Livorno com’era, riflessioni su un fenome mediatico

Il 4 febbraio 2004 il diciannovenne Mark Zuckerberg fondava assieme ad alcuni compagni dell’Università di Harvard il social media Facebook, così chiamato dall’annuario con le foto degli studenti tipico dei College statunitensi.

di Giorgio Mandalis

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Il 4 febbraio 2004 il diciannovenne Mark Zuckerberg fondava assieme ad alcuni compagni dell’Università di Harvard il social media Facebook, così chiamato dall’annuario con le foto degli studenti tipico dei College statunitensi. Dal 14 maggio 2008 il sito web diventava disponibile in Italiano e meno di un anno dopo, Spartaco Vivaldi, un concittadino appassionato di Livorno e curioso della sua storia, da poco iscrittosi al social, rimaneva colpito dalle vecchie immagini che saltuariamente apparivano mostrando una città molto diversa da quella attuale, soprattutto se confrontata con quella dell’anteguerra (fig.1).

Decise pertanto di fondare un gruppo specializzato nella pubblicazione di foto e cartoline che mostrassero le varie “facce” che aveva assunto la città nel corso degli anni. Così il 20 aprile 2009 nasceva un po’ per gioco un po’ per scommessa Livorno come era. Dopo pochi mesi risultò evidente che l’idea era piaciuta: gli iscritti avevano raggiunto inaspettatamente le 1000 unità, numero che dopo un anno e mezzo dalla fondazione era salito a 3500.

“Tutto andava alla grande”, scriveva il Vivaldi nel fornirmi una memoria  per questo articolo, “quando Facebook cambiò delle impostazioni e azzerò ogni cosa”. Nel 2011 gli iscritti si erano ridotti drasticamente a 50, ma la ripresa non tardò a farsi vedere.

I Livornesi non avevano avuto fino ad allora molte occasioni per conoscere la trasformazione storica dei volti della città. Esistevano pubblicazioni divulgative decisamente pionieristiche e meritevoli, come quelle apparse grazie alla passione degli editori Corrado Nocerino e Bruno Damari, ma era necessario conoscerne l’esistenza e aver voglia di acquistarle. Il web offriva una grande novità: quella di entrare nelle case della gente e di consentire l’accesso gratuito ad una impensabile quantità di immagini, con la possibilità, cosa che nessun volume cartaceo consente, di poter diventare autore di un post e interagire con osservazioni, commenti e dibattiti.

L’idea si rivelò una genialata che aveva saputo cogliere tempestivamente l’attimo in cui rispondere ad una richiesta. Fosse stata un’operazione di marketing Spartaco Vivaldi ora viaggerebbe in Rolls Royce con chauffeur in livrea.

Nel 2014 si contavano 10.000 membri, un numero straordinario per una città che, secondo il censimento del 2017, contava 158.916 abitanti. Il fenomeno mediatico interessò anche la stampa locale: Il Tirreno dedicò  intere pagine nel 2010 e nel 2014 al gruppo che era riuscito a fare emergere un interesse non scontato né del tutto prevedibile dei Livornesi per le immagini e la storia della loro città. Ed il successo è continuato fino ad oggi, con un archivio virtuale di oltre 100.000 foto e quasi 35.000 membri, in verità non più solo Livornesi, ma comunque testimonianza della curiosità che la nostra città suscita nel resto della Toscana e dell’Italia.

Può apparire interessante  anche confrontare Livorno come era con analoghi gruppi apparsi sul web: sorvolando su Napoli Retrò, coi suoi attuali (Dicembre 2021) 144.327 iscritti, perché si sta parlando di una città di oltre tre milioni di abitanti (2019), Firenze com’era conta 2.699 membri e L’imma-

    gine di Pisa 4.950. Insomma  Livorno come era è, nel suo genere, il più seguito e numeroso in Toscana e uno dei primi a livello nazionale.

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A dare grande impulso alla vita del gruppo fu certamente l’adesione di alcuni grandi collezionisti che iniziarono a postare - cosa per niente scontata vista la gelosia e riservatezza che di norma li caratterizza - qualche loro gioiello: antiche cartoline illustrate e foto di fotografi storici come il Bernaud, i fratelli Bartolena, Ugo Bettini, Riccardo Marzocchini, Gino Giambruni, inoltre stampe d’epoca, documenti di varia natura quali le testatine commerciali e pubblicitarie, tutto materiale pressoché inedito o poco noto, di grande interesse non solo per gli appassionati, ma anche per ricercatori e docenti universitari.

A mantenere alto il livello dei dibattiti si segnalarono anche l’adesione di alcuni esperti e studiosi di cose livornesi e l’attenzione vigile degli amministratori, pronti a rimettere nei giusti binari le polemiche che eccedessero in forme di scortesia e di intolleranza.

A questi si deve aggiungere la schiera di coloro che con scadenza quotidiana si impegnano a trovare immagini sul web, senza esserne i possessori, e di chi mette cortesemente a disposizione foto di famiglia e di archivi privati. Si può facilmente comprendere come da tutto ciò derivi non solo una quantità di post costante, ma anche una tale varietà di tematiche da soddisfare gusti di ogni genere.  Infatti partendo dalle immagini possono scaturire riflessioni non solo di tipo urbanistico e paesaggistico, ma anche sulla moda, sulla storia dei mezzi di locomozione pubblici e privati, sulle differenze tra classi sociali, sui criteri adottati dalle varie amministrazioni per gestire le necessità urbane, sul lavoro e sull’economia, sulle usanze e sui riti collettivi, sulla storia dell’arte e della musica, sulle tradizioni gastronomiche, insomma, per non annoiare con un elenco interminabile, sulla vita di una città nel suo complesso attraverso il tempo, che offre aspetti comuni al resto della Nazione ma anche proprie peculiarità.

Se il motore di Livorno come era è costituito da chi pubblica i post, la vitalità e lo spessore del gruppo è dovuto ai commenti e ai dibattiti dei suoi iscritti più attivi, da cui scaturisce un mondo estremamente variegato, come è inevitabile riscontare in una società complessa e non necessariamente omologata in ogni aspetto.

Le immagini che incontrano maggior favore sono quelle in cui l’utenza si può riconoscere, perché costituiscono luoghi della propria infanzia e giovinezza o rappresentano personaggi che ancora si ricordano amabilmente. È questo il caso del compianto Giovanni Scalzi coi suoi mitici panini, pionieri del fast food; del mercatino americano di “Piazza Venti”; del ciuchino di Piazza della Repubblica. In questi casi i like si sprecano e possono salire a varie centinaia. Ci sono poi le foto  della Livorno tra Otto e Novecento, quelle del Ventennio, della città bombardata e della ricostruzione, che solo per gli eventi storici più recenti possono consentire un collegamento con la memoria di una minoranza di cittadini ormai piuttosto anziani.

Qui l’approccio è molto differente perché viene meno l’amarcord e subentra il meccanismo dell’interpretazione storica, strumento non sempre presente in chi commenta né facile da gestire. Un caso tipico è costituito dalle reazioni alle foto delle riunioni oceaniche e parate militari di età fascista: a parte una minoranza di nostalgici che rimpiange i treni in orario di un’epoca in realtà non vissuta, ma solo mentalmente rappresentata, dai più si sollevano imprecazioni e maledizioni che sfiorano la rissa mediatica e inducono all’inevitabile sospensione dei commenti decisa dall’amministratore di turno, a dimostrazione di quanto sia difficile per noi Italiani (non solo noi Livornesi) giungere ad una lettura storica di quel periodo che sia il più possibile distante e imparziale.

Altra ingenuità storica è manifestata dalla moltitudine dei laudatores temporis acti per i quali, a prescindere, si stava meglio quando si stava peggio. E in questo caso fare un esempio corredato di immagini vale più di molte parole. Osserviamo tre cromolitografie edite nel 1905 dal dott. Trenkel di Lipsia. La prima ci mostra il giardino antistante il fabbricato centrale del complesso termale Acque della Salute appena inaugurato (fig.2). In genere i commenti si soffermano sull’affluenza del bel mondo che popola questo eden esclusivo: belle dame in crinolina con cappello e ombrellino parasole, distinti signori con la paglietta. Che gusto! che eleganza! altro che canottiere e infradito!

Vediamo però cosa succedeva nel frattempo fuori delle mura che circondavano e custodivano il paradisiaco complesso, all’ingresso principale: c’era ancora il bel mondo che si accingeva ad entrare, lasciando le proprie carrozze alle cure dei cocchieri, ma pochi notano il ragazzo scalzo e cencioso che passava solitario davanti alla biglietteria (fig.3).

La terza cartolina della medesima serie dell’editore svizzero ci mostra un altro ingresso, semplice e affatto monumentale, dedicato a quella che veniva chiamata la “Sezione popolare” (fig.4).

Il Piombanti nella sua Guida pubblicata nel 1903 ci dice qualcosa in merito. La società ligure che stava allora costruendo lo splendido complesso progettato dall’ing. Badaloni, aveva voluto predisporre un padiglione “acciocché il popolo, che aveva sempre conservato la fiducia nella utilità di quest’acqua, col frequentarla continuamente nel passato, trovi un locale meglio preparato e più comodo e colla medesima mite spesa di dieci centesimi possa ogni mattina fino alle ore 9 beverne a piacimento per le necessarie cure. Ognuno può poi prenderne un bel fiasco per casa con altri dieci centesimi.”

Insomma, la povera gente poteva accedere all’idroterapia un tempo gratuita pagando una “mite” somma, entrando da un ingresso secondario e ad un orario mattutino ai limiti dell’antelucano che precedesse l’apertura del cancello principale, evitando così confusioni di ceti, e ciò era avvertito dalla sensibilità dell’epoca come una grande concessione liberale e democratica.

Le immagini catturano chi le osserva per il loro fascino, soprattutto in un’epoca in cui sembrano trionfare sulla pagina scritta in numerosi contesti. Ma sono pure portatrici di messaggi ambigui se la pagina scritta non viene in soccorso della corretta lettura. In questo senso il Gruppo Facebook assolve anche una funzione di educazione visiva per chiunque abbia interesse a leggere gli interventi senza limitarsi alla contemplazione della fotografia.

Lo stesso nome del Gruppo non è stato pensato (come qualcuno potrebbe credere) per indulgere in nostalgie, ma illustrando la città “com’era” si dovrebbe riuscire a stimolare il confronto con la città “com’è” e a suggerire idee su come dovrebbe o potrebbe essere, rafforzando il senso civico con adeguati presupposti culturali.

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