Quattro Mori e i trofei rubati

Nel mese di Giugno 1626, subito dopo completato il posizionamento dei Mori coi due bronzi posteriori, Pietro Tacca inviava una rappresentanza autografa alla Corte fiorentina

Di Giorgio Mandalis

Nel mese di Giugno 1626, subito dopo completato il posizionamento dei Mori coi due bronzi posteriori, Pietro Tacca inviava una rappresentanza autografa alla Corte fiorentina:

“havendo messo in opera tutti e quattro li schiavi, per compimento di quell’opera, è necessario far sotto i piedi della statua del Granduca Ferdinando, di gloriosa memoria, li trofei e le spoglie di detti schiavi, e ne’ vani della base mettervi pietre o diaspri, e intorno a detta base li ferri, come qui a’ cavalli di Piazza  [della Signoria] e dell’Annunziata”.

Le pietre o diaspri verranno apposte al basamento solo nel 1888, anno in cui il monumento per ragioni di sicurezza venne spostato di alcuni metri dalla collocazione originale, procedendo nel contempo a restauri conservativi. Venne utilizzato marmo di Campiglia, che appare ancora nella sua collocazione.

Quanto ai ferri non saranno piazzati che verso la fine del XVIII secolo, come indicano le stampe dell’epoca, e rimarranno nella forma poco elegante e giudicata una “gabbia”, fino al 1888, quando furono sostituiti con una recinzione in stile barocco di grande eleganza eseguita dalla fonderia livornese dei fratelli Gambaro. Lesionata durante la seconda guerra mondiale, sarà a sua volta sostituita nel 1950 da quella attuale, sempre in stile, ma dal disegno più lineare.

Invece i trofei furono realizzati e collocati nei primi di Marzo 1638 dal figlio e collaboratore di Pietro (+1640), Ferdinando Tacca, di lì a due anni erede della bottega paterna.

Secondo la testimonianza del Santelli, annalista livornese attivo nei decenni centrali del XVIII secolo che poteva vederli ancora nella loro collocazione, essi

    rappresentavano un manto reale barbaresco, un turbante, un turcasso o faretra ed una scimitarra. Le stampe dei secoli XVII e XVIII, a partire dall’acquaforte di Stefano Della Bella del 1655, mostrano i trofei confermando quanto scritto dal Santelli e indicano con sufficiente chiarezza come apparissero nella loro composizione artistica. (figg. 1,2,3).

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L’autore  dei trofei

La paternità dell’opera spesso si legge attribuita ad un collaboratore di Pietro Tacca, Taddeo di Michele, che avrebbe realizzato i trofei su disegno del maestro. Il primo a indicare questa attribuzione fu il marchese Giuseppe Campori (1821-1887) nelle sue Memorie biografiche degli Scultori, Architetti, Pittori... (1873), il quale fece il nome del collaboratore indicando come anno di esecuzione il 1622. Il primo (inascoltato) studioso che segnalò l’incongruenza della datazione fu Cesare Venturi, nel suo importante saggio sul monumento apparso in Liburni Civitas (fasc.V, 1934): se il Campori avesse avuto ragione, il Tacca avrebbe eseguito i trofei prima ancora di realizzare i Mori, cosa che la rappresentanza autografa del 1626 smentisce categoricamente. Il Venturi, citando il Santelli, ricorda che l’annalista riportava per quell’anno 1622 il nome di questo collaboratore, ma quale autore materiale del rialzo marmoreo del basamento, ancora visibile, eseguito su disegno del Tacca e resosi necessario prima dell’arrivo dei quattro bronzi per non soffocare la statua marmorea del granduca. Lo storico dell’arte modenese, con ogni probabilità, avrebbe confuso il rialzo del piedistallo con l’esecuzione dei trofei, la cui paternità non c’è motivo di sottrarla a Pietro Tacca, ancora vivente quando furono posti ai piedi di Ferdinando.

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La sparizione  dei trofei

Tutte le immagini che raffigurano il monumento prima del 1799, anno del secondo arrivo delle truppe napoleoniche a Livorno, lo mostrano completo dei trofei di bronzo. Fanno naturalmente eccezione alcuni dipinti eseguiti tra il 1626 e il 1638. Dopo il 1799 le stampe e, in seguito, le fotografie ne documentano la mancanza. (fig.4)

Il generale Sextius Miollis, sbarcato nel porto labronico con l’esercito repubblicano, scrisse nel Marzo 1799 un  proclama rivolto alla Municipalità imponendo una trasformazione tra il radicale e il grottesco del monumento che definiva un insulto all’umanità:

 

Un solo monumento esiste a Livorno, che insulta l’umanità. Quattro sventurati cento volte più valorosi del feroce Ferdinando che li calpesta, incatenati al suo piedistallo, offrono spettacolo affliggente non appena si mette piede sul porto. I sensi del dolore, dello sdegno, del disprezzo e dell’odio, devono agitare ogni anima sensibile che ivi si avvicini. Vendicheremo l’ingiuria fatta all’umanità! Compiacetevi, cittadini, di ordinare che la statua della libertà sia sostituita a quella di questo mostro. Una mano spezzi le catene dei quattro schiavi, l’altra schiacci con la picca la testa di Ferdinando disteso al suolo.

 

L’immagine del mostro fu rimossa dal piedistallo e appoggiata a terra, rendendo così accessibile anche l’adito ai trofei, mentre le autorità locali, piene di timoroso ossequio, emettevano prontamente un bando invitando gli artisti interessati a fornire un progetto del nuovo gruppo scultoreo delineato dal generale francese, per la cui realizzazione i trofei non avrebbero più rivestito alcuna funzione.

Ma la notizia dell’approssimarsi della flotta inglese costrinse Miollis a reimbarcare le truppe e a prendere il largo. Partiti i Francesi, Ferdinando fu rimesso prontamente al suo posto, ma i trofei non c’erano più.

Congetture e testimonianze sull’esistenza dei trofei

La poetessa e scrittrice livornese Angelica Palli, nei suoi Cenni sopra Livorno -  una guida letteraria edita nel 1856 - ipotizza che Miollis, noto connaisseur e collezionista  d’arte, avesse lanciato l’idea della trasformazione del monumento paradossalmente per salvare i Mori, evitando che il loro bronzo si trasformasse in fusti di cannone per l’artiglieria francese. E spesso la letteratura sul monumento registra questa ipotesi proprio per spiegare la scomparsa dei trofei, nel qual caso sarebbe del tutto inutile ricercarli.

Anche una ricognizione richiesta nel 1929 dal Venturi all’amico livornese Leonetto Cappiello, il padre del moderno cartellone pubblicitario che allora risiedeva a Parigi e conosceva il direttore del Louvre, non produsse risultati.

Tuttavia in anni più recenti varie testimonianze e documentazioni attestano la loro presenza nei depositi del Département des Sculptures del museo parigino. Forse è sufficiente riportare una recente pubblicazione francese sul monumento livornese (Lilian Pestre de Almeida, Il monumento noto come “i Quattro Mori” a Livorno (XVII secolo)) che menziona i trofei attestando che sono in giacenza nel Département des sculptures e che furono sottratti dalle armate napoleoniche nel 1799:

“...i trofei barbareschi furono allora tolti. Essi oggi fanno parte delle collezioni del Louvre (Dipartimento delle sculture)...”.

 

Conclusioni

Sulla base di questi riscontri, l’ipotesi più plausibile è che il generale collezionista se li fosse tenuti e che successivamente o lui stesso o i suoi eredi avessero donato la scultura preziosa, ma ingombrante e decontestualizzata, al Louvre, dove viene tuttora custodita e saltuariamente esposta.

I danni subiti dal monumento a causa di questo furto non sono irrilevanti, anche se per oltre due secoli il suo aspetto e la sua notorietà prescinde dalla presenza dei trofei. Il primo danno è di natura estetica, perché il bronzo presente ai piedi della statua marmorea dialogava con quello dei quattro “prigioni” sottostanti, favorendo l’integrazione della sezione superiore, di altro autore, epoca e materiale, con quella inferiore del Tacca; il secondo concerne il significato stesso da attribuire al monumento: la presenza dei trofei chiarirebbe il motivo per cui i quattro personaggi appaiono incatenati ai piedi del Granduca, suggerendo un preciso riferimento alla guerra di corsa per il controllo del Mare di Toscana.

La loro scomparsa ha reso più ambigua l’interpretazione da attribuire al complesso scultoreo sino a favorire definizioni false, pericolose e antistoriche, come quella di “monumento alla schiavitù” di cui i Livornesi dovrebbero vergognarsi.

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