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Livorno nonstop

Reg.Tribunale Livorno n. 451 del 6/3/1987

Direzione e Redazione:

Editrice il Quadrifoglio s.a.s.

di Palandri G. & C.

Direttore responsabile: Bruno Damari

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Livorno
città aperta

Stralci di testi di autori, livornesi
e non, che hanno decantato la bellezza

Riportiamo un “pezzo” del Capitolo “Vita nova” (il 3° dei 14 complessivi), del libro Livorno citta aperta, di Urano Sarti (Pappa), scritto dopo la Liberazione, nel 1950, che tratta il ritorno in città dallo sfollamento di una famiglia livornese, quella di Maso e Alaide e della loro “bimba” Marinella e trovano la loro casa in piedi, salvata dalle bombe, ma occupata dai tedeschi...
E’ scritto in vernacolo livornese, pittoresco ed unico nel suo genere, quel vernacolo ormai scomparso ma che rimane ancora nei ricordi dei nostri vecchi, che ci riporta allo spaccato di una Livorno, quella, appunto, del dopoguerra, dove la miseria, la fame e la povertà la facevano da protagonisti, ma anche ai segnali di solidarietà, amicizia vera e buon vicinato tra le famiglie, almeno fin quando non intervengono gli interessi e il “dio quattrino” a incrinare i rapporti umani. Mentre le donne si baciavano e s’abbracciavano, Maso aveva appoggiato piano piano le stanghe della ‘arretta in terra e s’era fatto in sotto.
Argene ni tese la mano:
- Com’è... State bene e’?... E dio ‘he bimbona ciavete! - E rise a Marinella.
-O voi ’om’è?... O Pilade?... O Aspasia?...
- Pilade e’ a lavora’!... Si, è ritolnato in cantieri, ormai ’osa volete è tant’anni... Aspasia è su...
- O Gino? - Dimandò Alaide. -Chissà che giovanottone si sarà fatto e’?
Marinella doventò rossa mentre Argene si sbiancava e un velo di tristezza ni ’alò di ’orpo in sull’occhi vivi.
- Lo portonno via e tedeschi. - Sospirò profondamente. .
Marinella allibì. Rinculò arcuni passi e s’appoggiò cor groppone alla ‘atasta di robba posando le mane in su’ celchioni di ferro delle rote.
Un raggio di sole passò attravelzo ’na crepa dello stabile e n’andò a accarezza’ e ’apelli neri. Chiuse l’occhi. Er fragile ’astello di sogni e di speranze ’ostruito giolno pe’ giolno nella trepida attesa di lunghi anni, crollava in d’un minuto, ’osì com’erano crollati li stabili ’he ni stavano d’intolno pe’ la ’attiveria dell’òmini.
Alaide e Maso erano rimasti agghiacciati dalla triste notizia e gualdavano vella mamma in dell’occhi. L’occhi di vella mamma già brillanti di luce viva pe’ la gioia acquistata nell’improvviso incontro, che si spengevano ora lentamente nel doloroso riordo.
- Avete saputo più nulla? - Dimandò Maso soffiandosi ’r naso cor’una pezzola di ’olore.
- No, da quel’ giolno più nulla...
- O dove lo presano?
- Lo presano a Tremoleto, vattro repubbriini e du’ tedeschi...
- Nati di ’ani...
«Eramo a desina’: un pezzo di pane e du’ baccelli si mangiava, e acqua. Si sentiva già r’ cannone dell’alleati brontola’ continuamente velzo ’r  mare lontani.
Si parlava della prossima liberazione... eramo ’ontenti... e s’aveva la morte alla gola!


 

- Ladri... ».
«...e un sapevano ’osè ’r dolore pelchè unn’avevano ’ore... ».
- Assassini!
«E mi’ òmini gualdavano zitti, lassavano fa’ zitti, bianchi ’ome la cera. Mi ma’, povera donna, s’era buttata in su’ d’una seggiola e balbottava quarcosa, folze ’na preghiera, io rimettevo la robba a posto man mano ‘he loro la ributtavano via.
«Un c’è nulla, un c’è nulla», -dicevo. Ma loro ridevano, ridevano d’un riso ’attivo ’he m’addiacciava r’ core. Poi uno di loro si rivorze a l’òmini:
- Di ‘he crasse sei?
- Ni ‘hiese a Gino.
- Der ventivattro.
- E, te!
- Der novantasette.
- Pelchè un se’ sordato? - Ni riiese a Gino.
- M’hanno rifolmato.
- Dov’è ’r foglio di rifolma!
- L’ho ’pelzo.
-L’hai pelzo e’? - Grugnì -  Te lo faremo fa’ noi r’ sordato, te lo faremo fa!..  in Germania ti manderemo... le sentirai le zizzole... te ne dovrai pentì... vigliacco, disertore... vieni via, vieni...
Lo presano pe’ ’n braccio e lo tironno dar cantino ’n dove s’era accantucciato.
- Lassatilo sta’, lassatilo sta’! -Urlommo io e mi ma’. - Un ce lo poltate via... anco voi avrete una mamma... avrete anco voi de’ figlioli - e ci buttommo su lui, l’agguantommo, pe’ ’r collo, pe’ le spalle, pe’ le braccia, ma a son di spintoni ci stacconno. A mi ma’ ni dettano ’na spinta tanto folte ’he cascò bocconi pe’ la terra. Pilade bianco ’ome un morto, ’on la bava alla bocca dalla bile assisteva, alla scena, impotente.
Sapeva ’osa voleva di’ pe’ lui intromèttisi...».
- Sudiciumi... troiai!...
« .. Gino mi gualdava, vedevo in de’ su’ occhi la disperazione..».
 - Bello di mamma!
« ...Vedevo e su’ occhi ’he mi dicevano: mamma, mamma, un mi fa’ polta’ via... mentre diceva:  «Se bona mamma... tolnerò mamma... un piange mamma». Lo presano ’n mezzo, lo strascionno via... Pilade si scosse s’avvicinò e ni disse:  Poltate via me, lassatelo a su’ madre lui, lassatelo a su’ madre...
- Se’ vecchio te - rise ’on la bocca sdentata ’r delinquente.
Mi madre s’era svienuta, povera vecchia!... Lo poltònno ’n del’ mezzo alla strada bianca di porvere... m’agguantai al’ su’ ’ollo... mi diceva: “Lassami mamma... addio, tolnerò mamma... ».

 

Mi tironno via, mi ci stacconno a folza ... allora un viddi più nulla, un capii più nulla inviai a urla’, a morde’, a graffia’ ... poi sentii una botta in der capo e cascai in della porvere vando m’arzai Gino un c’era più... un l’ho più visto un so’ dove sia...».
Fila di lacrime si rincorrevano in sulle gote smunte della donna fino a casca’ pe’ la terra che se’ le beveva una per una con avidità.
Si pulì l’occhi rossi ’on le noccole delle dita. Alaide e Marinella piangevano pure loro. Maso senza accolgisene aveva fumato una sigaretta dietro l’attra buttando via li scolci, pe’ arraccattalli subbito doppo pentito.
Proprio in quer momento si senti’ lontano un fischio di sirena.
- Gua! pare l’allarme... - disse Maso.
- Pe’ l’amor di Dio, un me l’arramenta’, mi viene la ciccia accapponata! - Ni rispose Alaide facendo vede’ le braccia secche con que’ poi di peli, che ciaveva, ritti ’ome le spine d’un riccio.
- E’ r’ cantieri. - Spiegò Argene. -E’ la sirena der cantieri, enno le sei... ,t ra poo ’riva Pilade, devo andà’ a fa’ cena... ma dio bene -‘ontinuò presa da un improvviso penzieri - ma voi in dove andate?
- Ma la nostra ‘asa...
-Lo sò - interruppe Argene penzierosa. - Lo so’, c’enno e tedeschi, e da di’ che anco in casa mia, po’ dassi, ’he ci dolma proprio velli ch’hanno poltato via r’ mi’ bimbo. E’ grossa e’! ... Fate ’na ’osa, venite sù, quando viene Pilade ni dio se v’accomòda in quelle stanze ch’ha asserbato alla su’ sorella, tanto lei, vedrai rimane a Firenze, r’ su’ marito s’è li assistemato là, e se verranno, poi in quarche maniera faremo...
- Lo sapevo!. .. lo sapevo. -, Urlò Alaide tutta presa dalla ’ontentezza. - Lo sapevo ’he m’avreste accomodata, diavolo... fa’ la burletta, te se’ sempre stata ’osì... ti se’ sempre levata la ’amicia da dosso te pe’ fa’ piaceri alla gente...
- Quando le ’ose si possano fa’!...
- O la ’arretta ‘n dove si mètte? La lasso vi!
- Così ci se n’arritrova due! - La polti ‘on me, si va a senti’ Crispino, agnamo venga.
Maso prese le stanghe e s’avviò dietro alla donna
Feciano poi passi e si felmonno davanti a una di velle bue ’he prima erano le vetrine e l’ingressi de’ negozi più belli della città. Di ve’ negozi in dove le ragazze si felmavano a sospira’ e ’orredi, e giovanotti li gualdà’ e vestiti all’urtima moda. In der grande stanzone pieno a metà, della su’ lunghezza, di ’arcinacci, pietre e legoni, e ripulito alla meglio, Crispino aveva piantato r’ su’ laboratorio di ciabattino, ’onsistente in d’uno sgabello, un bischetto e arcune folme buttate alla rinfusa pe’ la terra.
- Crispino, si ’ontenta se pe’ ’na mezzoretta ni ’si mètte drento vesta ’arretta? Cosa vole vesta povera gente un sa’ ’n dove poltalla, poi vengono a riprendila subbito... abbia pazienza.
- Ma fa’ la burletta! O ch’enno discolzi da fassi... venga, venga. - E s’arzò da sede’ co’ l’intenzione di danni ’na mano. Doppo cinque menuti e neanche la sgangherato mèzzo di Maso riposava in der «garage».
Vando entronno ’n casa Aspasia l’accorze ’on grande festa. La povera vecchia un sapeva se piange’ o ride’ dalla ’ontentezza, baciò Alaide, baciò Maso, baciò Marinella e pe’ un fa’ parzialità baciò, anco la su’ figliola.
- Mettetivi a sede’ . - diceva dandoni le seggiole. - Mettetivi a sede’, siete stanchi e’?... O di dove venite? Da Uliveto!? E vi siete fatti un passo! Mettiti a sede’ Maso, asciugati lo vedi ’ome sudi! C’è da prende’ ’na preorite... Che tempi! Nati di ’ani! E se n’è passata una... Ve l’ha detto Argene der mi’ bimbo ? Ma tolna sapete, me lo sento ’he arritolna... poi anch’a mori’ un me n’empolta...