Il Deposito dei ricordi …e della vergogna

Quante volte ho varcato, in un passato ormai lontano, quel cancellone sulla via Provinciale Pisana al civico 282. Al di là di quel cancello, allora strettamente presidiato, si apriva un mondo: fremeva il lavoro di tanti ferrovieri addetti alla manutenzione e alla  riparazione delle locomotive a vapore, prima, dei  locomotori a trazione elettrica, poi. I ricordi, per quanto annebbiati, del dopoguerra, rimandano a un luogo prestigioso, ordinato in cui  forte era il legame di appartenenza alla categoria dei ferrovieri, una delle più solidali e orgogliosa di sé. 

Di Marcello Faralli

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Quante volte ho varcato, in un passato ormai lontano, quel cancellone sulla via Provinciale Pisana al civico 282. Al di là di quel cancello, allora strettamente presidiato, si apriva un mondo: fremeva il lavoro di tanti ferrovieri addetti alla manutenzione e alla  riparazione delle locomotive a vapore, prima, dei  locomotori a trazione elettrica, poi. I ricordi, per quanto annebbiati, del dopoguerra, rimandano a un luogo prestigioso, ordinato in cui  forte era il legame di appartenenza alla categoria dei ferrovieri, una delle più solidali e orgogliosa di sé. 

Il Deposito locomotive era il luogo simbolo di una classe operaia progressista che teneva alla dignità della persona, alla solidarietà e al decoro dell’ambiente di lavoro, fatta in gran parte da comunisti che però avevano una visione ampia e progressista che portava molti di loro a collaborare, a iniziative culturali, con il prete simbolo del Villaggio scolastico che aveva sede nelle vicinanze, Don Alfredo Nesi.

Anche il personale di macchina aveva particolare cura del locomotore assegnato. Il macchinista era solito chiedere all’aiuto, non solo la pulizia della cabina di guida, ma an-

     che la “lucidatura degli ottoni”: i maniglioni esterni per la salita bordo.

I resoconti e le immagini che sono apparse in una recente indagine de Il Tirreno feriscono chi, come me quel luogo lo ha frequentato nel periodo di massima operosità.

Vale la pena ripercorrere la sua storia dalla nascita al suo definitivo, deprecabile, abbandono, negli anni 2018-2019.

Su una superficie di circa 70 mila metri quadrati, di cui 13.000 coperti da capannoni e un fabbricato, a partire dal 1925, viene realizzato il primo Deposito locomotive d’Italia, il cui modello verrà, successivamente replicato, per quelli di Bologna, Milano e Bolzano. La rimessa era affiancata da un edificio su due piani dove si trovavano l’officina, gli uffici, i locali di servizio, il refettorio e il dormitorio. I lavori di costruzione si protrassero per circa due anni fino alla inaugurazione che avvenne il primo maggio del 1927.

Mio padre,Virgilio Faralli, scomparso nel 2004, all’età di 93 anni, aiuto macchinista prima e macchinista poi, di andata o ritorno per un viaggio che prevedeva il cambio di locomotore alla stazione di Livorno, mi portava in quel luogo per me pieno di fascino dove si potevano vedere locomotive a vapore e locomotori elettrici, attorno ai quali maestranze altamente specializzate effettuavano le manutenzioni ordinarie, straordinarie o le semplici riparazioni.

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L’organico del deposito era formato da personale altamente specializzato fatto da meccanici, tornitori, falegnami, elettricisti. Si calcola che allora sostavano in deposito, mediamente, 120 macchine del primo tipo e 50 del secondo.

Per quanto le linee prinicipali Livorno-Roma, Livorno-Genova, Livorno-Firenze fossero già elettrificate, le macchine a vapore, venivano utilizzate per lo scalo merci, mentre altre provenivano da depositi non attrezzati come quello di Livorno.

Nella palazzina di diverse centinaia di metri quadrati trovavano posto gli uffici del capodeposito, dei capi tecnici, la mensa, gli spogliatoi, i servizi igienici e la stanza del “chiamatore”.

      Questo servizio era effettuato da personale, per lo più invalido, e consisteva nell’andare a chiamare a casa il macchinista o l’aiuto macchinista in sostituzione di quello che aveva preannunciato la sua impossibilità a partire.

Ma torniamo ad oggi: solo rovine del tempo e dei vandali che hanno distrutto tutto ciò che si poteva distruggere. Le macchine a vapore lasciate all’esterno sono avvolte da sterpaglie e da rovi che quasi le nascondono. I locomotori all’interno dei capannoni sono stati vandalizzati. Tra questi si trova quello del treno della strage alla stazione di Viareggio - contrassegnato dal numero identificativo 655 175 - del 29 giugno 2009 in cui si contarono 32 morti e 25 feriti.  Annerito dal fuoco, arrugginito dal tempo, ricoperto da scritte giganti, con la cabina sequestrata dall’autorità giudiziaria in attesa della fine del processo, è l’unica parte che non è stata vandalizzata. La furia distruttrice si è accanita all’interno della palazzina degli uffici e dei servizi. Scatoloni di documenti sventrati, estintori divelti dai loro agganci, materiali di ogni tipo sparsi per terra, brandine utilizzate da senzatetto che frequentano notte tempo il Deposito, lasciando ogni genere di  rifiuto.

Rimangono appese ai muri vecchie cartoline ingiallite, ricordi di vacanze di tanti ferrovieri spedite ai loro colleghi, foto di gruppo sbiadite, testimoni di un forte spirito di gruppo.

A questa devastazione le Ferrovie dello Stato rispondono che il Deposito è proprietà privata (loro) e quindi non sono tenute a conservarne il decoro. Peraltro, in passato, si era ipotizzato di rendere edificabile una parte dell’area. Contro questa ipotesi ha fatto sentire la sua voce il Gruppo Fermodellistico Livornese che ricorda il primato non trascurabile del Deposito nella storia del trasporto ferroviario italiano e, oggi, il suo valore di  sito di archeologia industriale. Il presidente si spinge ancora oltre fino a pensare di farne un luogo per la manutenzione dei rotabili storici delle Ferrovie dello Stato. Bei propositi, ma così costosi che le Ferrovie non sembrano disposte a prendere in considerazione.

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