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Livorno nonstop

Reg.Tribunale Livorno n. 451 del 6/3/1987

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Così si viveva alle Sorgenti...

Un ricordo degli anni Cinquanta

La signora Manuela Guarducci nel suo diario Frammenti di vita ha riportato tanti ricordi legati alla sua famiglia e alla sua giovinezza.
Ci ha autorizzato a pubblicare quello relativo a Via delle Sorgenti, ove abitava negli anni Cinquanta.


 

La mia casa era situata in via delle Sorgenti, sulla strada che, dall’incrocio con via Donnini e Lunardi, portava al passaggio a livello. Di fronte al  terrazzo della cucina, ove ora è presente la parrocchia di San Pio X (costruita nel 1970 su progetto dell’arch. Salghetti), si estendevano campi di grano punteggiati da papaveri e gigli selvatici. Il fischio dei treni arrivava fino a noi, ma ci facemmo presto l’ abitudine, il quartiere non aveva ancora una chiesa, ma dopo qualche mese in via Donnini fu inaugurato il centro sociale dedicato a monsignor Piccioni, il vescovo di Livorno morto qualche anno prima. In questo centro in un grande salone fu allestito un altare, la domenica mattina andavamo alla messa e il pomeriggio, dopo aver tirato un telone davanti all’altare lo stanzone diventava un cinema dove venivano  proiettati vecchi films  western o  storici.  Fu lì che conobbi Lidia, una biondina dagli occhi azzurri, esile e minuta.
Diventammo amiche, eravamo molto simili di carattere, allegre e sognatrici,  io incominciavo a scrivere i miei primi racconti,  lei recitava in una compagnia di dilettanti. Ci scambiavamo confidenze e turbamenti, i primi tremori. Avevamo sedici anni.


 

siamo insieme, con vestiti a righe o a quadretti, stretti in vita, dalla grande gonna a ruota sostenuta da una sottogonna  inamidata, borsette a secchiello e ai piedi le prime ballerine. Nel ‘56 anche a Livorno ci fu la grande nevicata, noi nelle foto siamo immortalate in montgomery che mangiamo la neve e, in un’altra, mentre facciamo a pallate nei giardinetti della stazione.
In quel periodo in via Donnini furono costruiti i blocchi di case che furono assegnate ai profughi istriani e fu così che io e Lidia ci fidanzammo in casa,  ma di questo parlerò in seguito. Erano gli anni di "Lascia o Raddoppia?" e il prete assegnato al Centro, don Ezio Giovannini, un emiliano sanguigno che poi ha guidato la parrocchia di San Benedetto, aveva messo nell’ingresso del centro un televisore.

Per vedere le trasmissioni mettevamo dieci lire in una cassettina di legno, poi sedevamo su dure panche e fino alle dieci e trenta guardavamo Mike Bongiorno, ma non solo, guardavamo anche i ragazzi dei profughi che frequentavano il centro,  io Fabio, un bel ragazzo  alto e possente dagli occhi verdi,  lei Emilio, biondo dagli occhi azzurri.
Dopo qualche anno la mia storia d’ amore finì,  per Lidia invece proseguì.
Poi le circostanze della vita ci divisero, ma stranamente nel 1961 c’incontrammo sui gradini della chiesa di San Matteo, lei ne usciva già sposata,  io vi entravo in procinto di farlo. Ci guardammo, scoppiammo a ridere abbracciandoci.

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