Il mistero della Madonna perduta

Le notizie storiche sulle origini del culto mariano a Montenero formano un mosaico sufficientemente leggibile, pur in mancanza di alcune tessere. L’unico elemento della nota leggenda che trova una ragionevole conferma riguarda l’anno in cui tutto avrebbe avuto inizio, il 1345

di Giorgio Mandalis

Le notizie storiche sulle origini del culto mariano a Montenero formano un mosaico sufficientemente leggibile, pur in mancanza di alcune tessere. L’unico elemento della nota leggenda che trova una ragionevole conferma riguarda l’anno in cui tutto avrebbe avuto inizio, il 1345, quando l’Immagine avrebbe parlato ad un pastore che badava il gregge lungo il rio Ardenza chiedendogli di essere trasportata fin dove il suo peso sarebbe divenuto insopportabile e lì avrebbe dovuto posarla ed erigervi una cappella in cui custodirla. Racconti simili - di questo vi è notizia certa solo a partire dal 1589 - sono tramandati per spiegare le origini di quasi tutti i santuari dell’universo cattolico e vanno presi per quello che sono, pie leggende rivolte al popolo dei fedeli, un tempo per la maggioranza illetterati e inclini più al meraviglioso che alle ricostruzioni storiche, soprattutto se tali leggende vengono associate al culto di un’immagine a cui si attribuiscono poteri miracolosi e grazie ricevute. Naturalmente la  Storia è un’altra cosa.

Un interessante fatto poco noto accaduto nell’allora castello di Livorno può avere attinenza con l’origine del culto mariano a Montenero. Si tratta di una storia risalente al 1341, pubblicata per la prima volta nel saggio sul santuario scritto da don Salvatore Barsotti nel 1923, in cui il sacerdote dimostrava di essere un ottimo studioso e ricercatore di fonti primarie inedite, nel solco del rigore della scuola positivistica. In anni più recenti il documento fu riscoperto dal nostro concittadino medievista Gaetano Ciccone che ne ha ricavato un breve saggio edito sul web nel 2012, concedendomi il suo cortese consenso ad attingervi per questo articolo.  Ecco di cosa si tratta.

Nel luglio 1341 (stile pisano) era nato spontaneamente a Livorno un culto non autorizzato dall’arcivescovo di Pisa, all’epoca Simone Saltarelli. Sulla riva del fossato che lambiva il castello era stata eretta una cappella dedicata ad una imprecisata immagine che aveva sùbito ottenuto il favore della popolazione locale. La venerazione si manifestava con tutte le procedure di un culto canonico: il pievano Lapo di Falcone chiamava a raccolta i fedeli suonando le campane della pieve di SS. Maria e Giulia, si cantavano inni liturgici, le pareti venivano ornate di mortella, si predisponevano la cassetta delle offerte e i ferri per sorreggere le candele, altre immagini dipinte per l’occasione ornavano le pareti della improvvisata cappella, che tuttavia per essere degna di questo nome avrebbe dovuto essere costruita canonice, secondo i cànoni.

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La gerarchia ecclesiastica non tardò a farsi sentire: il 28 luglio il vicario dell’arcivescovo, tale don Stefano, pievano di Doccia, inviò una lettera a Lapo di Falcone intimando che il culto venisse immediatamente sospeso e la cappella abbattuta. I responsabili del culto, tra cui lo stesso Lapo, forti del sostegno del popolo, fecero orecchie da mercante, finché tutti i caporioni del movimento spontaneo furono convocati dall’arcivescovo Saltarelli per le 9 del mattino del 13 agosto con l’accusa di disobbedienza e per costruzione arbitraria di luogo di culto.

I documenti purtroppo non dicono cosa accadde poi, ma certo è che di questo culto non se ne parla più. In compenso dopo pochissimi anni sorge il primitivo oratorio canonice aedificato sul colle di Montenero.

Del 1° giugno 1347 (stile pisano) è il primo documento che menziona l’esistenza dell’ecclesia di Santa Maria piena di Grazia. Un tabernarius livornese - un macellaio, non un oste come a volte si legge - di nome Bonaccorso detto Coscio figlio del fu Puccio di Villano fa testamento e predispone dei lasciti più o meno cospicui per 14 chiese, ospedali e confraternite anche pisane.

Al primo posto compare l’ospedale livornese di Sant’Antonio, a cui devolve

    12 libbre (lire) e all’ultimo - anche per la consistenza della donazione - predispone 10 soldi (cioè mezza libbra o lira) da destinare a Santa Maria Piena di Grazia di Montenero. Pochi spiccioli dunque per un luogo di culto a cui Bonaccorso  doveva essere relativamente affezionato. Inoltre è interessante notare come tra i fidecommissari del testamento compaia il pievano Lapo di Falcone, che, come giustamente rileva il Ciccone, doveva essere uscito senza troppi danni dalla convocazione dell’arcivescovo di qualche anno prima.

Non solo la data di redazione del testamento si avvicina all’anno registrato dalla leggenda, il 1345, ma tutti i documenti precedenti, tra cui uno del 1338, che menzionano i luoghi di culto presenti sul colle (San Salvatore e San Fele) non citano Santa Maria, evidentemente perché ancora non esisteva. Forte è il sospetto che l’arcivescovo pisano avesse voluto compensare il soppresso moto spontaneo collegato alla misteriosa immagine con un oratorio questa volta canonice aedificato e che nei primissimi anni della sua esistenza non dovesse avere riscontrato troppo entusiasmo tra i livornesi.

Se quindi prima del 1347, possibilmente a partire dal 1345, esisteva a Montenero un luogo di culto dedicato alla Madonna è certo che dovesse essere corredato di una sua propria immagine.

La leggenda dell’apparizione al pastore che è di epoca tarda, come si diceva, e nata in anni in cui le origini storiche potevano essere state dimenticate, non mette in dubbio che fosse la tavola dipinta a tutti nota (figg.1,2,3,), ma come vedremo presto ciò non è possibile.

Se, come sembra, il culto della Vergine di Montenero non aveva riscosso inizialmente la devozione entusiasta dei Livornesi, col passare degli anni i numerosi lasciti in beni mobili e immobili dimostrano l’esatto contrario. P. Nicola Vasaturo, autore di una studio sull’argomento successivo al 1999 (nel testo si cita tale anno, ma l’editore non registra alcuna data), spiega questa nuova tendenza con gli effetti dell’epidemia di peste che attraversò l’Europa nel 1348-49, a causa della devozione testimoniata da chi ne era uscito guarito.  L’ipotesi, sebbene priva di riscontri documentali, appare tuttavia assai plausibile. Ma quale ne fosse stata la ragione, è un fatto che nei successivi decenni, come attestano vari documenti dei secoli XIV e XV, furono donate molte somme di denari, terre coltivabili e boschive, adibite a pascolo e a vigna, persino abitazioni situate a Livorno tanto da provocare il poco edificante spettacolo di una guerra tra ordini regolari per aggiudicarsi la custodia del sacro luogo e, all’interno di uno stesso ordine, la lotta per chi dovesse diventarne il reggente.

Una lettera del papa Martino V risalente al 1421, scritta per confermare quali legittimi “custodi”  i terziari francescani, ci conserva una notizia altrimenti ignota sulle origini del santuario. Il pontefice menziona il frate a cui si deve la costruzione del primitivo oratorio, con annessa l’abitazione dei custodi, cioè il terziario fra’ Sabatino, che all’epoca della lettera era ovviamente quondam, cioè defunto. Mentre nel saggio di don Barsotti si apprendono da un altro documento i nomi dei frati, Giovanni e Cello, i quali nel 1380 avevano avviato il progetto di am-

    pliamento del luogo di culto, che da piccolo oratorio dovette finire con l’assumere dimensioni  ragguardevoli per accogliere l’accresciuta moltitudine dei fedeli. Altre fonti attestano che nel 1390 i lavori non erano ancora conclusi, mentre nel 1393 nella chiesa si era  ricominciato ad officiare.

Tutto questo per tornare alla sacra immagine. Il noto dipinto della Madonna, eseguito su tela poi applicata ad una tavola di legno, sebbene non firmato, è sicuramente attribuibile al pittore pisano Jacopo di Michele detto Gera ed è databile con altrettanta certezza ad un anno di poco successivo al 1387.

Di tutto questo vedremo meglio nel prossimo numero di Livornononstop, ma per il momento basterà una considerazione di massima. L’opera del Gera dovette pervenire a Montenero in concomitanza con la riapertura al culto dopo o durante i lavori di ampliamento della ecclesia, come viene definita nel testamento di Bonaccorso, le date coincidono. Ma l’oratorio esisteva da oltre quarant’anni ed era già stato dedicato a S. Maria piena di Grazia, quindi la prima immagine che vi fu venerata doveva essere un’altra. Quale? quella additata al culto dal movimento spontaneo nato nel 1341 a Livorno? forse un’icona greca di cui si conserverà traccia nella leggenda, che la vuole trasportata dagli angeli fin dall’isola di Eubea, la Negroponte dei Veneziani? e, in particolare, perché si decise di sostituirla con quella che tutti conosciamo, soprattutto se era già ritenuta miracolosa? Allo stato attuale degli studi le risposte non ci sono e se ciò può deludere lo storico ed incitarlo alla ricerca, forse può rallegrare il devoto, che vede così restituita al dipinto un’aura di affascinante mistero, in cui possono trovare spazio anche leggende e portenti.

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