Gli Armeni a Livorno

Ferdinando I Medici emanò, tra il 1591 e il 1593, le Leggi Livornine, un provvedimento di natura politico economica che risultò lungimirante. “…A tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri … concediamo … libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie, senza partire...

di Luciano Canessa

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Ferdinando I Medici emanò, tra il 1591 e il 1593, le Leggi Livornine, un provvedimento di natura politico economica che risultò lungimirante. “…A tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri … concediamo … libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie, senza partire... Vi concediamo, che possiate comprare in Livorno un campo di terra, per poter in esso sopelire i vostri morti, e che in esso non possiate esser molestati…”.   Ebbe così origine, quando Livorno era ancora in costruzione e circondata dalle paludi, un percorso verso una realtà cosmopolita e interreligiosa straordinaria. Mentre nel mondo si versava sangue come fosse acqua per motivi religiosi e politici, dentro le mura del Buontalenti  uomini di varie nazionalità e religione, nonché di lingua diversa, lavoravano fianco a fianco e in porto attraccavano navi cariche di merci, ma anche di idee.

La presenza di numerose comunità straniere, impegnate in imprese commerciali, con filiali in lontani porti del Mediterraneo e dell’Atlantico, rese Livorno una città prospera. Montesquieu scriverà che Livorno era la località più florida d’Italia. Tutto tranquillo? Assolutamente no, ma i problemi e gli scontri, sotto i Quattro Mori, erano superati dal comune interesse, cioè gli interessi commerciali. I Medici, tra lusinghe e minacce, furono abili banchieri e statisti.

Dunque, Ferdinando I  invitò a Livorno, come detto sopra,  anche gli Armeni, ma è accertato che già nel 1582 faceva funzioni di console, a Livorno, per conto dello Scià di Persia, un mercante armeno di nome xoc^a Kirakos Mirman, per cui già a quella data ci doveva essere la comunità di cui si tratta.

Paolo Castignoli scrive di un duplice raggruppamento: Armeni persiani e dell’Armenia maggiore, e Armeni levantini, sudditi del turco. Tra loro, concreti dissidi di carattere religioso.

Vestivano all’orientale con la tiara o il turbante in testa, tunica, panciotto, mantello, calzoni e pantofole, ma alcuni vestivano anche all’europea. Tra le merci da loro trattate si ricordano prodotti di seta e lino, persiani e indiani, spezie, perle, pietre preziose ecc., inoltre introdussero la lavorazione del corallo a Livorno, prima degli ebrei.

Si ricorda anche l’attività nella stampa. La prima pubblicazione livornese risale al 1642 (o 1643) a cura del sacerdote Yovhannes di Giulfa che aprì una tipografia dentro le mura e dette alle stampe un piccolo Salterio di David, con i caratteri di quella lingua che fece fondere a Roma. Forse perché non trovò l’aiuto sperato, poco dopo lasciò Livorno dove, però, giunse il più grande degli stampatori armeni il vardapet (sacerdote) Oskan di Erewan, arcivescovo e monaco di S. Ecmiazin.

Nel 1627 gli Armeni cattolici e con fissa dimora, dentro le mura del Buontalenti, erano cinquanta e per la loro vita spirituale fu mandato da Roma un missionario armeno,  che rimase molti anni, poi sostituito da due vardapet, riconosciuti da Roma, che però non risultarono graditi dalla comunità, divisa, tanto che furono allontanati suscitando scontento presso la Santa Sede che cominciò a nutrire diffidenza verso la nazione armena.

Castignoli riferisce  della eterodossia dei persiani e della maggiore arrendevolezza dei levantini (cattolici, di rito diverso) nei confronti della Santa Sede. La frattura ritardò la costruzione di una loro chiesa, mentre ogni altra “nazione” poté costruire il proprio luogo di culto senza difficoltà. L’impedi-

     mento nacque dai vari Arcivescovi di Pisa, succedutisi nel tempo, che scrivendo a Roma manifestavano le loro perplessità circa “il calore di Rito Cattolico” dei maggiorenti Armeni, temendo che poi gli stessi notabili volessero introdurre, di fatto, una chiesa acattolica.

In assenza di una loro chiesa, i sacerdoti armeni celebravano i servizi liturgici nel tempio dei Francescani, intitolato alla Madonna, ma anche in S. Giulia e presso la Confraternita della Misericordia. Pure i loro defunti erano sepolti nelle predette chiese che loro chiamavano “latine”.

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Carovana dei Carbonai

I carbonai erano facchini adibiti allo scarico del carbone dalle navi, bastimenti o navicelli. Il carbone veniva scaricato riempiendo con pale i cestoni di vimini (chiamate “coffe”), che i facchini aiutandosi fra loro, si caricavano sulle spalle e dopo aver percorso una passerella di legno adagiata fra bordo della nave e la banchina, procedevano a caricare vagoni ferroviari, camion e piazzali adiacenti alla banchina stessa.

Il lavoro spesso durava per settimane. Immaginate le condizioni di lavoro a  quell’epoca, in cui mancava quasi tutto!

I lavoratori dopo una giornata di lavoro, si lavavano con acqua in conche di coccio (le docce dovevano ancora venire!), aiutandosi con spicchi di limone per togliere il nero da sotto gli occhi, spesso con scarsi risultati. Poi era tradizione prima di rientrare a casa, si fermavano all’osteria per bere alcuni bicchieri di vino.

Anche questa era una Carovana storica, che datava dall’ottocento e che poi confluì con le altre nella Compagnia Lavoratori Portuali.

Fra i componenti della Carovana si ricordano le famiglie Ciucci, Landi, Brondi, Bianchi, Antonini (detto Pece), Antonacci, Vivaldi, Porri, Camici, Lunardi, Scutomella, Vestri, Giuliani, Cavallini, Voliani, Bitossi, Ghiomelli, Politi, Catone, Lorenzini, Pacini, Doria,  Battini, Piram Ugo, Pellegrini, Pannocchia, Bastrei, Piccini Umberto e Amleto, Pinucci, Frangini, Zingoni, Martelli, Lavoratori, Angella Edilio (detto Il Carrarino) Lomi, Scotto, Campani, Grossi Oreste, Fanelli Ado, Giroldini, Fassi, Del Corona Gino, Ciampini Dino, Comparini, Livori,  Casabona, Bonaretti Silvio, Bonaretti Angiolo, Cioni Giuseppe, Colombi, Colombini  Aliberto Colombini Rodrigo (detto Il Norvegiano), Colombini Silvio, Ghezzani Ghino, Papini, Pampana, Suardi Oreste e Rizzieri, Raugi, Gioli, Grassi, Gozzani,  Costanzo, Del Vivo, Brilli Giuseppe, Marcaccini,  Manzi, Alberto Santilli ecc..

La famiglia Suardi era arrivata a Livorno negli anni Seicento, quale componente di una Carovana di facchini Bergamaschi, il cui capo era un certo Vincenzo proveniente dalla cooperativa Pisana. Detta carovana aveva un organico di soli 50 persone, insufficienti per fronteggiare il carico di lavoro  e per tanto nel 1825  ottenne la collaborazione di un’altra cooperativa che era la “Venezia” detta i Monelli, composta solo di abitanti del quartiere, alla quale fu ceduto il lavoro  dello sbarco e imbarco del Baccalà e Stoccafisso.

Alcuni componenti della ‘Bergamasca’, provenienti dal lavoro delle miniere di carbone furono inseriti nella Carovana dei Carbonai, altri nella carovana delle merci varie.

Poco dopo l’inizio del Novecentotrenta, un certo Ciucci, capostipite dell’omonima famiglia, occupava secondo le usanze dell’epoca, tre posti di lavoro nella Carovana Carbonai. Ciucci amante della pesca, cedette uno dei suddetti posti a persona estranea al lavoro portuale, ovvero a Umberto Piccini (detto Mangia labbra) che a sua volta cedette al Ciucci una postazione per la pesca delle “cee”, di cui era titolare.

Questo scambio segno l’ingresso della famiglia Piccini nella realtà portuale e uno dei figli di Umberto è Italo Piccini diventando negli anni Sessanta Console della Compagnia Lavoratori Portuali, successivamente presidente della CILP Impresa Portuale, dando anche inizio ad una sorta di “dinastia presidenziale”, dato che il di lui figlio, Roberto, diventò Presidente della C.L.P.

Anche dalle vicende della Carovana Carbonai si è tramandato un gustoso aneddoto, che ora racconto.

Bastrei Menotti Ferruccio (detto Il Capitano) passato nel 1929  nei facchini del facchinaggio della merce varia,

     dopo una giornata passata sotto la pioggia a lavorare con fatica il carbone con pala e coffa, s’incammina lentamente verso casa per andarsi a lavare nella conca di coccio (come ricordato prima non esistevano ne vasche ne docce!).

Giunto a casa, morto dalla fatica, la moglie apre la porta e li porge due brocche di rame, dicendoli: “Dato che sei già bagnato, se vuoi lavarti, scendi e riempi le brocche perché l’acqua è finita!”.

Bastrei tranquillamente prende le brocche e va a riempirle, fatto questo, sale a casa  bussa alla porta con i piedi, e quando la moglie apre la porta, li rovescia addosso tutta l’acqua e dice: “Dal momento che sei tutta bagnata ora scendi te e vai a riempirle”.

Addirittura qualche ‘carbonaio’, ritornando a casa dopo il turno di lavoro si sdraiava a terra sopra a delle stoie per non insudiciare il pavimento e non litigare con la moglie, dicendo che il “duro” faceva riposare meglio; altri non si lavavano neppure dicendo “Tanto domani mi ritocca… cosa mi lavo a fa!”.

Dobbiamo comunque pensare che i lavoratori dell’epoca, malgrado la loro ignoranza e la pochissima cultura, hanno tramandato valori che non esistono più e, invece di criticarli, qualche volta, dovremmo apprezzare i loro insegnamenti.

Ricordando Mario Antonini (detto Pece), iscritto nei ruoli nel 1937 e componente della carovana carbonai, nel 1944, esattamente il 9 Settembre, ha fatto parte alla ricostruzione della Società Cooperativa a responsabilità limitata, nominato “Consorzio Cooperativistico dei lavoratori del porto di Livorno”. Nell’articolo 1 dello Statuto rogato dal notaio Luigi Corcos, la “Società” ha per oggetto l’assunzione sul porto di Livorno di tutti  i  lavori di carico e scarico, ormeggiatura, raccolta dei rifiuti, di bordo, nonché i lavori di recupero, salvataggio, e tutti i lavori  portuali  in genere.

Assieme a lui ricordiamo altri nominativi: Antonio Chiesa, Anclite Lomi, Silvano Scotto, Giacomo Palomba, Gino Albano, Maruzzo Nardi, Alfredo Canessa, Astarotte Brondi, Giovanni Del Vivo, Balilla Colombi, Carlo Porri, Italo Balestri, Alfredo Campani, Pietro Favilli, Manlio Mariotti. 

Questo Consorzio a norma di statuto doveva durare sino  al 31 Marzo del 1969, ma in conseguenza della scarsità dei traffici (nel frattempo gli Americani utilizzavano per le operazioni portuali i prigionieri di guerra tedeschi), la Società si dedicò solo al recupero dei relitti affondati nelle acque portuali per cause belliche.

Ed il 21 novenbre 1947 si costituì  la Compagnia  Lavoratori Portuali, composta soltanto di lavoratori portuali che di fatto saturò il Consorzio.

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