Gli Armeni a Livorno

Abbiamo già scritto come all’origine della provenienza nella nostra città di svariate comunità straniere nel XVI e XVII secolo, vi fosse la emanazione della Costituzione Livornina.

Primi furono gli ebrei sefarditi in fuga dalla inquisizione spagnola. La grande possibilità di commercio data dal porto attirò poi gli inglesi. Risulta che nel 1622 un certo capitano Tornton richiese il titolo di console inglese a Livorno.

Di Massimo Cappelli

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Abbiamo già scritto come all’origine della provenienza nella nostra città di svariate comunità straniere nel XVI e XVII secolo, vi fosse la emanazione della Costituzione Livornina.

Primi furono gli ebrei sefarditi in fuga dalla inquisizione spagnola. La grande possibilità di commercio data dal porto attirò poi gli inglesi. Risulta che nel 1622 un certo capitano Tornton richiese il titolo di console inglese a Livorno. Altra presenza significativa quella degli olandesi che unì i propri interessi a quella dei tedeschi costituendo la nazione olandese-alemanna. Meno importanti, ma presenti anche i francesi, prevalentemente provenienti da Marsiglia e, tra le varie nazioni, anche i greci e certamente non ultimi, gli armeni.

Tutte queste comunità, piccole o grandi che fossero, contribuirono allo sviluppo del commercio e delle attività portuali della città. Si legarono ad essa, ne divennero parte viva e pulsante, tutte lasciarono testimonianza della loro presenza costruendo ville, edifici, chiese, cimiteri.

Di tutte le comunità citate, quella che forse ancor oggi mantiene un tratto distintivo, pur essendosi perfettamente integrata nel tessuto cittadino, è la ebraica. Delle altre restano le opere che hanno lasciato, testimonianza viva della loro presenza e l’influsso che hanno avuto nella formazione del popolo livornese.

Altre sono oggi le comunità presenti in città, arrivate essenzialmente a seguito di processi migratori da paesi con minori opportunità dell’Italia. Comunità come quelle degli albanesi, dei rumeni, degli ucraini, dei senegalesi, dei nigeriani, dei tunisini, dei cileni, dei peruviani. Tutte comunità che si sono più o meno integrate, ma che certamente appartengono oggi alla contemporaneità e non alla storia della città.

Tra le comunità del XVI e XVII secolo quella degli Armeni ha lasciato una imperitura testimonianza della sua presenza rappresentata dalla Chiesa di San Gregorio Illuminatore di via della Madonna.

Certamente la armena è una delle più antiche comunità che si manifestò a Livorno sin dal 1582.

Prevalentemente dediti al commercio del caffè, alla sua distribuzione e consumo oltre a quello di altri merci , sembra che tendessero a non denunciare le proprietà possedute, anche perché su queste la fiscalità granducale applicava la tassa della decima ( pagamento di un decimo delle rendite immobiliari). Tuttavia da ricerche effettuate sui documenti dell’epoca risultano comunque molte proprietà riconducibili a commercianti o cittadini armeni, tali da far concludere che il loro numero fosse significativo. Il periodo d’oro della presenza armena è riconducibile al XVI e XVII secolo, periodo in cui Livorno è un vero centro del commercio internazionale con presenze di varie comunità di diversi paesi d’Europa e del bacino mediterraneo. Come abbiamo detto gli Armeni avevano praticamente il monopolio del caffè, ma erano attivi anche nei commerci della seta e di altre stoffe più o meno pregiate, del corallo e di pietre preziose. Molte botteghe per il consumo e lo smercio del caffè nella zona del Duomo e in altre parti della città, erano di armeni. Nel sei e settecento gli armeni sono quindi una presenza vitale che però non ha una sua zona specifica ma tende ad integrarsi con la cittadinanza. Risulta che nel 1624 la comunità disponesse di un interprete ufficiale per le transazioni, poi nominato console. Nel 1650 è documentata addirittura la presenza di due diverse comunità armene, ciascuna con un proprio rappresentante: una con armeni ottomani, l’altra con armeni persiani e georgiani. Tuttavia nel 1697 entrambe parteciparono alla raccolta di fondi per l’erigenda Chiesa di S. Gregorio Illuminatore. Oltre che distinguersi come mercanti, gli armeni dettero vita anche ad una significativa attività

    culturale collegata alla stampa di manoscritti a carattere religioso. In quel periodo lavorarono a Livorno due tipografie armene che poterono contare sull’appoggio dell’intera comunità.

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La prima operò dal 1639 al 1644 stampando il “Libro e salmi di Davide”, la seconda fu presente alla fine del 1668 e stampò quattro opere, tutte di carattere religioso. Da queste ricerche si evince che gli armeni a Livorno non erano solo mercanti, ma anche ecclesiastici, impegnati nella diffusione di scritti religiosi, tutti con una forte volontà di affermazione della loro identità dimostrata anche con la costruzione di una propria chiesa nella città che era divenuta la loro città, Livorno.

La comunità, vitale per gran parte del 1700, pian piano decrebbe sino a ridursi a poche decine di unità ai primi dell’800. Infatti risultano in questo periodo iscritte alla parrocchia di S .Gregorio Illuminatore solo 43 persone, su una popolazione livornese di circa 40 mila abitanti.

Tra le ragioni della lenta, ma inesorabile diminuzione, la migrazione di molte famiglie, collegata anche alla cessazione di alcuni commerci, tra tutti quello del caffè del quale, come detto, avevano praticamente il monopolio.

Resta la Chiesa di S. Gregorio Illuminatore che è sopravvissuta parzialmente anche alla seconda guerra mondiale e alle depredazioni subite, testimonianza della presenza di questo popolo.

Abbiamo detto che la raccolta dei fondi per la sua costruzione iniziò a fine 600. La sua inaugurazione avvenne circa diciassette anni dopo, nel 1714.

La chiesa, progettata dall’architetto granducale Gian Battista Foggini, presentava una struttura edilizia a croce latina, con tre cappelle, un altare centrale e due laterali. Era sormontata da una cupola, l’unica di Livorno,visibile ed enfatizzata nelle stampe settecentesche della nostra città, tale da caratterizzarne il paesaggio.

Nel campanile erano presenti quattro campane e la facciata, che culminava nell’alto frontone, risultava non visibile per l’interposizione della facciata marmorea del portico dove venivano ospitate le sepolture di esponenti delle famiglie armene. Il portico era poi chiuso da una cancellata ove si apriva l’ingresso principale.

Il busto di S. Gregorio, posto nella controfacciata interna e le statue allegoriche della Fede e della Carità poste sulla facciata sono dello scultore carrarese Andrea Vaccà.

     I quadri che erano in essa riposti quali il “Battesimo del re Teridate per opera di S. Gregorio” del pittore Riviere, ove veniva raffigurato anche il popolo armeno, quello dei quattro patriarchi della Chiesa Armena: San Isacco ,San Gregorio di Narek, san Nerses e San Mesrobio ed altri,sottolineano l’intento di volere tramandare l’identità culturale della nazione armena. Purtroppo tutti questi quadri furono rubati nel corso della seconda guerra mondiale.

La chiesa subì i bombardamenti della guerra, ma anche saccheggi e infine incuria.

Oggi ciò che rimane di essa è la facciata del portico che è stata restaurata ed una piccola parte retrostante, mentre il busto di S. Gregorio e le statue di San Giovanni Battista e Santa Maria Maddalena hanno trovato ricovero da anni nella chiesa di Santa Maria del Soccorso.

E’ un’opera che per varie responsabilità attende ancor oggi di poter essere ulteriormente valorizzata. In particolare un progetto di restauro potrebbe riguardare il recupero dei marmi (centoventicinque pezzi) provenienti dalla chiesa e oggi abbandonati nel parco comunale di Villa Fabbricotti. Ci risulta che la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Pisa negli anni cinquanta approvò un progetto per la costruzione di un oratorio utilizzando l’avancorpo della chiesa e i marmi.

Potrebbe essere ripreso, magari nell’ambito di un percorso più ampio riguardante la valorizzazione dei vari luoghi di culto e cimiteriali delle nazioni che hanno dato vita a Livorno. Per mantenere vivo il ricordo delle origini e non dimenticare ciò che ha reso Livorno quella città che oggi è.

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