La storia della “Ruota degli Esposti”.

C’era una volta una ruota: ma non si tratta di quella che per il progresso tecnologico ha rappresentato un’importante invenzione.

La notizia è stata ripresa da una ricerca di Matteo Giunti

C’era una volta una ruota: ma non si tratta di quella che per il progresso tecnologico ha rappresentato un’importante invenzione. Questa era una ruota particolare voluta nel 1198 da papa Innocenzo III, il quale, secondo la tradizione, dopo aver avuto una serie di incubi notturni in cui cadaveri di neonati rimanevano impigliati nelle reti dei pescatori del Tevere, ne chiese l’istituzione. 

Si trattava, infatti, di un meccanismo girevole di forma cilindrica, di solito costruito in legno, che combaciando con un’apertura su un muro permetteva di collocarvi, senza essere visti dall’interno dell’edificio in questione, gli “ esposti”, ovvero i neonati abbandonati.

Chiaramente, facendo girare la ruota, la parte col bambino veniva introdotta all’interno, solitamente di una chiesa o di un ospedale e, una volta aperto lo sportellino, si potevano prestare al piccolo le prime cure.

Nella nostra città la Ruota degli esposti era situata presso l’ospedale femminile di S. Barbara della Misericordia, ubicato vicino alla Chiesa che portava lo stesso nome, distrutta durante la seconda guerra mondiale, in zona Piazza Guerrazzi, lungo l’attuale via Grande.

La custode della ruota era una certa Maria Anna Dazzi maritata con tal Giovacchino Parenti, due personaggi dotati di straordinaria sensibilità che meritano sicuramente di essere ricordati per la loro dedizione ai bambini meno fortunati.

Giovacchino era nato a Firenze intorno al 1777 e all’età di circa trent’anni aveva sposato Maria Anna.

A partire dal maggio 1812 prestò servizio di portinaio nell’ospedale di S. Barbara della Misericordia, appunto. Da quel mese in poi il suo nome iniziò dapprima a com-  parire co- me testimo-

ne dei neonati deposti nella ruota, la cui custode era Maria Anna, in seguito, precisamente dal febbraio 1816, venne registrato come padrino del primo bimbo.

A partire da quella data e per circa trent’anni,  Giovacchino fu registrato come padrino di tutti i bambini abbandonati all’ospedale in cui prestava servizio, dopo aver ricevuto i primi amorevoli soccorsi dalla moglie. A ciascun bambino, inoltre, assegnò un cognome che doveva terminare necessariamente con la lettera “i”, come dal 1817 fu stabilito per quanto riguardava i cognomi dei trovatelli in Toscana.

Tra i cognomi inventati dal Parenti durante la sua opera di padrino a tempo pieno ricordiamo Salmari, Ranieri, Mirelli, Cappadoci, Fioracci, Pertinelli, Cantileni, Farinacci, Romai, Castoretti e molti altri.

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C’era una volta una ruota: ma non si tratta di quella che per il progresso tecnologico ha rappresentato un’importante invenzione. Questa era una ruota particolare voluta nel 1198 da papa Innocenzo III, il quale, secondo la tradizione, dopo aver avuto una serie di incubi notturni in cui cadaveri di neonati rimanevano impigliati nelle reti dei pescatori del Tevere, ne chiese l’istituzione. 

Si trattava, infatti, di un meccanismo girevole di forma cilindrica, di solito costruito in legno, che combaciando con un’apertura su un muro permetteva di collocarvi, senza essere visti dall’interno dell’edificio in questione, gli “ esposti”, ovvero i neonati abbandonati.

Chiaramente, facendo girare la ruota, la parte col bambino veniva introdotta all’interno, solitamente di una chiesa o di un ospedale e, una volta aperto lo sportellino, si potevano prestare al piccolo le prime cure.

Nella nostra città la Ruota degli esposti era situata presso l’ospedale femminile di S. Barbara della Misericordia, ubicato vicino alla Chiesa che portava lo stesso nome, distrutta durante la seconda guerra mondiale, in zona Piazza Guerrazzi, lungo l’attuale via Grande.

La custode della ruota era una certa Maria Anna Dazzi maritata con tal Giovacchino Parenti, due personaggi dotati di straordinaria sensibilità che meritano sicuramente di essere ricordati per la loro dedizione ai bambini meno fortunati.

Giovacchino era nato a Firenze intorno al 1777 e all’età di circa trent’anni aveva sposato Maria Anna.

A partire dal maggio 1812 prestò servizio di portinaio nell’ospedale di S. Barbara della Misericordia, appunto. Da quel mese in poi il suo nome iniziò dapprima a com-  parire co- me testimo-

ne dei neonati deposti nella ruota, la cui custode era Maria Anna, in seguito, precisamente dal febbraio 1816, venne registrato come padrino del primo bimbo.

A partire da quella data e per circa trent’anni,  Giovacchino fu registrato come padrino di tutti i bambini abbandonati all’ospedale in cui prestava servizio, dopo aver ricevuto i primi amorevoli soccorsi dalla moglie. A ciascun bambino, inoltre, assegnò un cognome che doveva terminare necessariamente con la lettera “i”, come dal 1817 fu stabilito per quanto riguardava i cognomi dei trovatelli in Toscana.

Tra i cognomi inventati dal Parenti durante la sua opera di padrino a tempo pieno ricordiamo Salmari, Ranieri, Mirelli, Cappadoci, Fioracci, Pertinelli, Cantileni, Farinacci, Romai, Castoretti e molti altri.

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