La Carovana dei marmaioli (2.a puntata)

Seconda puntata della storia dei lavoratori del Porto di Livorno che Adastro Brilli, classe 1948, oggi portuale in pensione, ha raccolto per diletto in un quaderno. L’autore ci presenta un quadro completo di come lavoravano i nostri nonni e bisnonni, in un clima di fatica e sudore ma sempre familiare, pronti alle battute e agli scherzi. Cita tanti nomi, tanti personaggi (tutti regolarmente ‘marchiati’ con il soprannome, che si sono portati dietro per tutta la vita), molti aneddoti che val la pena riprendere.

Riportiamo alcune parti del suo diario, così come è stato scritto, per apprezzarne ancor più la genuinità.

Di Adastro Brilli

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Seconda puntata della storia dei lavoratori del Porto di Livorno che Adastro Brilli, classe 1948, oggi portuale in pensione, ha raccolto per diletto in un quaderno. L’autore ci presenta un quadro completo di come lavoravano i nostri nonni e bisnonni, in un clima di fatica e sudore ma sempre familiare, pronti alle battute e agli scherzi. Cita tanti nomi, tanti personaggi (tutti regolarmente ‘marchiati’ con il soprannome, che si sono portati dietro per tutta la vita), molti aneddoti che val la pena riprendere.

Riportiamo alcune parti del suo diario, così come è stato scritto, per apprezzarne ancor più la genuinità.

(2) - Dopo aver dato spazio nel numero scorso alle Carovane dei Gobbi e a quella dei Carbonai, diamo spazio alla Carovana dei Marmaioli.

Era formata da facchini portuali che, come si intuisce dal nome, lavoravano al carico ed allo scarico di blocchi e lastre di marmo, lavoro molto pericoloso da svolgere con la dovuta esperienza ed accortezza.

Le lastre di marmo venivano caricate a bordo delle nevi mediante imbracature con brache di Manila con cui erano calate nella stiva; lì, adoprando dei pezzi di legno lunghi come dei gaini, tutto questo per non sciupare le lastre, venivano poi addossate alla paratia adagiandole l’una su l’altra (“a soffiare” secondo il gergo portuale). è facile capire come per eseguire un lavoro del genere senza fare danni accorresse molta perizia.

Per il carico dei blocchi di marmo più pesanti (10.000 kg. e più) si usava una gru di terra, o spesso veniva adoprato il “pontone” proveniente via mare, mentre per quelli di peso inferiore venivano utilizzati i verricelli di bordo; in entrambi i casi erano imbracati con cavi di acciaio e adagiati nella stiva della nave.

Spesso però i blocchi dovevano essere addossati alla parete della stiva, dal momento che i carrelli meccanici non esistevano ancora, e si procedeva nel modo seguente: veniva passato un cavo di acciaio a metà del blocco e successivamente veniva ancorato a delle prese a ridosso della paratia (dette “staminarie”) utilizzando degli arnesi, chiamati “schiavi”. Fatto questo il cavo veniva passato in carrucole di ferro chiamate in gergo “pastee”, che erano ancorate alla paratia con dei cavi corti chiamati “sbirri”. Successivamente il blocco di marmo veniva sollevato con le bighe del verricello di bordo per poter mettere sotto allo stesso dei rulli di legno per facilitare l’addossamento alla paratia tirandolo con l’altra biga dove era passato il cavo in “pastea” e il blocco veniva posato sopra dei murali di legno per sfilare i cavi.

Spesso però i blocchi, per motivi di carico dovevano essere messi uno sopra l’altro: il tutto veniva fatto con un sistema di lavoro detto a “teleferica. Per fare questo lavoro bisognava mettere i blocchi più pesanti a terra, poi adoprando il solito sistema anzidetto, si facevano camminare i blocchi sopra, adagiandoli su i rulli fino al punto dovuto, con i murali di legno per poter sfilare i cavi.

Le  attrezzature utilizzate dovevano essere sottoposte a manutenzioni pressoché quotidiane, ed era buona norma sostituire i cavi, che si usuravano rapidamente.

Credo comunque non sia azzardato definire questi lavoratori molto scrupolosi, da veri professionisti.

Anche questa Carovana negli anni 1929 fu inserita nella compagnia facchinaggi merci. Fra le famiglie più note sono da citare: Bracci, Balleri, Barbieri; Baldi; Corradi, Desideri, Magagnini, Pedani, Cinelli, Volpi, Voliani, Nenci; De Carpis (detto Gogolo) sindacalista, Arrigoni, Battini, Bois, ecc…

Ricordando Barbieri Renato (detto “Attao”), uno degli uomini fisicamente più forti del porto, spesso a lavorare rimaneva da solo, perché gli amici di lavoro conoscendolo gli offrivano i soldi per poter fare festa, che lui accettava con molto piacere anche perché a quell’epoca la miseria si faceva sentire. Spesso caricava vagoni di balle di grano da solo fino al termine del turno. Per rendersi conto della sua forza, in porto è arcinota la vicenda che riuscì a passare dal varco di Marittima presediato dalla Guardia di Finanza con 2 damigiane di vino piene, reggendole per il collo e facendole agitare con estrema disinvoltura per far capire che erano vuote. Riusciva anche a prendere sopra le spalle cassoni di masserizie con peso addirittura sopra i 100 kg.: io credo che un uomo di quella natura, debba essere ricordato non solo come ottimo atleta (conquistò la medaglia d’argento alle olimpiadi di Los Angeles 1932 con il mitico equipaggio dell’Otto degli Scarronzoni) ed uomo di una forza esagerata, ma anche per la sua generosità di persona, paragonabile a un gigante buono.

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Seconda puntata della storia dei lavoratori del Porto di Livorno che Adastro Brilli, classe 1948, oggi portuale in pensione, ha raccolto per diletto in un quaderno. L’autore ci presenta un quadro completo di come lavoravano i nostri nonni e bisnonni, in un clima di fatica e sudore ma sempre familiare, pronti alle battute e agli scherzi. Cita tanti nomi, tanti personaggi (tutti regolarmente ‘marchiati’ con il soprannome, che si sono portati dietro per tutta la vita), molti aneddoti che val la pena riprendere.

Riportiamo alcune parti del suo diario, così come è stato scritto, per apprezzarne ancor più la genuinità.

(2) - Dopo aver dato spazio nel numero scorso alle Carovane dei Gobbi e a quella dei Carbonai, diamo spazio alla Carovana dei Marmaioli.

Era formata da facchini portuali che, come si intuisce dal nome, lavoravano al carico ed allo scarico di blocchi e lastre di marmo, lavoro molto pericoloso da svolgere con la dovuta esperienza ed accortezza.

Le lastre di marmo venivano caricate a bordo delle nevi mediante imbracature con brache di Manila con cui erano calate nella stiva; lì, adoprando dei pezzi di legno lunghi come dei gaini, tutto questo per non sciupare le lastre, venivano poi addossate alla paratia adagiandole l’una su l’altra (“a soffiare” secondo il gergo portuale). è facile capire come per eseguire un lavoro del genere senza fare danni accorresse molta perizia.

Per il carico dei blocchi di marmo più pesanti (10.000 kg. e più) si usava una gru di terra, o spesso veniva adoprato il “pontone” proveniente via mare, mentre per quelli di peso inferiore venivano utilizzati i verricelli di bordo; in entrambi i casi erano imbracati con cavi di acciaio e adagiati nella stiva della nave.

Spesso però i blocchi dovevano essere addossati alla parete della stiva, dal momento che i carrelli meccanici non esistevano ancora, e si procedeva nel modo seguente: veniva passato un cavo di acciaio a metà del blocco e successivamente veniva ancorato a delle prese a ridosso della paratia (dette “staminarie”) utilizzando degli arnesi, chiamati “schiavi”. Fatto questo il cavo veniva passato in carrucole di ferro chiamate in gergo “pastee”, che erano ancorate alla paratia con dei cavi corti chiamati “sbirri”. Successivamente il blocco di marmo veniva sollevato con le bighe del verricello di bordo per poter mettere sotto allo stesso dei rulli di legno per facilitare l’addossamento alla paratia tirandolo con l’altra biga dove era passato il cavo in “pastea” e il blocco veniva posato sopra dei murali di legno per sfilare i cavi.

Spesso però i blocchi, per motivi di carico dovevano essere messi uno sopra l’altro: il tutto veniva fatto con un sistema di lavoro detto a “teleferica. Per fare questo lavoro bisognava mettere i blocchi più pesanti a terra, poi adoprando il solito sistema anzidetto, si facevano camminare i blocchi sopra, adagiandoli su i rulli fino al punto dovuto, con i murali di legno per poter sfilare i cavi.

Le  attrezzature utilizzate dovevano essere sottoposte a manutenzioni pressoché quotidiane, ed era buona norma sostituire i cavi, che si usuravano rapidamente.

Credo comunque non sia azzardato definire questi lavoratori molto scrupolosi, da veri professionisti.

Anche questa Carovana negli anni 1929 fu inserita nella compagnia facchinaggi merci. Fra le famiglie più note sono da citare: Bracci, Balleri, Barbieri; Baldi; Corradi, Desideri, Magagnini, Pedani, Cinelli, Volpi, Voliani, Nenci; De Carpis (detto Gogolo) sindacalista, Arrigoni, Battini, Bois, ecc…

Ricordando Barbieri Renato (detto “Attao”), uno degli uomini fisicamente più forti del porto, spesso a lavorare rimaneva da solo, perché gli amici di lavoro conoscendolo gli offrivano i soldi per poter fare festa, che lui accettava con molto piacere anche perché a quell’epoca la miseria si faceva sentire. Spesso caricava vagoni di balle di grano da solo fino al termine del turno. Per rendersi conto della sua forza, in porto è arcinota la vicenda che riuscì a passare dal varco di Marittima presediato dalla Guardia di Finanza con 2 damigiane di vino piene, reggendole per il collo e facendole agitare con estrema disinvoltura per far capire che erano vuote. Riusciva anche a prendere sopra le spalle cassoni di masserizie con peso addirittura sopra i 100 kg.: io credo che un uomo di quella natura, debba essere ricordato non solo come ottimo atleta (conquistò la medaglia d’argento alle olimpiadi di Los Angeles 1932 con il mitico equipaggio dell’Otto degli Scarronzoni) ed uomo di una forza esagerata, ma anche per la sua generosità di persona, paragonabile a un gigante buono.

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