Milva e il complesso tutto livornese

La musica italiana ha pianto una delle sue eccezionali interpreti di tutti i tempi. Con Milva se ne va un pezzo della storia della nostra canzone, quella che ha raggiunto anche grandi successi internazionali.

di Bruno Damari

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La musica italiana ha pianto una delle sue eccezionali interpreti di tutti i tempi. Con Milva se ne va un pezzo della storia della nostra canzone, quella che ha raggiunto anche grandi successi internazionali. “La Rossa”, o la “Pantera di Goro”, così come amichevolmente veniva chiamata, è stata, oltre che una donna bella ed elegante, ricca di fascino, un’interprete straordinaria, di grande temperamento, dalla voce forte e intensa, che ha suscitato profonde emozioni in intere generazioni. Milva nella sua eccellente carriera ha realizzato più di 60 album e detiene (insieme a Peppino Di Capri, Toto Cutugno e Al Bano) il record di presenze a Sanremo, ben 15, anche se non è mai riuscita a salire sul podio più alto. Comunque, nel 2018 è stata messa una ‘pezza’ all’albo d’oro della manifestazione: proprio al teatro Ariston, il tempio del Festival, è stato consegnato il “Premio alla Carriera” a Milva - che già si era ritirata dalle scene per il decorso della lunga malattia (premio ritirato dalla figlia Martina Corgnati, importante storica e critica d’arte) - riconoscendo il valore e le sublimi qualità dell’Artista, con la A maiuscola.

I più grandi successi Milva li ha tuttavia raccolti all’estero. Giapponesi e coreani impazzivano per lei, ma anche in Germania, in Russia, in Francia, in America il pubblico faceva ore di fila al botteghino pur di impossessarsi del biglietto d’ingresso. Le cifre parlano di oltre 80 milioni di dischi venduti in tutto il mondo e 173 incisioni tra studio, live e raccolte che, a tutt’oggi, rimangono il maggior numero di album realizzati da un’artista italiana.

Milva è stata anche la cantante italiana più “intellettuale”: oltre a divenire la musa di Giorgio Strehler, cantò e recitò in nove lingue, interpretò Bertolt Brecht in tedesco ed il tango di Astor Piazzolla in spagnolo; nel 2009 fu nominata Cavaliere della Legion d’Onore in Francia, ed ebbe una Croce al merito a Berlino.

A Milva è rimasta legata anche ...una buona fetta di Livorno. Già, perché la band che l’ha accompagnata dagli anni ‘70 nelle varie tournée all’estero era composta da musicisti tutti nostrani: si trattava di Eugenio "Neno" Vinciguerra alle tastiere, Giovanni Martelli alla batteria, Franco Paganelli alla chitarra e Claudio Barontini al basso; più tardi, nel 1975, si unì il flautista Marco Gasperetti. Al gruppo fu dato il nome “I Milvi”, che cambiarono in “Black and White” solo in occasione dei concerti gospel quando si affiancavano i “New Folkstudio Singers”, famoso gruppo americano.

Ma come nacque il complesso? Tutto partì da “Neno” Vinciguerra che già all’epoca si era fatto un nome nel campo musicale e che lavorava con Milva, quando, agli inizi del ‘70, ebbe l’incarico dalla cantante di formare un gruppo. “Neno” si guardò in giro e andò a ‘pescare’ al Cantareferendum, il concorso lanciato dal giornale Il Tirreno che dava la possibilità ai vincitori di incidere un

      disco. Tra i vari complessi che parteciparono, scelse due appartenenti al gruppo “Cuori di pietra”, ovvero Martelli e Paganelli, entrambi giovanissimi, addirittura 15enne il primo, 17 l’altro. Barontini si fece notare invece con “La mente corta” mentre, nel 1975, subentrò Gasperetti. Tutti giovani di buone speranze, con la musica nelle vene, che frequentavano con profitto l’Istituto Musicale ‘Mascagni’.

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Milva ebbe qualche dubbio, soprattutto sull’età (“ma questo è un bambino”, riferendosi a Martelli) ma, appena il gruppo si presentò al provino, ogni scetticismo sparì: erano nati “I Milvi”.

Milva e “I Milvi” si esibirono praticamente in circa 500 concerti in tutto il mondo: dall’Olympia di Parigi al Madison Square Garden di New York, al Teatro di San Pietroburgo (allora Leningrado), e poi Giappone, Corea, tutta l’Europa, Sanremo, Saint Vincent e in ogni parte d’Italia.

Barontini ricorda i rapporti con Milva: «Con noi era sempre molto cordiale. In tournée capitava che ci invitasse nelle sue suite di albergo a giocare a carte, ci portava a cene extracontratto, ci raccontava di Strehler e del Piccolo di Milano ma  anche le sue storie personali, intime. Normalmente era molto generosa. Ricordo a Venezia quando a fine concerto, tutta felice, mi regalò un disco con  la seguente dedica: “A Claudio, se il recital ha avuto successo è anche merito  tuo. Milva”.

Aneddoti? Ricordiamone un paio: «Suonavamo a Pisa - racconta Gasperetti - al Giardino Scotto, Milva fra gli applausi disse “Il mio complesso è toscano”, applausi, “sono tutti livornesi”, e giù una pioggia di fischi... Un’altra volta a Francoforte lei, acclamatissima, cantava sulle musiche di Weill. Io aprivo col flauto uno di questi brani. Era l’inno delle camicie brune, poi iniziava la parte cantata, con le parole di Brecht. Dopo le prime note di flauto iniziarono i mormorii in teatro, poi un silenzio di gelo. Finché lei spiegò in tedesco che la canzone era antinazista».

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Quando Milva iniziò a dedicarsi al teatro di Giorgio Strehler e Bertolt Brecht, al complesso de “I Milvi” venne a mancare la... materia prima. In pratica, si sciolsero come neve al sole senza mai aver avuto l’intenzione di smettere, anche perché Milva pagava molto bene e nelle loro tasche non mancavano certo i soldini. Solo dopo qualche settimana si resero conto che era il caso di chiudere definitivamente il capitolo e di guardare avanti, ognuno verso il proprio futuro. Da ragazzi intelligenti che era-

      no non ebbero difficoltà a riprogrammarsi e così tutti quanti si sono affermati in campo professionale, nei più disparati settori. Marco Gasperetti è un giornalista e saggista. Ha lavorato dal 1981 al 2001 per il Gruppo l’Espresso ed è stato tra i fondatori del webteam Espresso Finegil, una delle prime strutture italiane di giornalismo online. Dal 2001 lavora al Corriere della Sera dove si occupa di cronaca, politica e attualità. Claudio Barontini è un affermato fotografo, richiestissimo in Italia e all’estero, che ha “immortalato” tra l’altro grandi personaggi pubblici (a cominciare da Carlo d’Inghilterra), autore di prestigiose collane. Il dott. Franco Paganelli ha un avviato studio commercialista ed è stato presidente dell’ordine professionale. Il “bimbo” Giovanni Martelli si è invece imposto come rappresentante commerciale nel settore del legno.

L’unico che è rimasto nel settore musicale, e non poteva essere altrimenti, è l’«inos-

sidabile» Eugenio ‘Neno’ Vinciguerra, sempre più bravo e sempre più acclamato, colui che con i suoi “piano-bar” continua a deliziare le platee e a far innamorare le coppie.

Nostalgia per “i Milvi”? Un po’. Specie lo scorso anno quando i cinque si sono ritrovati in un ristorante e hanno rievocato dieci anni da favola, tra successi e applausi raccolti nei più importanti teatri del mondo, cene con vip e politici internazionali, viaggi da un continente all’altro, vita di corsa (trasferimenti lunghi, montare e smontare l’apparecchiatura musicale) ma anche hotel di lusso, sempre corteggiati e vezzeggiati da uno stuolo di belle ragazze.

Insomma, altri tempi, meno problemi, capigliature folte, abbigliamento beat, tanto entusiamo, maggiore spensieratezza, posti indimenticabili, il privilegio di affiancare una grande ed eccezionale artista, e, perché no?, la soddisfazione e l’orgoglio di portare un “pezzo” di Livorno in giro per il mondo. Nonostante l’ottima posizione professionale dei cinque e il contorno di belle famiglie, sì, in effetti, oggi, in loro, un po’ di nostalgia c’è. Anzi, tanta!

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