Quattro Mori, nuovo look e fascino

Il 3 Giugno scorso, poco dopo le ore 20, il sindaco Salvetti accompagnato dall’assessore Lenzi tagliava il nastro tricolore che avvolgeva i fianchi dei quattro colossi di bronzo. Presenziavano sul prato che circonda il monumento la dott. Paola Spinelli, presidentessa del Rotary Club Livorno, promotore dell’iniziativa; la dott. Loredana Brancaccio, responsabile di area funzionale per conto della Soprintendenza di Pisa e vi si aggiungerà la restauratrice, dott. Valeria Pulvirenti

Di Giorgio Mandalis

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Il 3 Giugno scorso, poco dopo le ore 20, il sindaco Salvetti accompagnato dall’assessore Lenzi tagliava il nastro tricolore che avvolgeva i fianchi dei quattro colossi di bronzo. Presenziavano sul prato che circonda il monumento la dott. Paola Spinelli, presidentessa del Rotary Club Livorno, promotore dell’iniziativa; la dott. Loredana Brancaccio, responsabile di area funzionale per conto della Soprintendenza di Pisa e vi si aggiungerà la restauratrice, dott. Valeria Pulvirenti, che ha lavorato con la sua squadra per riportare il basamento al primitivo splendore, rispettando i materiali originali e ricorrendo a puliture e protezioni di cui la relazione tecnica di prossima pubblicazione renderà edotti tutti gli interessati. Oltre la cancellata la folla degli invitati, altre autorità cittadine civili e militari e alcuni coprotagonisti della realizzazione dell’evento: la dott. Olimpia Vaccari, presidentessa di Fondazione Arte e Cultura, che del progetto è stata la paziente regista e la coordinatrice; l’arch. Valentina Pieri che con lo studio Eutropia Architettura ha curato l’intera direzione dei lavori; l’arch. Stefania Di Baccio che ha seguito il progetto delle luci studiato da Comet Marini Pandolfi, installando una illuminazione notturna (fig. 1) che ora accarezza i corpi possenti degli schiavi e la divisa da ammiraglio stefaniano del Granduca: una vera meraviglia che valorizza come mai prima il modellato dei due scultori a cui dobbiamo il capolavoro: Giovanni Bandini (Ferdinando I de’ Medici, 1599) e Pietro Tacca (basamento, 1616-1617, e i Mori, 1623 quelli anteriori, 1626 i posteriori).

Solo per amore di completezza, c’era pure l’autore del nuovo cartello turistico (il prof. Giorgio Mandalis, ndr), con le essenziali notizie storiche in Italiano ed una loro sintesi tradotta in Inglese. Sul retro del cartello figura una splendida riproduzione tratta dalla celebre acquaforte di Stefano Della Bella che mostra come appariva il monumento e il suo circondario nel 1655 (fig. 2). I finanziamenti necessari sono stati provveduti (l’elenco non vuole seguire un criterio prioritario) dai due Rotary cittadini, “Livorno” e “Mascagni”, dalla Fondazione Livorno, da Fondazione Arte e Cultura e dalla Banca di Credito Cooperativo di Castagneto Carducci.

A dirla in breve, è stato un bel momento per la storia cittadina, un segnale che la vita riprende, che la cultura non ha minor dignità di ogni altra impresa, che quando esiste un valido progetto non mancano i finanziamenti, le sinergie necessarie e le persone di buona volontà che vi si applicano: un risultato di cui tutta la città può andare orgogliosa, ma che forse non coinvolge tutti con pari entusiasmo.

Infatti se è vero che la maggior parte dei Livornesi continua a riconoscere nei “Quattro Mori” il simbolo della città, non da ora si è anche

    affermata una schiera di detrattori, che amano poco o punto il complesso scultoreo, non tanto (voglio sperare) per il misconoscimento delle sue intrinseche qualità artistiche - si tratta probabilmente del più importante monumento civile europeo eseguito negli anni di transizione tra Manierismo e Barocco -, quanto per quello che raffigura, almeno ad una lettura di primo impatto e priva di correlazioni storiche. Del resto anche l’iscrizione latina che accompagna la stampa di Della Bella non nasconde che il M(agnus) E(truriae) D(ux), il Granduca di Toscana, praemens (è colui che schiaccia, calpesta) i mancipia Thracia (gli schiavi turchi) la cui realizzazione ha voluto che avvenisse - cosa in verità non documentata per questo monumento - col bronzo a loro sottratto nelle vittoriose battaglie navali. Detto in altre parole e in altro stile: quattro becchi e bastonati.

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Nel Seicento e per buona parte del secolo successivo non vi sono testimonianze note che il monumento potesse suscitare sentimenti di sdegno per la presenza degli schiavi in catene. La cosa era percepita come una normalità, trattandosi di predoni catturati dai Cavalieri di Santo Stefano. Del resto la Compagnia del Riscatto promossa dai Trinitariani o Crocettini aveva lo scopo di liberare nelle terre islamiche i cristiani che avessero subito la medesima infelice sorte.

È solo verso la fine del Settecento e nel corso del secolo XIX che la diffusione del pensiero illuminista e la sua divulgazione veicolata dal-

     le conquiste napoleoniche favorirà una diversa sensibilità nella lunghissima e faticosa direzione (ben lungi dall’apparire ancora oggi conclusa) del conseguimento della libertà e dell’uguaglianza tra gli esseri umani. Fu così che il generale francese Miollis, sbarcato con le truppe repubblicane a Livorno nel 1799 definirà il monumento “un insulto all’umanità” e Ferdinando “un mostro”; Stendhal in una lettera del 1814 lamenterà la “sconvenienza” del gruppo scultoreo esibito proprio sul porto a chi sbarca nella città labronica; dal pittore americano Rembrandt Peale (1778-1860) nel 1830 esso sarà definito addirittura “disgustoso”.

In anni molto più recenti, Aldo Santini, il noto giornalista autore tra l’altro di un opuscolo del 1999 dedicato ai Quattro Mori, sosteneva che era un monumento di cui i Livornesi avrebbero dovuto “vergognarsi, almeno un po’” e il prof. Nicola Badaloni, filosofo e già sindaco di Livorno dopo Furio Diaz, poco prima di morire nel 2005, ebbe modo di esprimersi in un articolo su Il Tirreno definendolo “un monumento alla schiavitù”, una espressione forte, provocatoria, e, mi si consenta di aggiungere, azzardata, più ideologica che critica, perché è inimmaginabile sospettare che l’illustre studioso ignorasse la sua contestualizzazione storica e l’iconografia artistica che lo sottende.

Ma non fu solo merito o colpa della sensibilità illuministica ereditata dal pensiero democratico, liberale e socialista se sui Quattro Mori era calata un’ombra di inquietante sospetto. La presenza e per molto tempo persino l’assenza di un altro monumento livornese crearono una conflittualità ideologica promossa soprattutto dagli scrittori livornesi di età risorgimentale che continua anche oggi ad avere i suoi sostenitori: la statua del Villano.

Realizzata su commissione granducale dallo scultore fiesolano Romolo Ferrucci detto Del Tadda (1544-1621) forse nei primi anni del Seicento, raffigurava un giovane pastore appoggiato al suo bastone con un cagnolino

     ai piedi e fu posta su una fontana che gli fungeva da basamento, realizzata probabilmente ai tempi dell’approvvigionamento idrico seguito  all’assedio del 1496, accanto al bastione della Rocca Vecchia (da non confondere con la Fortezza Vecchia, che è sull’altro lato del Pamiglione), bastione rapidamente innalzato dai “marraioli” sopraggiunti nel castello per difenderlo dalla coalizione guidata dall’imperatore Massimiliano. Abbattuta da Ferdinando I la Rocca Vecchia col suo bastione, la statua del Villano assieme al basamento sarà spostata dove oggi inizia (lato mare) la via Fiume, in una piazzetta che ne prenderà il nome. Sparita verso il 1737, quando lo scultore carrarese G.F. Tanzi si era offerto di rifarla, non trovando però  interesse da parte dell’amministrazione locale, è riapparsa recentemente sul mercato antiquario fiorentino senza suscitare l’entusiasmo dei Livornesi: per il suo costo, immagino, ma anche per quel che rappresenta, un villano docile e innocuo, per niente adatto ad una simbologia civile (fig.3). Il cane ai piedi, documentato da un disegno, da un dipinto del Settecento e da testimonianze antiche, resta tuttora disperso.

L’attuale Villano guerriero (fig.4) di G. Guiggi e V. De Angelis (1956) da poco restaurato e posizionato a margine della Piazza Civica non ha relazione con la statua marmorea del Tadda, se non per la presenza del cane. Ha ereditato l’iconografia da un altro monumento, quello realizzato solo in gesso nel 1906 dagli scultori L. Gori e A. Salvadori, i quali avevano modellato un giovane fiero con uno spadone in mano e, anch’esso come nella statua originale, con un cane ai piedi (fig.5). Evidente appare per entrambi i monumenti lo stravolgimento dell’iconografia originale. Ciò fu dovuto alla letteratura di età risorgimentale, in particolare ai due racconti storici sull’assedio di Livorno del 1496 scritti nel 1839 dal democratico Francesco Silvio Orlandini e nel 1869 dal liberale Cesare Carraresi. Questi narratori inventarono il primo il personaggio di Guerrino della Fonte di Santo Stefano e il secondo quello di Lodovico d’Antignano, supplendo così alle fonti storiche che non tramandavano nessun nome di una presunta guida eroica al contingente dei “villani” accorsi in difesa del castello.

In buona sostanza i due più recenti monumenti al Villano ereditarono quelle forzature tipiche della storiografia risorgimentale volte a cogliere nel passato momenti anticipatori dello spirito indipendentista contemporaneo, la più nota mistificazione delle quali è la rilettura del giuramento di Pontida e della battaglia di Legnano tra Lega Lombarda e Barbarossa.

Il Villano di gesso ereditava le suggestioni del contributo popolare alle guerre del Risorgimento, quello attuale lo spirito della Resistenza al nazi-fascismo.

A parlare di monumenti simbolo si cammina sempre su un terreno assai scivoloso per le inevitabili strumentalizzazioni ideologiche che l’operazione culturale comporta, ma contrapporre con enfasi una statua ad un’altra ha ben poco senso in una logica storico artistica. Ognuno preferisca ciò che ritiene più rappresentativo della propria città, fosse anche il rimosso Bud Spencer o la funerea geometria del monumento a Leonetto Cappiello in piazza Aldo Moro. Non è questo il punto. Il punto è quello di sapere di che cosa si sta parlando, di conoscere innanzitutto la storia, poi di saperne prendere le debite distanze per non fraintenderla attualizzandola.

Prendersela con le catene a cui sono legati i Mori è come prendersela coi chiodi con cui il Cristo sta appeso alla croce. Il Crocifisso è così, anche se deprechiamo la pena di morte in generale e in particolare gli strumenti impiegati dai Romani per le loro esecuzioni capitali. I Mori sono “prigioni” e l’iconografia prevede le catene per la loro rappresentazione, anche se tutti odiamo la schiavitù.

Il monumento dei Quattro Mori, perché a Livorno così lo chiamiamo da sempre provando più empatia per l’umanità degli schiavi che riconoscenza per l’algido Padre della Patria, può essere restaurato dall’usura del tempo e dai danni delle intemperie, ma solo la cultura potrà difenderlo dai pregiudizi.

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