Il crudele destino di Lina Ferretti

L’UNICA LIVORNESE VITTIMA DELLA STRAGE DI BOLOGNA DEL 2 AGOSTO 1980

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Destinata a Brunico con il marito, per una vacanza offertale dalla suocera dopo una vincita al lotto, partì il giorno prima in quanto l’albergatore le comunicò che si era liberata una camera in anticipo e che avrebbe lasciato lo stesso prezzo.

di Michela Gini
Quella a Brunico avrebbe dovuto essere, per Lina Ferretti, una delle poche vacanze di una vita intera. Ma non riuscì ad essere neanche l’ultima perché lei, a Brunico, non c’è mai arrivata. Si fermò per sempre a Bologna, in quell’assurda, tragica mattina del 2 agosto 1980 quando, alle 10,25, un’esplosione frantumò i sogni di tutti coloro che, come lei, desideravano la villeggiatura, saltando in aria con desideri e bagagli.
Lina aveva 53 anni, era originaria di Peccioli ma viveva a Livorno da lungo tempo dopo essersi sposata con Rolando, operaio nelle Ferrovie dello Stato. Era una casalinga e conduceva una vita modesta, fatta di sacrifici. Aveva solo una grande passione; la lettura. Sua suocera, in seguito ad una discreta vincita realizzata al lotto, aveva generosamente pensato di regalare a figlio e consorte un soggiorno in montagna, in località Brunico, perla della Val Pusteria. Quando si dice il destino: la coppia, infatti, sarebbe dovuta partire per la vacanza il giorno successivo ma l’albergatore avvertì che si era liberata la camera in anticipo. Così Lina e Rolando, pieni di entusiasmo, si misero in viaggio. Al momento dell’esplosione era seduta nella sala d’aspetto della stazione di Bologna, in attesa della coincidenza. La nostra concittadina fu riconosciuta, con fatica, dal cognato Loriano il giorno dopo l’orribile attentato. Il marito Rolando, ferito gravemente, riuscì a salvarsi.
Quel giorno a Bologna persero la vita 85 persone, 85 storie di esistenze spezzate per le quali, galeotti, furono a turno l’amore, lo studio, le vincite al lotto, i ritardi e coincidenze varie. Nella sala d’aspetto di seconda classe, quel maledetto giorno, morirono tutti, bambini e genitori, nipoti, studenti, uccisi da una bomba messa in quel luogo da certo Giuseppe Valerio Fioravanti, ex attore, e dalla compagna, Francesca Mambro, fascisti appartenenti al gruppo estremista dei Nar. Ma questa è storia, tra lepagine più nere del nostro paese.
Bologna la “dotta”, la “matrona”, che alle 10,25 di quella mattina afosa diventò “matrigna”. Un orologio fermo da allora su quell’orario di morte, che ne è diventato un simbolo, ci dice che non dobbiamo dimenticare, mai.
Neanche i cantori più innamorati di lei, come Dalla e Guccini, sono mai riusciti a scrivere una riga su quella sciagura. Un solo riferimento nel brano di Francesco, “Bologna”, quando ad un certo punto dice “Bologna capace d’amore, capace di morte”.
“[...] quella mattina è tutta in quella frase - afferma Guccini in un’intervista rilasciata anni fa al Fatto Quotidiano - La morte, si, ma anche l’amore della gente che scavava a mani nude alla ricerca di mani da afferrare. [...]”.
Coincidenze dicevamo. Per il cantautore emiliano, si fa per dire, fortuite. Doveva esserci anche lui alla stazione invece rimandò il concerto, che avrebbe dovuto tenere la sera stessa a Imola, perché rimase senza voce. Guccini che si salva per un mal di gola...
Sembra retorica, lo so, ma l’interrogativo viene spontaneo: ma come si fa ad ammazzare dei bambini accaldati che, in sandali e calzoncini corti, aspettano una Coca cola fresca, facendo castelli di sabbia con la mente? O chi aspetta la coincidenza per rientrare nella metropoli che gli da il pane quotidiano, in attesa della lasagna e del quartino di vino, pane di quell’ipotetico ultimo pranzo? Come si fa ad uccidere degli innocenti ignari del fatto che, di lì a pochi metri, da qualche parte, un congegno a orologeria scandisce in quei minuti il conto alla rovescia della loro esistenza? Quel giorno le lancette dell’orologio della stazione di Bologna si sono fermate per sempre sull’orario dello scoppio, immobili, testimoni dell’irreversibile destino di tutte e tutti coloro a cui lo scorrere del tempo è stato brutalmente negato.
In suo ricordo, la città di Livorno ha intitolato a Lina Ferretti Mannocci una strada di Antignano, traversa di via Fratelli del Conte.

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