Quattro Mori

Il monumento dei Quattro Mori fu innalzato per commemorare la vittoria sui corsari turchi e barbareschi da parte della Marina Toscana

Il monumento dei Quattro Mori fu innalzato per commemorare la vittoria sui corsari turchi e barbareschi da parte della Marina Toscana affidata ai Cavalieri di Santo Stefano. Di qualunque colore essi fossero, a qualunque razza umana essi fossero appartenuti, resta l’inconfutabile fatto che compivano atti contro la libertà e contro la civiltà che deve sempre aver ragione sulla barbarie.

E che Livorno, sorretta dai Medici, fosse una città civile anche nel più ampio senso moderno, lo dimostrano le “livornine” di Ferdinando I e l’accoglienza su questo lido di migliaia e migliaia di derelitti, di ogni razza e colore, fuggiti o scacciati dalle loro terre naturali. Ferdinando accolse tutti, bianchi, neri, ebrei e turchi e promise loro protezione a condizione che si comportassero civilmente.

Livorno divenne così una città cosmopolita e forse l’unico luogo dove gli ebrei non furono mai confinati in un ghetto. E la Congregazione dei Padri Trinitari per la liberazione degli schiavi, quanto bene procurava in quei tempi all’umanità schiavizzata in ogni parte del mondo conosciuto!

Un ricorrente slogan pubblicitario, che spesso giunge ai nostri orecchi, ci invita a leggere la storia ed a seguire certi progranuni televisivi “Per mantenere viva lo memoria di ciò che è accaduto nel passato”. Giusto, giustissimo, le generazioni presenti debbono conoscere il faticoso cammino che l’umanità ha percorso per raggiungere questo terzo millennio perché hanno il compito di costruire e lasciare ai loro discendenti un mondo sempre migliore.

D’altra parte, bisogna convincersi che, nel campo dell’arte, non esiste alcun limite all’espressione di un’idea. Capolavori che rapppresentano schiavi e gruppi di schiavi si trovano a Firenze, a Roma e a Parigi e nei più grandi musei degni dell’ammirazione di milioni e milioni di turisti e di studiosi. E

     Cicerone, tanto per ricordare un grande dell’arte oratoria, candidamente espresse questo suo pregiudizio razziale: “Non comprare mai schiavi britannici; sono tutti fannulloni e stupidi”.

Per questo dovremmo cancellare dalla storia il grande oratore e letterato Marco Tullio Cicerone? E degli scrittori e filosofi greci e romani che ne facciamo?

La croce stessa, simbolo del cristianesimo e della passione, di Gesù non è forse il più tragico esempio di razzismo? Per l’amor di Dio, finiamola di vivere nell’immaginario campo dell’utopia, finiamola con la banale retorica. Finiamola anche con quell’atteggiamento improntato ad una inutile ed artificiosa ricerca dell’effetto demagogico con espressioni, programmi e promesse che lusingano le aspirazioni delle masse.

Liberare i quattro mori! E poi, che cosa si ottiene? Si cancellano i crimini e la barbarie che hanno accompagnato e tuttora accompagnano il cammino dell’uomo? Si cancella la storia? La punizione dei delinquenti, dei criminali, di coloro che turbano il vivere sociale è stata, e sarà sempre una forma di legittima autodifesa della società.

Cambiano i tempi, cambiano gli ordinamenti e cambiano le sanzioni. Ciò che è accaduto nel passato deve essere conosciuto, compreso, criticato e additato come monito per il bene delle future generazioni. è sempre inutile nascondere la realtà, la verità. Non posso, a questo punto fare a meno di ricordare che già una volta nella storia, qualcuno tentò di “liberare i quattro mori in nome della “libertà, dell’eguaglianza e della fratellanza”: fu il generale francese Siesto Miollis che, al comando delle truppe repubblicane, preso da un esagerato sentimentalismo, o meglio da una infatuazione di false idee di libertà, sostenne, per un po’, che il monumento dei Quattro Mori era da considersi come il “monumento della tirannide sull’umanità”.

Correva l’anno 1799 ed i francesi, desiderosi di riscattare il popolo oppresso dall’oscurantismo, proposero di abbattere  “l’infame monumento”. In realtà il loro programma era quello di una spoliazione sistematica dell’Italia.

Quando le loro velleità rivoluzionarie si estinsero con il colpo di Stato del 18 Brumaio (9 novembre 1799), anche i Quattro Mori furono lasciati in pace.

Ferdinando I tornò sul suo piedistallo con grande giubilo di tutti i livornesi che celebrarono l’evento con tanto di cerimonia ufficiale. Con questo atto i livomesi non uccisero né libertà, né eguaglianza, né fratellanza, anzi, basta leggere qualche pagina della storia di questa città, per rendersi conto di quanto questi tre pilastri della umana convivenza siano sempre stati gli elementi portanti della vita livornese.

I francesi, invece, sempre ispirati dai lori sentimenti umanitari..., si contentarono di portar via, cioè di rubare, i trofei principeschi che ornavano il piedistallo dei Quattro Mori!

 Nella seconda parte del secolo XlX i livornesi non permisero nemmeno il trasferimento dei Quattro Mori in Piazza d’Arme, cioè in quella che fu la Piazza Grande, vanto di Livorno. Andate ora a dir loro di toglierli di mezzo!

La storia non si cancella. L’arte non si distrugge e le tradizioni sono il piedistallo su cui poggiano i principi di sviluppo e libertà per i quali Ferdinando I de Medici, il 19 marzo del 1606, onorò Livorno col titolo di “Città”.

Livorno e i Quattro Mori sono una cosa sola e tutte livornesi sono le parole che formano i versi di questo antico “rispetto”:

Alla marina, che c’è i  Quattro Mori,

Vienitili a vede’come son neri

Son quattro ladroncelli rubacuori. Altro non dico. 

 

Cesare Favilla

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