Le belle pagine

Ma io credo che Livorno
sia sempre stata la più felice

città della Toscana

Se fossi un livornese, di quelli veri che dicono «deh» e parlano a mano aperta, muovendo le dita, come per far vedere che nelle loro parole non c’è imbroglio, vorrei star di casa in qualche Scalo della Venezia. Non già nei quartieri, nelle piazze, nelle strade disegnate con la matita dolce, con l’aiuto di squadra e di compasso, dagli ordinati e generosi architetti dei Granduchi, ma in questo quartiere che i livornesi chiamano La Venezia, qui nel cuore della vecchia città, a due passi dalle Carceri, dal Monte Pio, dai Bottini dell’Olio. Che bella vita sarebbe, che vita semplice e felice!
Non però così semplice come parrebbe a prima vista. E innanzi di cominciar la mia giornata vorrei riposarmi della lunga notte, riposarmi di quella grande e dolce fatica che a Livorno è il sonno.
Di mattina, verso le dieci, mi metterei a sedere su qualche barcone, o sul parapetto di qualche ponte: a sedere, naturalmente, al modo dei Iivornesi, i quali son più gelosi e fieri delle loro gambe che i fiorentini del loro naso. Vogliono muoversi, camminare, correre, girare il mondo: e son come l’acqua, se sta ferma stagna. Ma a differenza di molti altri popoli, i livornesi non sono acque chete, non diventano mai palude. Finché avranno di queste belle gambe, non c’è pericolo che l’acqua imputridisca nei canali della Venezia.
Guardateli quando vengono a sedersi qui, di sera o di mattina: stendono le gambe adagio adagio, e intanto con mano lieve e cauta vanno lisciandosi i ginocchi, gli stinchi, i calcagni. Poi si guardano le dita dei piedi macchiati di catrame, e t’accorgi che muoion dalla voglia di toccarsele, di provar che suono dànno, come fa il pianista coi tasti, di far scattare l’alluce bitorzoluto come fosse il grilletto di un fucile. Ed è, questo, un modo comune a tutti i marinai del mondo, razza singolare che passa la vita a sciogliere e ad ammainar vele, ad arrotolare cime, a friggere pesci, a rammendar reti, e ad accarezzarsi i piedi.

 

Ogni giorno, verso quest’ora, le strade della Venezia si van popolando di ragazzi, di cani, di gatti, che giocano a rincorrersi, di marinai che tirano carretti carichi di cordami e di barili di pece, e si fermano ogni dieci passi, s’appoggiano alle stanghe, si curvano a prendersi un piede in mano, scambiando voci, più che parole, con i mozzi accoccolati sulle prue dei barconi.

Il mare è senza lische
e ci puoi camminà.


È una donna che canta, affacciata alla finestra di una casa gialla, nelViale Caprera. Un gran viale, l’unico al mondo che non abbia un albero. Pare piuttosto una piazza, un immenso cortile. Le case altissime, dalle facciate tinte di un intonaco biondo, dove il rosa e il verde si confondono, splendono al sole con riflessi d’oro e di verderame, come l’acqua dei canali sparsa di chiazze di olio. Le persiane hanno il colore delle foglie secche, son pallide e polverose. Un senso di nobiltà un po’ stanca, di libertà popolaresca, è nell’architettura aperta e liscia di queste case, le più belle del Mediterraneo. Vedi affacciarsi alle finestre bambine e ragazze dai capelli arruffati, odi risa e voci, vecchi grammofoni cantar canzoni passate di moda, e i suoni, le parole, il tintinnio delle stoviglie si dondolano appesi al trapezio dei davanzali, rivelandoti il viavai delle faccende nelle cucine, nelle camere dai letti disfatti a prender aria.
Tutto il vero popolo di Livorno è qui, in queste case, in queste strade, a far la guardia alle sue chiatte, ai suoi fondachi, alle sue cataste di botti, al suo odore di catrame e di pesce fritto. Laggiù è l’Ufficio dei Bottini dell’Olio, in quella casa dalla facciata d’oro smunto, dove la grande lapide di Cosimo III riecheggia solenni toni d’antica eloquenza: «ne quid in hoc Mediterranei emporio...». E proprio qui, intorno ai «publica olei receptacula», ch’è raccolta la vecchia, sincera, tradizionale Livorno. Sul muro è scritto col carbone: «Viva 1’Italia! Viva Livorno! Viva noi!». E quanto è livornese quel «Viva noi!», quanta tranquilla sicurezza in quel grido del cuore, quale storica verità in quella sentenza. Un popolo felice, naturalmente felice. Cui le leggi non fanno ombra, né impaccio, cui non dà noia la paterna cura dei Granduchi, né lo stile mozartiano della loro politica. Sulla porta dell’Orfanotrofio c’è ancora la lapide dettata dal Granduca Francesco, «publicae felicitatis propagator». Grande ambizione, quella d’esser propagatori della pubblica felicità. Quale nobile specie di monatti! Ma io credo che Livorno sia sempre stata la più felice città della Toscana, e proprio a dispetto dei Granduchi: i quali non si sa bene se fossero più orgogliosi o più sospettosi di quella felicità popolare.
La Venezia è il cuore della felicità livornese. A due passi di qui le Carceri, con le loro inferriate, i loro muri bianchi, i gruppi di donne e di ragazzi davanti alla porta che aspettano d’entrare, come se andassero a far visita a qualche parente ammalato. Qui accanto è la bella chiesa che si affaccia sulla piazza Giordano Bruno, e in un angolo della piazza il piedistallo, vuoto, del monumento all’autore del Candelaio: e vien fatto di pensare che Giordano Bruno sia andato a fare una passeggiatina giù verso lo Scalo del Vescovado, a parlar con le ragazze sedute sulla spalletta del Ponte di Marmo, o in Via delle Acciughe, (mette sete a passarci), o in Via della Venezia, a bere una «torpedine» al BarTransatlantico, un bar che è una vecchia osteria piena di odor di bottarga. CaraVenezia, senza lagune, senza gondole, senza zendadi, una Venezia dove le calli si chiamano Scalo della Barchetta, del Refugio, del Monte Pio, del Pesce, degli Isolotti, delle Ancore.

 

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L’aria par tatuata: le rondini stridono saettando da tetto a tetto, i raggi del sole s’incrociano con i fili di ferro stesi da finestra a finestra, dove i panni sventolano ad asciugare. Strilli, risa, pianti di bambini, latrar di cani, e lo sciabordare dell’acqua, il cigolìo delle chiatte, le persiane che sbattono nel maestrale, tutti questi rumori e queste voci s’incidono nel cielo come tatuaggi. Se alzi il viso, vedi disegnate nell’aria trasparente teste di moro, àncore, botti d’olio e barili d’acciughe, vele, parrucche granducali, pipe di gesso, chiglie che dondolano sull’alta marea, e isole che tramontano in nuvole verdi. È già l’ora di desinare, i fondachi son chiusi, le porte son chiuse, le finestre son chiuse. Ed ecco, dopo il pasto frugale, tornano i marinai a sedersi qui, e a farsi la dormitina, camminando a piedi scalzi, dondolandosi sugli enormi alluci divaricati, e non sai se abbiano attraversato la strada, o il mare. Si mettono a sedere guardandosi con amore le belle gambe liscie e muscolose. S’apre una finestra, una ragazza si sporge, e getta un grido.

A quel grido cento finestre si spalancano tutte insieme, cento ragazze s’affacciano, i gomiti appoggiati sul davanzale, è par che da un momento all’altro una musica si debba levare di dietro le quinte delle case. La luce stessa, che dall’oro dell’intonaco rimbalza nel rosso acceso di quella casa laggiù, sullo Scalo del Vescovado, batte nel verde delle persiane, traendone note lunghe e delicate.Poi le finestre si vuotan di colpo, si fa un gran silenzio, comincia la siesta, e volgendomi verso lo Scalo delle Ancore, là in fondo, sulla facciata di una casetta color d’oro, dalle finestre basse chiuse da inferriate (c’è un muro davanti, e nel muro un cancello: pare un convento, una prigione, un fondaco), leggo stampato a lettere enormi, pulite e nere, senza sbavatura, PANE QUOTIDIANO. (E forse un’insegna? O forse il nome di un istituto religioso di beneficenza?). E non stupisco di quella sentenza, precetto morale assai più che preghiera. Poiché questa è la legge della Venezia livornese, dove tutti son felici, quartiere di marinai che vanno per il mondo a guadagnarsi il loro pane quotidiano, sul loro mare quotidiano.

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