Leonardo Cambini, chi era costuì

Leonardo Cambini, chi sa chi era? Mi sono posto la domanda varie volte, dal momento che in quella via c’è la casa nella quale la mia famiglia ha abitato per qualche anno da quando ho memoria.

Una premessa che ritengo doverosa, anzitutto: nello scrivere quest’articolo m’è venuto naturale usare un tono più confidenziale che distaccato, dato che è da un concatenarsi di piccoli episodi di vita vissuta che ho tratto l’ispirazione. Leonardo Cambini, chi sa chi era? Mi sono posto la domanda varie volte, dal momento che in quella via c’è la casa nella quale la mia famiglia ha abitato per qualche anno da quando ho memoria. Le targhe e le lapidi marmoree poste agli angoli della strada nel cui tratto pedonalizzato fra via Marradi e via Roma esistono numerosi locali dove è possibile recarsi per cenare o consumare aperitivi non sono di grande aiuto, dato che si limitano a ricordarci gli anni della nascita e della morte (1882-1918) oltre alla precedente denominazione (via delle Ville). Chi era, dunque, questo livornese illustre, accomunato al concittadino Giosuè Borsi dalla morte in giovane età sul campo di battaglia? Me lo sono chiesto di nuovo avendo trovato in vendita online, per pochi euro, una copia dell’Epistolario di Guerra, “a cura degli amici”, stampato esattamente cent’anni fa, nel 1920, dalla Tipografia del Cav. F. Mariotti per la Casa Editrice R. Bemporad e Figlio di Firenze (seconda edizione, con aggiunte e appendice, dopo la prima che fu stampata a poche settimane dalla morte). Acquistato il volume m’è cresciuta la voglia di saperne di più, prima ancora di iniziare la lettura.

 Naturalmente, nell’epoca di Internet, le ricerche iniziano su Wikipedia, dove però non c’è neanche la voce dedicata al personaggio. Da Google Maps scopro che in tutta Italia, oltre alla natìa Livorno, solo Milano gli ha dedicato una strada (a due passi dal Parco Lambro e dalla Città Studi). Viene in aiuto, fortunatamente, un articolo a firma Osvaldo Bardini, pubblicato su Comune Notizie in data 5 dicembre 2011 (e reperibile online all’URL http://www.comune.livorno.it/_cn_online/index.php?id=132), dal quale è possibile avere qualche dato in più sulla vita di Leonardo Cambini, quanto basta per rendersi conto di come in quell’epoca molti intellettuali avessero scelto di militare nelle file degli interventisti e, scoppiata la guerra, di partire per il fronte, dove in molti avrebbero poi perso la vita. Sempre svolgendo ricerche in rete, è stato interessante anche scoprire che esiste memoria dei 267 giornalisti morti in guerra, fra i quali molti livornesi, ma di questo mi riprometto di scrivere prossimamente.

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Tornando a Cambini, dare conto della sua morte in battaglia non può non partire

dal ricordo del fratello minore Raffaello, più giovane di lui di undici anni, che Leonardo prese con sé alla morte della loro madre, facendogli quasi da genitore adottivo. Alberto Niccolai, docente universitario di Pisa che lo ebbe fra i suoi studenti, nell’Elogio di Leonardo Cambini (Pisa, Arti Graf. Cav. F. Mariotti, 1926) scrisse tra l’altro: “Scoppiata la guerra in Libia, Raffaello partì per l’Africa. Tornato in Italia seguì ancora Leonardo nei suoi pellegrinaggi italici, finche, partì Ufficiale, nell’ultima guerra di redenzione. Leonardo lo salutò serenamente, sicuro che il fratello non avrebbe smentito la tradizione famigliare. Ma il 30 giugno del 1915, Raffaello moriva a Monfalcone, guadagnandosi la medaglia d’argento al valore. Dal quel giorno Leonardo fu preso dalla febbre di vendicare la morte! Non il fratello, egli aveva perduto, bensì il “Figlio” maggiore. Troppo grave la ferita gli era stata inferta nel cuore. Serenamente va, Sottotenente della Milizia Territoriale, sotto le armi, insieme agli altri fratelli, e comincia la sua preparazione militare, ché quella spirituale era ormai compiuta...”.

Va ricordato infatti che Leonardo Cambini, che era nato il 26 aprile 1882, laureatosi in lettere e diplomato in Filologia e lanciatosi nella carriera dell’insegnamento, si trasferì da Livorno in Sardegna, sotto i monti di Oliena (NU) che gli rimasero fissi nel cuore (sentiva come pochi la bellezza e la spiritualità del paesaggio); poi a S. Maria Capua Vetere (CE) e, più tardi ancora, a Perugia. Nel 1910 passò a Oneglia, nel 1912 a Pisa, alla R. Scuola Normale Maschile “L. Fibonacci” e nel 1916 alla R. Scuola Normale Femminile, sempre di Pisa. In cinque anni aveva cambiato sei volte di residenza. E Pisa fu l’ultima città nella quale insegnò prima d’arruolarsi. Durante le vacanze estive iniziò l’addestramento in caserma a Livorno in qualità di sottotenente della Milizia Territoriale e nel frattempo, lo ricorda anche Vittorio Cian (che fu suo docente) nella prefazione dell’Epistolario, cercò con ogni mezzo, fino a riuscirci, di raggiungere il cimitero della piccola frazione di Pieris, in provincia di Gorizia, per rendere omaggio alla tomba del fratello. A settembre del 1916 venne assegnato al battaglione a Livorno e in seguito destinato al 199° battaglione a Cavazuccherina, l’odierna Jesolo, dove fu raggiunto dalla famiglia. Il 14 maggio dell’anno seguente, promosso al grado di tenente, lasciò il battaglione per essere finalmente destinato al fronte (“Dicono che siamo in Zona di guerra -scriveva il 18 ottobre 1916- e noi ci si crede, ma io penso che mi abbian fatto una burletta e mi abbian mandato in villeggiatura!”), inquadrato nel 129° reggimento della Brigata Perugia, dopo essere stato per poco tempo nella Brigata Arno. Il 16 novembre 1917 fu ferito durante un combattimento sulla Meletta di Gallio. Ricoverato in ospedale a Bassano del Grappa, sottoposto a trapanazione del cranio, venne dichiarato fuori pericolo e trasferito a Campobasso, dove invece le sue condizioni si aggravarono e la morte sopraggiunse il 12 gennaio 1918.

Le lettere scritte da Leonardo Cambini agli amici e ai familiari furono raccolte in un volumetto che, stampato da Mariotti per la Casa Editrice Bemporad, fu distribuito circa due mesi dopo la morte ed ebbe altre edizioni successive, fra le quali quella in mio possesso, autografata dalla moglie Etruria e recante il numero 471 di una probabile tiratura di 500 esemplari. Le missive, indirizzate a colleghi e parenti, sono spesso firmate “IO” oppure “ME” e alla moglie e ai figli vengono affettuosamente rivolti gli appellativi di Bubina, o Truci (per Etruria), Benna (per Brenno) e Lellico (per Enrico Ercole).

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