Il monastero delle Carmelitane Scalze

Le Monache Scalze della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo costituiscono un ordine religioso cattolico contemplativo ed apostolico basato sul regime di clausura e sulla condivisione dello stesso ritmo di preghiera, dedicando ogni giorno molte ore alla preghiera silenziosa.

Di Renzo Rossi

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Le Monache Scalze della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo costituiscono un ordine religioso cattolico contemplativo ed apostolico basato sul regime di clausura e sulla condivisione dello stesso ritmo di preghiera, dedicando ogni giorno molte ore alla preghiera silenziosa. Le origini dell’Ordine del Carmelo (ebraico karmel = vigneto) sono in Terra

    Santa, sulle pendici del monte omonimo1 ove entro la metà del XII secolo si viveva in caverne, ma il riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa risale al 1209, quando questi eremiti ricevettero una regola di vita.

Per le Carmelitane Scalze di Livorno sono state importanti tre donne, una spagnola, una romana ed una livornese.

La prima, la spagnola Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumada (1515-1582) destinata a divenire una delle sante più importanti della storia per i suoi scritti mistici col nome di Santa Teresa d’Avila, entrò nel Carmelo dell’Incarnazione d’Avila in Spagna nel 1542 all’età di 20 anni e nel 1562, sotto il nome religioso di Teresa di Gesù, si tolse le scarpe e si avviò con quattro novizie a fondare un nuovo monastero dedicato a San Giuseppe, inaugurando così la riforma dell’Ordine consistente in un ritorno alle maggiori rigidità iniziali. L’aggettivo latino discalceatus del resto, oltre che senza scarpe, significa anche riformato, ossia che ha subìto una revisione.

Il Carmelo Riformato in Italia apparve nel 1590 a Genova e nel 1627 a Roma fu fondato il Carmelo di Santa Teresa vicino al Quirinale grazie all’attività della seconda donna di cui all’inizio, la romana Caterina Cesi d’Acquasparta (1590-1642), che, dopo una vita molto complicata2, divenuta suor Caterina di Cristo, ricevette l’autorizzazione a darne origine. Nel 1810 a causa delle soppressioni napoleoniche le sue religiose si dovettero trasferire e nel 1871 il Carmelo fu soppresso: le sorelle furono trasferite in una casa di proprietà del Collegio Germanico-Ungarico e nacque così la necessità di avere un adeguato luogo per ripristinare la vita eremitica, caratterizzante l’Ordine: questo progetto si attuò solo nel 1938 ed il luogo idoneo per tale realizzazione fu proprio Antignano, alle pendici del colle di Montenero.

Fondatrice della nuova realtà monastica fu la terza donna di cui all’inizio, la livornese Evelina Piccioli (1888-1974). Anche la sua vita fu molto singolare: fuggita di casa per raggiungere il Carmelo di Modena, fu portata in tribunale col pretesto che fosse labile di mente e costretta ad essere ricoverata in manicomio. Conclusa la causa in maniera a lei favorevole, nel 1925 Evelina ritornò a Modena dove divenne Carmelitana Scalza col nome Suor Celina Maria del Sacro Cuore. Venuta a conoscenza della possibilità di spostare altrove il Carmelo romano, nel 1934 vi si fece destinare e due anni dopo, divenutavi priora, ne ottenne il trasferimento in riva al Tirreno. Nella sua autobiografia narra che il luogo per erigere il nuovo monastero le venne suggerito da un segno richiesto a Santa Teresa del Bambin Gesù3: una rosellina fresca, tuttora conservata come una reliquia dalle religiose.

Suor Celina fu priora a Livorno dal 1945 al 1948 e poi dal 1951 al 1957. Da allora si sono succedute sei nuove priore, l’ultima delle quali è Madre Maria Giacinta.

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Il monastero dunque ha un retaggio ragguardevole fatto non solo di eventi ma di figure e personaggi. Della realtà monastica romana, poi trasferitasi in Livorno, le religiose però conservano ben poche cose perchè l’archivio conventuale originario è stato incamerato dal Demanio, ma la buona memoria delle monache ha permesso la ricostruzione di pazienti Memorie e per gli interessati esistono ben 5 pubblicazioni le quali documentano anche la verve poetica che animò alcune delle sorelle.

La storia del Carmelo di Antignano, dunque, iniziò il 15 ottobre del 1937 con la posa della prima pietra ed il 7 agosto del 1938 terminarono i lavori: la nuova clausura vi iniziò il 24.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, nel 1939, parte del monastero venne occupata dai militari e, nel giugno 1944, per l’esplosione di una serie di mine disseminate intorno al colle la casa fu danneggiata con le monache che trovarono riparo presso la Certosa di Calci (PI). Nel maggio del 1945 le religiose rientrarono nel monastero d’Antignano trovandolo in condizioni disastrose e solo il 3 ottobre la comunità vi potè abitare nuovamente.

Da sempre il Convento ha ospitato pure una Ruota degli Esposti ov’era possibile lasciare un neonato: il marchingegno non è mai stato usato e quindi nessun neonato vi fu abbandonato anche se le sorelle, conosciuto qualche caso difficile, aiutarono economicamente alcune

     giovani madri non sposate. Tuttora oggi, entrando nella parte del Monastero aperta ai visitatori, in fondo è visibile, attraverso un piccolo varco a circa un metro da terra, questo marchingegno color marrone scuro che sporge verso di noi e, una volta poggiato qualcosa nel suo piano, è girabile per il trasferimento dell’oggetto all’interno del Convento.

Venendo ai giorni nostri su suggerimento di don Paolo Razzauti e del vescovo Simone poco più di un anno orsono fu autorizzata una parrocchia virtuale legata ad un monastero invisibile tramite un profilo Facebook attraverso il quale le sorelle di Antignano possono ricevere richieste di preghiere da parte di fedeli in situazioni difficili: da allora le richieste sono state moltissime a testimonianza delle sofferenze presenti nella società e dell’utilità, almeno dal punto di vista del conforto psicologico, dell’iniziativa.

Nel blog associato al profilo è descritta la giornata delle attuali 10 sorelle (di cui 2 novizie), giornata suddivisa fra 7 ore di preghiera e 7 di lavoro, oltre a 2 ore per pranzo e cena, con sveglia alle 5,30 e ritiro alle 20,30. Il lavoro può riguardare orto, cucito, pittura, ricamo, uncinetto e produzione di corone del rosario.

La chiesetta del monastero prevede due sale contigue: quella per il pubblico con accesso dal piazzale esterno ha una grata situata dietro l’altare, mentre quella interna al convento proprio attraverso tale grata permette alle suore di ascoltare la Messa che viene celebrata nella prima alle 7.50 nei giorni feriali e alle 8.30 nei giorni festivi.

Approfittando della disponibilità della mia interlocutrice e dell’accesso alla tecnologia telematica di cui sopra delle suore, concludo la mia intervista virtuale con due domande.

La prima riguarda il perché della clausura e del rischio che essa possa essere intesa come una resa, quasi vile, al male del mondo e la risposta mi ha parlato di una particolare avventura dell’amore: come ogni innamorato pensa soltanto all’amato così l’innamoramento dell’Onnipotente porta alla ricerca di un nascondimento in cui pregare continuamente perché Egli sia conosciuto sempre di più e sempre meglio.

La seconda domanda è se sia possibile chattare con Dio anche tecnologicamente oltre che spiritualmente, e la risposta della dolce e serena voce è: “Perché no? L’Onnipotente può tutto ed a ciascuno è permesso scegliere il modo preferito per contattarlo”.

Amen

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