Giada Menicagli, il mare e il cielo negli occhi

Giada Menicagli nacque il 19 marzo 1974 e a Shangai dove viveva in via  Filzi 84, nei pressi della chiesa, la conoscevano quasi tutti. Era una ragazza normale per i suoi tempi e per l’età: fidanzata, ben curata esteticamente, studentessa universitaria, dolcissima, religiosissima. Il cancro se la portò via a 29 anni non ancora compiuti. “Un medulloblastoma multifocale del cervelletto – scrisse il fratello don Fabio – che decretava la sua vittoria fin dall’inizio, ma che ha dovuto combattere, per ben due volte, contro la voglia di vivere di Giada. La terza ha vinto o meglio ha perso perché è morto”.

Di Luciano Canessa

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Giada Menicagli nacque il 19 marzo 1974 e a Shangai dove viveva in via  Filzi 84, nei pressi della chiesa, la conoscevano quasi tutti. Era una ragazza normale per i suoi tempi e per l’età: fidanzata, ben curata esteticamente, studentessa universitaria, dolcissima, religiosissima. Il cancro se la portò via a 29 anni non ancora compiuti. “Un medulloblastoma multifocale del cervelletto – scrisse il fratello don Fabio – che decretava la sua vittoria fin dall’inizio, ma che ha dovuto combattere, per ben due volte, contro la voglia di vivere di Giada. La terza ha vinto o meglio ha perso perché è morto”.

La malattia si presentò improvvisamente, era il 4 settembre 1999, e le speranze di guarigione apparvero subito molto ridotte, come affermò il fratello. Giada si sottopose alle terapie e agli interventi chirurgici con fiducia e determinazione. Ci furono anche momenti in cui si pensò che potesse uscire dal tunnel, invece il 5 dicembre 2002 fu trasferita all’Hospice per le cure palliative.

Dopo l’ultima chemioterapia  aveva detto: “Mamma non te la prendere che voglio lasciare te e babbo, ma sono tanto stanca”.

Passò dicembre. Il 4 gennaio 2003, poco dopo le 22, il cuore della dolcissima Giada cessò di battere. Aiutata dalle infermiere, la mamma Manuela, con grande forza d’animo, potè prepararla personalmente facendole indossare una veste bianca. Una telefonata al vescovo Diego Coletti per informarlo, quindi l’arrivo nel reparto d’ospedale di amiche e amici della chiesa della Sacra Famiglia di Shangai, ma non solo.

A qualche intimo fu consentita la veglia intorno al letto fino alla mattina della domenica, poi alle 12 Giada fu trasferita nella chiesa del suo quartiere, piena di persone, anzi molte assiepate fuori, sul sagrato e sul marciapiedi di fronte.

Ma non sembrava una celebrazione funebre. “Io non ero a un funerale” disse una signora “ma a un matrimonio”.

La chiave di lettura era che Giada andava in sposa a Gesù, nello Spirito Santo. Durante la celebrazione eucaristica il vescovo Coletti volle ringraziare il Signore per avergli dato la “Grazia” di conoscere una ragazza come Giada. Fu tumulata due giorni dopo e il fratello don Fabio incise sulla calce fresca alcuni raggi intorno alla croce a significare la “Resurrezione”. Poi scrisse “ALLELUIA”.

Giada aveva frequentato la scuola elementare del quartiere “Oreste Campana”, in via Paretti, e molti compagni di classe la ricordano sempre allegra e sorridente. In particolare Fabio, compagno dell’intero ciclo, la ricorda come una ragazzina molto intelligente e sensibile. Era anche bella, con lineamenti delicati e occhi azzurri che più azzurri non era possibile. Aveva un grande senso del dovere: studiava con impegno ed era tra i migliori della classe. Legava con tutti e tutti le volevano bene.

Fabio si ricorda i giochi in classe durante l’intervallo, in particolare una specie di “rubabandiera”, con compagni, allegri,  disposti in cerchio, tra i banchi, le sedie e la cattedra. Soprattutto ricorda, con una certa commozione, una gita scolastica a Firenze. Al ritorno, in treno, nello scompartimento del vagone, Giada, Irene, Sergio, Fulvia, Claudia e lui stesso cantarono ininterrottamente per tutto il viaggio la canzone di Angelo Branduardi “Alla fiera dell’est” (Alla fiera dell’est,  per due soldi, un topolino mio padre comprò…). Un trionfo di ritmo musicale, suoni, parole e colori fatti propri da bambini in gita, lontani dal mondo con le sue malefatte.

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Nella mente di Fabio sono rimasti, indelebili, il sorriso, gli occhi di una ragazzina e le note di una canzone in un viaggio sul treno di tanti anni fa. Giada continuò a studiare seriamente anche alla scuola media Marradi, all’ITC ‘A. Vespucci’ e all’università dove frequentò la facoltà di giurisprudenza, ma poiché voleva impegnarsi nel mondo dei ragazzi vittime di soprusi, studiò anche psicologia e pedagogia.

A chi chiede, ancora oggi, come faceva Giada ad avere, anche da adulta, quegli occhi di mare e di cielo che incantavano, è facile rispondere che i suoi sentimenti non furono mai macchiati dalla gelosia, dalla rabbia o dall’odio che tanto dilaniano gli esseri umani.

In occasione della sua prima comunione non volle scegliere l’abito, si affidò a una sua amica, Marzia, che espresse una preferenza per lei. L’abito lo sentiva una formalità. Un fatto molto importante questo,  da collegare strettamente a un altro momento, all’incontro con la Sacra Sindone avvenuto il 14 maggio 1998. Ecco quel che scrisse Giada: “Quando ci siamo fermati davanti al luogo che segnava l’inizio del percorso di meditazione ho avvertito una sensazione strana: non volevo presentarmi a Te con oro e rossetto. Dovevo venire da Te così come ero. C’era l’esigenza di spogliarmi di me stessa, di mettermi a nudo di fronte a Te”.

Voleva incontrare Gesù in semplicità, spogliarsi di tutti gli orpelli, perché inutili alla presenza della Sacra Sindone, perciò si tolse il rossetto, l’oro e il braccialetto. Avrebbe voluto liberarsene, le passò dalla mente anche di regalarli perché li sentiva una colpa in quell’ambiente sacro. Poi, pensando al dopo, non lo fece.

Il progressivo avvicinarsi alla Sindone provocò in lei una tensione sempre più forte. Il fratello Fabio le era vicino, ma lei si isolò da tutti, perché l’incontro era personale. Scrisse “il mio cuore ormai Ti vedeva” e piano piano la sua anima si sciolse in lacrime. A ciò fece seguito il bisogno di inginocchiarsi, lei che, di solito, non sentiva “proprio” quell’ atto. Rimessasi a sedere, rimase in silenzio, ma Lui le parlava e le metteva dentro i semini che avrebbero dato risposte “al suo non sapere”. Così descrisse l’incontro, parola, quest’ultima, scritta con la i maiuscola.

Svolse anche una accurata opera di catechista, tutta pervasa dal desiderio di far conoscere Gesù ai bambini, ma anche dalla preoccupazione di non riuscire a farlo. Aveva un’alta capacità di ascoltare i problemi degli altri ed era sempre al fianco di chi aveva bisogno di aiuto. Anche in ospedale, durante le degenze, sia a Livorno che al Niguarda di Milano, portò la parola di Cristo, finché le forze glielo consentirono, tanto da suscitare ammirazione tra gli infermieri e i medici. Anche quelli atei. I rapporti con i degenti continuarono anche dopo le dimissioni dall’ospedale.

Nella Pasqua 2001, augurando una buona festa a tutti, invitò a “pregare ogni giorno per TUTTE quelle persone che sono malate in modo grave. Oppure ancora più bello sarebbe andare a trovare “Gesù”. Nei reparti di oncologia e radioterapia, per esempio, vi assicuro che è facile incontrarlo ed è altrettanto facile portarlo”. 

Giada visse una normale storia d’amore con il fidanzato, Samuele, perché aspirava a una vita di moglie e di mamma. Si sentiva “chiamata” per questa missione. L’amica Silvia ricorda i sabati sera trascorsi con il proprio fidanzato e Giada con Samuele in pizzeria, e le condivisioni dei sogni e dei passatempi in comune, come preparare i dolci, le candele o andare al mercatino.

A Giada era caro il vi-

    vere terreno, carico di affetti, ma il tutto lo vedeva proiettato verso la gloria perpetua, l’immensità dell’amore. Tutto in terra era, per lei, un passaggio all’eterno.

Molti parrocchiani sentono di doverla ringraziare per i doni che ha loro lasciato. Quello più grande è stato il coraggio cha hanno ammirato in lei durante il periodo della malattia, del dolore fisico. Inoltre vari detenuti hanno detto di aver trovato la fede grazie alla vicinanza di Giada che li aiutò “a tagliare le erbacce e gli ostacoli mentali che impedivano di guardare avanti”.

Don Teodoro Biondi, parroco della parrocchia della Sacra Famiglia, che la conosceva bene, così disse a un anno dalla morte di Giada, il 4 gennaio 2004: “C’è la Messa ma non in suffragio di Giada, perché Giada non ha bisogno di suffragio, Giada è già tra le schiere dei Santi, celebriamo la Messa per festeggiare il suo primo anno in Paradiso”. E a chi chiese dove erano i miracoli rispose: “Ci sono Manuela (accettazione), Roberto il babbo (un uomo nuovo) e ce ne sono altri, molti altri”.

I fedeli della parrocchia Sacra Famiglia chiamano Giada la “piccola santa della comunità”, perché tutte le persone che sono venute a contatto con lei, anche solo attraverso i suoi scritti, sono diventate migliori, più ricche nell’anima. Recentemente il vescovo Simone Giusti ha informato che l’immobile delle ex suore Venerini, in via Lopez, sarà in gran parte destinato a dare ospitalità ai ragazzi dai 13 ai 18 anni così da impedire che si dividano le famiglie i cui fratelli più piccoli sono alla “Casa Papa Francesco”, già operante. Ha anche detto che quel settore dell’immobile in via Lopez sarà nominato “Casa Giada Menicagli”con la seguente motivazione: “L’intitolazione prende il nome di una ragazza di Shangai morta giovane in concetto di santità”.

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