Giochi e svaghi degli anni Cinquanta

Parlare dei giochi e passatempi degli anni cinquanta vuol dire fare un salto in un altro mondo. Non c’erano i personal computer o le play station, né i tablet, quindi niente giochi elettronici.

di Luciano Canessa

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Parlare dei giochi e passatempi degli anni cinquanta vuol dire fare un salto in un altro mondo. Non c’erano i personal computer o le play station, né i tablet, quindi niente giochi elettronici. Nelle case si usava ancora il trabiccolo e il cardano, però, udite udite, c’era in tutti una grande speranza nel futuro.

Le donne avevano acquisito, da poco, il diritto di votare alle elezioni politiche e Mario Ferretti, in radio, metteva i brividi con le radiocronache sul ciclismo: “C’è un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”. De Gasperi, Togliatti, Nenni!  Ma chi erano al cospetto di Coppi, il Campionissimo?

La TV, in bianco e nero, arrivò a metà del decennio proponendo per i pochissimi ragazzi che avevano la fortuna di avere il televisore in casa Il mago Zurlì, con Ciro Tortorella, e il cane Rin tin tin con il bambino-soldato Rusty (interpretato dall’attore americano Lee Aaker che è morto il 14 aprile scorso in Arizona, all’età di 77 anni, ndr). La sera giganteggiavano  “Lascia o raddoppia?” e il “Musichiere”, trasmissioni che, per la verità, la stragrande maggioranza della gente vedeva al bar mandando i propri figli un’ora prima che iniziassero le trasmissioni a occupare le sedie a beneficio della famiglia. “Ginooo mi fai ir caffè” sentivi dire, mentre Paola Bolognani, in TV, rispondeva, sicura e sorridente, alle domande sul calcio in Lascia o raddoppia?

Pochi erano quelli che avevano il telefono in casa. E anche il frigorifero, la lavatrice arrivarono nelle case alla fine del decennio. Io vivevo felicemente il mio presente e mi annoiavo solo a scuola. Ricordo con nostalgia il giardino di via delle Grazie dove potevo sconfinare, senza problemi, addirittura fino alla recinzione del cinema estivo Ariston, all’Attias;  d’estate, la sera, vedevo gratis un quarto di schermo dove proiettavano i film con i più importanti attori del tempo;  nelle sere senza proiezione giocavo nel gran giardino senza confini,  mentre, intorno a me, le lucciole con la loro luce intermittente facevano intravedere il vivido fico, il pallido pero, il pozzo magico… Che bellezza! 

A 11 anni, mentre in Italia imperversavano ancora le mielose canzoni cuore-amore con cantanti immobili davanti al video (Elvis Presley si farà conoscere in Italia di lì a poco), mi fu permesso di andare in piazza Magenta, (lato destro per chi guarda la chiesa in facciata) e lì conobbi i giochi di strada.

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Le bimbe giocavano, soprattutto, al girotondo e a un due tre stella, ma per un maschio fare quei giochi voleva dire essere bollato, per sempre, come finocchio, la qual cosa era bene evitare per non ricevere sberleffi dalla mattina alla sera. Le bimbe facevano anche il gioco delle belle statuine, del cerchio con due bacchette di legno, il “mondo” (a zoppetto si dovevano spostare su quadrati disegnati sul selciato, lanciando prima un sasso piatto)  e cantavano le filastrocche. Ma quante ne conoscevano! “Giro girotondo, il pane è cotto in forno, un mazzo di viole…”, “Oh quante belle figlie Madama Dorè, oh quante belle figlie…”, “Oh che bel castello marcondiro’ndiro ‘ndello, oh che bel castello marcondiro ‘ndiro ‘nda…”.

Il rimpiattarello, o nascondino, era un gioco universale, lo potevano fare maschi e femmine tranquillamente.

Tra i maschi il gioco più praticato era il calcio, vigili urbani permettendo. “Aiò la pulaaa”, era il grido di allarme. Il loro arrivo, durante lo svolgimento della partita,  creava un fuggi fuggi generale, cercando di mettere in salvo, innanzi tutto, il pallone che, altrimenti, veniva requisito.

Un altro gioco molto praticato era il ciclismo…a tappini. Ai tappi, a corona, delle bottiglie della birra o aranciata si applicavano all’interno  le figurine dei campioni di ciclismo di allora, Coppi, Bartali, Magni, Koblet, Kubler, Gaul ecc. Le macchine erano poche, allora, ancor meno in via Poggiali (insomma s’andava parecchio a piedi e in filibusse), così con il carbone o il gesso si tracciava in strada un circuito con rettilinei, curve, contro curve, salite e discese. A turno, con un colpo del dito indice o medio della mano (biscotto), si faceva avanzare il tappino, ma se il tappino usciva dal circuito si tornava nella precedente postazione ed equivaleva a una “foratura”. Le salite erano i marciapiedi e non era facile superarli. Con un biscotto dall’alto in basso si doveva colpire il tappino in modo da farlo “volare” sul marciapiede entro il tracciato.

D’estate, al mare, facevamo il circuito nella sabbia e si giocava con le biglie (in piazza Magenta “le palline”) di terracotta o di vetro. Ore ed ore di puro divertimento sotto il sole che ti faceva la schiena rovente. Le creme solari di protezione non ci erano ancora note.

I maschi più tosti di piazza Magenta facevano la sassaiola.

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Le bimbe giocavano, soprattutto, al girotondo e a un due tre stella, ma per un maschio fare quei giochi voleva dire essere bollato, per sempre, come finocchio, la qual cosa era bene evitare per non ricevere sberleffi dalla mattina alla sera. Le bimbe facevano anche il gioco delle belle statuine, del cerchio con due bacchette di legno, il “mondo” (a zoppetto si dovevano spostare su quadrati disegnati sul selciato, lanciando prima un sasso piatto)  e cantavano le filastrocche. Ma quante ne conoscevano! “Giro girotondo, il pane è cotto in forno, un mazzo di viole…”, “Oh quante belle figlie Madama Dorè, oh quante belle figlie…”, “Oh che bel castello marcondiro’ndiro ‘ndello, oh che bel castello marcondiro ‘ndiro ‘nda…”.

Il rimpiattarello, o nascondino, era un gioco universale, lo potevano fare maschi e femmine tranquillamente.

Tra i maschi il gioco più praticato era il calcio, vigili urbani permettendo. “Aiò la pulaaa”, era il grido di allarme. Il loro arrivo, durante lo svolgimento della partita,  creava un fuggi fuggi generale, cercando di mettere in salvo, innanzi tutto, il pallone che, altrimenti, veniva requisito.

Un altro gioco molto praticato era il ciclismo…a tappini. Ai tappi, a corona, delle bottiglie della birra o aranciata si applicavano all’interno  le figurine dei campioni di ciclismo di allora, Coppi, Bartali, Magni, Koblet, Kubler, Gaul ecc. Le macchine erano poche, allora, ancor meno in via Poggiali (insomma s’andava parecchio a piedi e in filibusse), così con il carbone o il gesso si tracciava in strada un circuito con rettilinei, curve, contro curve, salite e discese. A turno, con un colpo del dito indice o medio della mano (biscotto), si faceva avanzare il tappino, ma se il tappino usciva dal circuito si tornava nella precedente postazione ed equivaleva a una “foratura”. Le salite erano i marciapiedi e non era facile superarli. Con un biscotto dall’alto in basso si doveva colpire il tappino in modo da farlo “volare” sul marciapiede entro il tracciato.

D’estate, al mare, facevamo il circuito nella sabbia e si giocava con le biglie (in piazza Magenta “le palline”) di terracotta o di vetro. Ore ed ore di puro divertimento sotto il sole che ti faceva la schiena rovente. Le creme solari di protezione non ci erano ancora note.

I maschi più tosti di piazza Magenta facevano la sassaiola.

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