul moraleggiante aforisma, che garantisce una tale libertà di scelta da non poter neanche decidere del proprio pudore: ed è consultando  una ricerca, riguardante le testimonianze scritte da 15 ex deportati italiani nel Campo di concentramento di Flossenburg , pubblicata dalla Romanische Studien, che rimango colpita dalla dedica commemorativa posta dalla famiglia sulla lapide di un diciannovenne di Gorizia:

Pierpaolo Squadrani / Anni 19 / Internato quale “lavoratore” / Al Campo di Concentramento di Flossenburg / Il 16 Dicembre 1944 / Assassinato da un militare tedesco / A Lobositz il 28 Aprile 1945 / Germania!   

Il giovane friulano, dopo giorni e giorni di permanenza su un carro merci, fu fatto scendere in territorio cecoslovacco, insieme ad altri deportati, per i propri bisogni corporali. Ingenuamente si diresse verso un cumulo di rape marce, in cerca di un minimo d’intimità, ma essendosi allontanato troppo dal gruppo fu fucilato all’istante dal vecchio posten che, imbracciato il fucile, lo colpì in mezzo alla fronte.

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A raccontare di lui è l’amico Rusich De Moscati che sottolinea il sentimento del senso di colpa, avvertito spesso nei confronti di un compagno per cui non si è potuto fare abbastanza. Un senso di  colpa provato perfino per il solo fatto di essere sopravvissuti rispetto ad altri che non ce l’hanno fatta.

E dopo l’armistizio firmato dal generale Badoglio in Sicilia, considerato dai nazi-fascisti come un atto di tradimento, anche il solo fatto di essere di nazionalità italiana diventa motivo di pregiudizio e di ulteriori atti di razzismo,  sia da parte dei tedeschi che dei prigionieri di altre nazionalità.

A testimonianza di questo aspetto è proprio il racconto di Frida Misul, livornese di origine ebraica, che amava la musica e canto (al ritorno dalla deportazione prese lezioni anche di violino dal M° Mario Onorati: un legame che è stato rafforzato anche dalla topono-

     mastica cittadina che vede le strade a loro dedicate una accanto all’altro nei pressi del PalaModigliani), arrestata ad Ardenza il 1° aprile 1944 dalla polizia italiana,  internata dapprima a Fossoli, poi ad Auschwitz e successivamente a Wilischtal, luogo in cui ha subito la punizione doppiamente razzista, per la sola colpa di essere ebrea e pure italiana, di cui lascia una struggente narrazione: “Mentre avvicinavo la scodella, la Kapò mi guardò in viso e mi disse – tu italien – ed io tutta sorridente risposi di si. Alla mia risposta mi diede una bastonata dicendomi che per gli italiani non esisteva supplemento, perché noi eravamo considerati dei vili e dei traditori. Mi prese il nodo alla gola e cominciai a piangere, allora quella maledetta Kapò mi prese per un braccio e mi portò nel blocco dove c’erano le mie amiche, poi chiamò due tedesche e mi fece bastonare a sangue. Quando videro che ero priva di forze, mi chiesero se avevo ancora fame, poi mi lasciarono li per terra dove grondavo sangue dal naso e dall’orecchio. Le mie care amiche vennero subito a darmi aiuto, cercarono di farmi riprendere forza e con buone parole cercarono di farmi coraggio dicendomi di sopportare con ra”“.  

Il lavoro non rende liberi neanche di manifestare tranquillamente e con orgoglio la propria provenienza. Questo si può fare solo tra connazionali, mentre, in mezzo all’odore acre del crematorio, la forza dei ricordi e il ritratto idealizzato della terra d’origine assumono una tale intensità che sembra di risentire l’odore del cibo preparato dalla mamma, del caffè alla mattina e, come racconta un tal  Bocchetta, anch’egli internato a Flossenburg, della voglia anche soltanto di “[…]  un bicchiere di vino. Io che sono astemio e mi ripugna l’alcool. Ho voglia di un bicchiere di vino e ne ricordo il profumo come un alcolizzato […]”. 

I ricordi, quelli non può toglierceli nessuno. La memoria è l’unica cosa che può renderci veramente liberi, un “vaccino prezioso contro l’indifferenza, che ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare”. Daccordissimo con la signora Segre,  aggiungerei, la deve usare.      

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