Il Natale di una volta

Quest’anno l’attesa del Natale è triste, non sappiamo nemmeno con certezza  se potremo passarlo insieme a tutti i nostri cari; così stanno le cose al momento di andare in stampa.

di Luciano Canessa

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Quest’anno l’attesa del Natale è triste, non sappiamo nemmeno con certezza  se potremo passarlo insieme a tutti i nostri cari; così stanno le cose al momento di andare in stampa.
Molte famiglie sono state colpite da lutti a causa del covid, spesso senza poter assistere i loro cari al momento del trapasso, altre sono in quarantena, tutte  sono, più o meno, in ansia. Non si parla di regali, ma di decessi giornalieri, di tamponi, zone rosse, arancioni e gialle, coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino,  trasporti pubblici,  didattica a distanza e  in presenza,  provvedimenti economici presi e da prendere. Aggiungi le strazianti immagini dei camion militari che a Bergamo hanno portato via le bare, immagini che rimarranno incancellabili nella nostra mente. Eppure è proprio in momenti funesti come questi che  ricordi, con nostalgia, i più bei Natali che hai trascorso ed anche le dolci attese.
L’attesa, parlo degli anni cinquanta, metteva addosso un’allegria contagiosa perché voleva dire fare una “mangiata” che era la più grassa dell’anno. Oggi il pollo costa poco e lo mangiamo quando vogliamo, ma allora costava molto e in tante case se lo potevano permettere solo per Natale, grazie alla tredicesima.  
Già a novembre, con la festa del castagnaccio e del toppone, si cominciava a respirare l’aria gioiosa del Natale. Si iniziava  a parlare di capannuccia, ovvero il presepe, di comete, di pastori.  Il centro cittadino era tutto illuminato e un albero altissimo faceva bella mostra di sé in piazza Cavour per i doni ai vigili urbani. Le vetrine di tutti i negozi erano pavesate a festa, era una gara a quale era più bella. Era una Livorno da cartolina, sospesa nella magia natalizia.
A scuola ci facevano preparare la letterina che per Natale dovevi mettere sotto il piatto di tuo padre e chi aveva il cortile ordinava ai contadini delle vicine campagne il cappone vivo, che poteva zampettare per qualche giorno, poi qualcuno di casa gli tirava il collo.
La mattina del Natale, presto presto, le mamme, grembiule e pezzola in capo, cominciavano a preparare il brodo e il sugo di carne e i profumi della cucina ti svegliavano e ti davano il più dolce degli auguri.  
La mia mamma cominciava i preparativi dieci giorni prima perché le presenze a tavola per Natale raddoppiavano, talvolta triplicavano. Non solo i figli (cinque!) ma anche le nuore, i generi, i nipoti, i consuoceri e chi più ne ha più ne metta. Babbo Natale non esisteva perché era la Befana che portava i regali, ma ciò diventava un’altra dolce attesa; peccato che il giorno dopo ricominciava la scuola e avevi poco tempo per divertirti con i giocattoli  dell’epifania.
La capannuccia surclassava per importanza l’albero di Natale e come la facevano i miei non ce n’era per nessuno. In casa si respirava un forte odore di bosco: era la borraccina. Poi trovavi stelle comete, re magi, le statuine di tutti i tipi compresi il bue, l’asinello, le pecorelle, i maialini, il gallo e le galline. Conservo un pastore, una lavandaia, che è dell’anteguerra. Naturalmente è per me una reliquia. C’era comunque anche l’albero. Vero, non finto di plastica, con tante luci bianche e colorate che mettevano allegria.  

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Poi finite le feste …finiti i vaini.
Parlare del passato è segno di vecchiaia. Ebbene sì, sono vecchio ma non vi dirò “si stava meglio prima”. Allora c’erano alcune cose migliori di oggi e altre, tante, decisamente peggiori.
Tra le cose migliori vi era che, come detto, la tavola quel giorno aveva tutta la famiglia raccolta intorno, anche più di venti persone! Mia madre era il fulcro di quelle feste, tutto dipendeva da lei e tutto era organizzato al meglio. Era una donna unica nella sua dolcezza e determinazione. Si curava di ogni aspetto, cucinava, risolveva, coccolava, ascoltava, criticava con dolcezza. Faceva sempre le cose giuste. Insomma grande madre ma anche grande nonna, grande suocera.
Quel Natale del 1970, come al solito, gli invitati cominciarono a suonare alla porta dalle 13 e fu un succedersi di scampanellate nell’arco di pochi muniti con fratello, sorelle, nipoti che, gioiosi,  entravano carichi di pacchi contenenti regali.

In quegli anni, avete capito,  con il benessere che avanzava si cominciò a fare regali anche per Natale. La tavola, perfettamente imbandita, ci aspettava e era un piacere soltanto a guardarla.
Non c’erano posti assegnati, solo mio padre aveva il suo: capo tavola. Tortellini in brodo, lasagne al forno che come le faceva mia madre non le faceva nessuno, dopodiché mio padre, che non mangiava molto, si rendeva interprete di una cosa strana, forse unica. Rinunciava a tutti i piatti successivi e si faceva portare da mia madre una grossa fetta di panforte, mentre tutti noi ci mangiavamo il cappone e poi il resto.
Quell’anno  accadde un fatterello, che vado a raccontare, proprio mentre mio padre si gustava il panforte.

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“Che cos’è questo?” disse quasi urlando mia sorella Vilma, rivolgendosi a sua figlia Monica, cinque anni. In una  tasca della gonnellina  aveva  una statuina del presepe,  un maialino che fino a pochi minuti prima si trovava in compagnia di altri pastori.
“E’ un maialino  – rispose Monichina  – è bellino”.
“Perché si trova in tasca tua?”
“Eh?...Mi piaceva…”.
“Hai chiesto il permesso ai nonni?” con voce alterata.
“Sì… no… lo volevo chiedere ora”.
“Questo si chiama rubare”.
Vista la brutta parata intervenne Alba, mia moglie, per dire che Monica non lo avrebbe fatto più: “Vero?”.
“Non lo faccio più più più” .Giuralo”.
“Giuro… non lo faccio più più più”.
“Questo si chiama rubare” insisteva mia sorella.
Ci volle del tempo, praticamente fino ai dolci e alla frutta secca (panettone, panforte, ricciarelli, cavallucci, noci, noccioline, fichi), perché i toni tornassero alla tranquillità.
Dopo qualche bicchierino di Strega, Sassolino o Cognac, le donne cominciarono a sparecchiare per giocare a tombola, (ma erano già trascorse  due ore) e mio padre  chiamò a sé Monichina che gli saltò letteralmente addosso e prese a spettinarlo.
“Aspetta” disse; ridiscese dalle sue ginocchia e da una borsina che era sul divano tirò fuori  un piccolo pettine rosa, e inginocchiandosi di nuovo sulle gambe di mio padre, seduto, gli fece, accuratamente,  una bella riga in mezzo alla testa quindi  spartì in due direzioni i capelli. Di qua e di là. Mio padre la lasciò fare, ma appariva veramente ridicolo.
“Stai bene così nonno, pettinati sempre così” disse Monichina. Mi scappò una risata mentre mia madre guardava, compiaciuta e divertita, la scena e mia sorella Vilma non riusciva ancora a digerire l’episodio del maialino.
“Basta ti racconto una fiaba”  disse mio padre ricomponendosi i capelli. La cosa mi sorprese assai perché non l’avevo mai sentito raccontare fiabe. Le conosceva? Dubito, infatti capii subi-    
     to che andava inventandola mentre Monica gli piantò i gomiti sul petto e con le palme delle mani si teneva il mento. Incuriosito, mi misi ad ascoltare, mentre era cominciata la tombola.
“77 le gambacce… 22 le carrozzine” esordì mio cognato Mauro.
Mio padre, invece: “C’era una volta in un paese lontano lontano un vecchio re, molto saggio… era anche un bravo condottiero per cui gli stati confinanti non si azzardavano a dichiarargli guerra… avevano paura di lui… il re aveva un barba molto lunga”.
“Aveva anche i baffi?”
“Sì aveva anche i baffi… così… viveva in un castello con grandi finestre con vetri colorati... Il castello, Monica, splendeva al sole in un immenso giardino con tanti alberi… gli aranci, il pero, il bergamotto”.
“Cos’è il bergamotto?”
“Sono frutti simili ai limoni… dunque dove ero rimasto… ah sì… c’era anche una fontana bellissima… ti ricordi la fontana di Trevi?... era più grande e più bella… dunque…”.
Stava raccogliendo le idee, forse non sapeva dove parare, intanto Monica gli sbottonava la camicia. Riflettei che per essere capiti dai bambini non basta scimmiottare il loro linguaggio, bisogna anche pensare come loro, attribuire alle cose un significato che in età adulta si perde.
“33 gli anni di Cristo… 90 la paura…”.
E mio padre, con gli occhi al soffitto per trarre ispirazione: “Il re aveva solo un nipotino di cinque anni, come te, pensa… ed era l’unico erede al trono”. Monica cominciò a interessarsi di più. “Il principino andava a spasso dentro e intorno al castello… sempre seguito dalle guardie del re... un giorno, per gioco, passando vicino a un negozio che esponeva la  frutta, dentro il castello, prese una mela senza pagarla e se la mangiò… nessuno disse nulla …era un principe… ma la cosa venne all’orecchio del re che, dispiaciuto, pianse… pianse tanto e si ammalò… dopo tre giorni di febbre altissima morì… i tanti nemici che conoscevano le doti di condottiero del re ne approfittarono per superare il confine e entrare con i loro eserciti distruggendo tutto… il castello, gli alberi  del pero, del melo, del bergamotto e anche la bella fontana. … è finita”.
Guardai in faccia mio padre e capii dal suo volto che quel finale ingenuo non gli era piaciuto. E invece Monica sembrò folgorata. I suoi occhi erano velati di tristezza e da una taschina tirò fuori qualcosa che dette a mio padre.
“Avevo preso anche questo, nonno”.
Si trattava di una statuina, un gallo, che aveva prelevato dalla capannuccia insieme al maialino. Mia sorella, nella concitazione, aveva notato solo il maialino. Mio padre, però, aveva visto che dal presepe mancava, da qui l’idea di farsi capire da Monica attraverso una fiaba.  
Quella fu  la prima e unica fiaba raccontata da mio padre. Fu anche, ahimè,  l’ultimo suo Natale.
“28 i becchi… 47 morto che parla”.
“Tombola!” disse, compassato, mio fratello Ugo.
“Noooo… stavo per uno…” replicò, infuriato,  mio cognato Attilio.
 

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