I Licantropi, il mantra della livornesità

Livornesità pura mista a poesia. Divertimento e tormentoni. Senso di appartenenza.

Frasi labroniche che musicate e cantate, “Dé Maddé”, “Guardo Livorno”, “Boia de”, “Siamo livornesi”, … assumono il significato del mantra di una città, dove chi ascolta si rispecchia e entra

in contatto con immagini: il mare, gli scogli, il frate, le Fortezze, il 5 e 5, i Fossi, le

barche, il porto…

Di Stefania D'Echabur

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Livornesità pura mista a poesia. Divertimento e tormentoni. Senso di appartenenza.

Frasi labroniche che musicate e cantate, “Dé Maddé”, “Guardo Livorno”, “Boia de”, “Siamo livornesi”, … assumono il significato del mantra di una città, dove chi ascolta si rispecchia e entra

in contatto con immagini: il mare, gli scogli, il frate, le Fortezze, il 5 e 5, i Fossi, le

barche, il porto…

Livorno talvolta irriverente, ma che cantata, resta come dentro le reti dei pescatori, una città unica, che si contraddistingue inevitabilmente per la grande bellezza e la sua autenticità.

Andiamo a fare due chiacchiere con Andrea Landi, dei Licantropi per scoprire chi sono.

- Come e quando nascono i Licantropi?

Nascono circa venti anni fa dalle ceneri di Just Married dove ero solo io. In seguito formiamo un piccolo gruppo con Alessandro Brilli, dove poi si è aggiunto Alberto, il bassista, da lì ci siamo trasformati nel tempo e si sono alternate altre figure. Siamo diventati I Licantropi, abbiamo visto che i temi livornesi erano ben accolti e con Alessandro, avendo lo studio di registrazione, abbiamo inciso il primo CD “Dé, maddé”, e questo è stato l’apripista per arrivare a oggi. Da cinque anni un gruppo stabile.

- Oggi in quanti siete, ci puoi presentare la tua band?

Io, Andrea Landi voce e chitarra, Andrea Convalle sax, Alberto Bindi basso e Giacomo Cirinei batteria.

- I testi delle canzoni raccontano la vita in tante delle sue sfaccettature. Molte in stile labronico, tra il serio e il faceto, descrivono una città e la propria identità. Ce ne vuoi parlare e da dove nasce l’esigenza e la passione di “essere livornesi”?

Nasce da un desiderio. Un mio desiderio. Dare va-

     lore alla livornesità è un bisogno, volevo fermare delle immagini di un passato che stava e sta cambiando troppo velocemente. Il fulcro credo risalga agli anni’70 ai bagni Nirvana, dove si respirava la cultura popolare livornese, quella delle ghiacciaine e dei gabinoni, delle raminate sulla spiaggia, dove i rapporti erano rivolti allo stare bene con battute e ironia. Tutto questo veniva fuori anche quando il mio babbo imbracciava la chitarra e insieme a Roberto Canaccini suonavano canzoni dedicate alle estati che stavamo vivendo.

“Nirvana” che poi in seguito ho ripreso aggiungendo altre strofe. Lì è nata la mia scuola, mentre ascoltavo, imparavo e mi divertivo.

In seguito crescendo mi sono affacciato su musica sperimentale e altro, per poi tornare con un altro punto di vista, ma sempre fermo sul dare valore alla nostra ironia, al modo dissacratorio che ci appartiene, nel mio piccolo voglio dare risalto alle nostre radici e la nostra identità, l’amore per la nostra città. Tutto questo per me è una modalità sana, il mettere in risalto il luogo dove siamo nati. Non è il classico atteggiamento del “era meglio prima”, ma purtroppo il nostro tempo va via troppo in fretta, e dentro questa frenesia si sta perdendo tanta della nostra storia. Mi piace fermare attraverso la musica le cose belle della nostra cultura livornese perché sono cose belle e fanno bene.

- Viaggio musica: una delle emozioni che più è rimasta incisa nei ricordi?

Hai detto bene, un viaggio dentro la musica, tante serate, concerti, sulla costa toscana, in situazioni strane, abbiamo suonato anche su un tetto. La nostra musica per le vie del centro durante la Notte Bianca o in Piazza Cavallotti dove ho lavorato diversi anni.

Un episodio forte comunque c’è, anzi ne ho due.

Il ricordo è legato alla canzone “Dé maddé” e risale a tredici anni fa, dove eravamo sconosciuti, ancora FB non c’era e la popolarità non esisteva. Mi arriva una telefonata da Milano dal giornalista ‘Ciccio’ Valenti (livornese di scoglio, anche se lavora tra Milano e Roma, ndr), mi chiede chi è quel “genio” che aveva scritto la canzone, che nel frattempo era stata presa per un video “Livorno mia” che stava spopolando. Con pudore gli risposi che ero io, da lì venne a Livorno e creammo un concerto in Fortezza Vecchia, con tanto di biglietto, e vedere tanti paganti tutti per noi fu una grande emozione, soprattutto perché nasceva un rapporto tra noi e il popolo della città.

Il secondo è stato quando il Livorno è andato in serie A. Gli ultras ci hanno invitato a suonare fuori dello stadio sul piazzale antistante e vedere migliaia di persone che ascoltavano il nostro concerto è stato un abbraccio immenso con la città che rimarrà per sempre tra i ricordi più belli.

- Livorno, due parole per chiudere.

È unica, la sua umanità, specialmente prima, e a maggior ragione in questo momento triste, dovrebbe fare leva su questa forza per essere uniti.

Il nostro modo di scherzare e sapersi prenderci in giro. La nostra apertura di una fratellanza popolare, questa è la nostra particolarità rispetto a tante altre città più fredde. Una città di porto, dove esiste un esperimento fiorentino che dura da quattrocento anni, dove a detta di molti amici di fuori, che sono innamorati di Livorno, si respira una sensazione di libertà che dalle altre parti non esiste. Livorno è un porto aperto da generazioni, cacciucco buono di razze e religioni.

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