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Livorno nonstop

Reg.Tribunale Livorno n. 451 del 6/3/1987

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Il mitico "Sci 13",  tempio del jazz ideato da Ghigo Lomi

Frank Sinatra a Livorno? Ebbene si: il pomeriggio del 7 luglio 1945,su di un palco allestito in Piazza Magenta dai militari USA in pochissimo tempo

Frank Sinatra a Livorno? Ebbene si: il pomeriggio del 7 luglio 1945, su di un palco allestito in Piazza Magenta dai militari USA in pochissimo tempo, una marea di livornesi potè gustarsi il mitico The Voice anche se non ancora così intitolato (il celebre soprannome arrivò dopo l'incisione The voice of Frank Sinatra del 1946). Ci volevano altri vent'anni per i mitici Strangers in the night (1966) e My way (1968) ma il personaggio era già famoso essendo nato nel 1915 (morirà nel 1998) grazie al successo di canzoni quali All or nothing at all e I'll never smile again, permeate dalla sua voce calda e profonda che diffuse in tutto il mondo il jazz ed il primo pop. A Livorno vi giungeva dopo il concerto di 15 giorni prima al Foro Italico di Roma e, anche se (come la prece­dente) destinata ai militari so­prattutto, l'esibizione in città riempì la piazza con, fra i tan­tissimi presenti, pure un gio­vane ventenne che avrebbe lasciato il segno nel jazz la­bronico: Federigo Ghigo Lomi. E' di lui che vi vorrei raccontare oggi, parlandovi dello Sci 13 e di come un tendone da circo animò la via Tommasi Mati, a due passi da piazza Roma, dal 1945 al 1954.

Nato nel 1922, figlio unico del noto pittore post-mac­chiaiolo Giovanni Lomi (1989-1969) e, poi, padre dell'altro bravo pittore Mas­simo (1953), aveva l'arte nel sangue ma capì subito di non essere all'altezza del mitico padre: essendo quello anche un tenore d'opera ne sfrut­tò il pianoforte in casa per auto-istruirsi sulla tastiera al suono delle trasmissioni ra­diofoniche che gli iniettaro­no nel sangue la rivoluzione jazzistica la quale per quei tempi fu sicuramente analo­ga, in termini di effetti, alla rivoluzione dei Beatles di quasi mezzo secolo dopo. Non è dato sapere sino a quanto il padre approvò la sua scelta artistica (anche se in parte dovuta alle proprie passioni musicali) ed i nume­rosi conflitti che ne caratte­rizzarono il rapporto (sia pure sempre cementato, nel figlio, dall' idolatria per l' in­taccabile figura mitica del padre), forse possono dire qualcosa in proposito ma anche Ghigo, come Giovan­ni, aveva i cosiddetti e quin­di, sinchè potè, proseguì la sua strada sicuro, animando per un decennio 1' anzidetta via Mati ma anche località di grido come Abetone e la francese Megeve, nell'Alta Savoia.

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Solo nel 1958, ormai sposa­to e con prole, al ritorno da un tour trovò sulla tavola un biglietto paterno che, ricor­dandogli come una nota agenzia marittima di città l'attendesse il giorno dopo per assumerlo, lo invitava a smettere di fare il giramon­do per dedicarsi alla fami­glia (che Ghigo si era fatto sposando nel 1945 Oretta Taccini, di 3 anni più giova­ne, ed ottenendone Laura nel 1946 e Massimo nel 1953). Allora non si discutevano i consigli dei genitori ed il dado fu tratto chiudendo una carriera di grande prestigio artistico per aprirne un'altra non meno significativa nel mondo lavorativo se è vero, com'è vero, che alla fine degli anni cinquanta fondò la Compagnia Portuali Misura­tori di Livorno (primo esem­pio in Italia, poi copiato dap­pertutto) ove rimase Conso­le sino alla pensione del 1988 dopo 1' inglobamento della struttura nei Portuali di Piccini.

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Cosa farne? Fu il giovane Ghigo, già esperto autodi­datta pianistico, memore come me quando ne ho sen­tito parlare per la prima vol­ta, ascoltate.

Dopo l'arrivo in Italia cen­trale collo sbarco ad Anzio il 22 gennaio 1944, le truppe statunitensi iniziarono la ri­salita dello stivale e giunse­ro ben presto anche a Livor­no ove la V Annata entrò il 19 luglio: la città risultò la maggiormente minata in Ita­lia e quindi gli interventi di messa in sicurezza e di riat­tamento delle strutture por­tuali pesantemente bombar­date richiedettero ingenti risorse colla creazione di molti depositi nella pineta di Tom­bolo che sopravvissero fino al 31 dicembre 1947 (Camp Darby nacque nel 1951). A Livorno, in via Micali ven­ne installata una sede della Red Cross (Croce Rossa) che presto organizzò anche qualche festa danzante: il successo fu tale da richie­dere maggior spazio e fu così che il pittore Giovanni Lomi si sentì chieder l'uso di un ampio campo vicino a casa sua (nell'area attual­mente occupata dai condomini di via Tommaso Mati 18) ove, sino ad allora, ave­vano giocato a pallone i ra­gazzi che lo chiamavano il Campo del Macelloni. Ottenuto l'assenso, i militari vi realizzarono una specie di circo circondato da struttu­re perimetrali in legno, sud­divise in stanzette (per i ba­gni, il bar ed il guardaroba), e copertura centrale con un enorme tendone a punta, ot­tenendone un locale coperto di circa 400 mq ben illumi­nato e capace di ospitare sino a 400 persone.

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Purtroppo, non restano foto del tendone e dell'insegna dello Sci 13, ma la figlia di Ghigo, Laura, li rammenta come una struttura suggesti­va dall'esterno, con un can­cello tipo saloon. Tutte le sere vi si svolgevano feste danzanti con musica registra­ta e la cosa finì solo nel 1945, quando il grosso delle truppe statunitensi se andò: come pagamento, al pittore restò la struttura. Cosa farne? Fu il giovane Ghigo, già esperto autodi­datta pianistico, memore del successo enorme di Sinatra di qualche mese pri­ma, a lanciare l'idea di cre­arvi un circolo per appassio­nati di musica, ma anche di sci, facendo sorgere lo Sci 13, in derivazione dello sport e del numero notoriamente portafortuna. L'apertura avvenne il U di­cembre 1945 (un giorno pri­ma delle sue nozze con Oretta) e fu formata anche un' orchestrina chiamata Mocambo (i nomi, con Ghi­go al pianoforte, sono: Piero Cascinelli alla batteria, Aldo e Lamberto Cavallini, Ema­nuele Cocchella, Luciano Corsi e Giancarlo Gragna­ni). Il locale iniziò ad attrarre tal­mente tanta gente da tutti i dintorni per i suoi fine-setti­mana danzanti che Ghigo, appassionato di calcio (gio­cò da ala nei ragazzi del Li­vorno e poi presiedette la Pro Livorno) ricordava bene come, al ritorno dallo stadio, in piazza Roma si vedeva già la fila di chi attendeva di entrare.

Oltre a quelli del Mocambo, vi si esibì anche la Leghorn New Orleans Jazz Band (biennio 1948-1950) guida­ta da Razzaguta e Mussi, nonché lo stesso Piero Ciampi (1934-1980), desti­nato al successo quale can­tautore ma che allora stava esordendo suonando il con­trabbasso. Le serate duravano sino a mezzanotte (non essendo ancora nata l'attuale follia della notte intera in discote­ca) e cominciarono a farsi conoscere come l'unica op­portunità in una città in rico­struzione per sentire della bella musica: pensate che una sera Ghigo ballò addi­rittura con la celebre Sophia Loren la quale, in visita allo stabilimento cinematografi­co del marito Carlo Ponti a Pisorno, alla domanda Dove ci si può divertire un po ' s'era sentita rispondere Ma allo Sci 13, no? e, giuntavi, volle fare un giro con quel bravo giovane pianista. Il circolo durò sino al 1954 quando la passione musica­le cittadina si era ormai in­dirizzata soprattutto su ap­puntamenti più seri, dopo l'enorme successo del fran­cese Alfred Cortot nel 1951 nella Chiesa degli Olandesi che aveva convinto Enrico Galletta a farsi promotore della fusione del "Gruppo Diapason" con "Gli amici della Musica" per la nascita dell'A.R.0 (Associazione Riunite Concerti) la quale in breve giunse a 1.400 abbo­nati. Ora, forse, sarà anche esagerato attribuire a Ghi­go parte del merito delle mi­tiche stagioni concertistiche dell'ARC fra il 1955 ed il 1975 animate alla Gran Guardia da gente come Ru­binstein, Benedetti Michelangeli, Pollini e Kempff, ma resta il fatto che prima del citato boom di Cortot del 1951 chi voleva sentir bella musica doveva andare allo Sci 13.

Una volta chiuso il circolo, però, Ghigo non si era an­cora stancato e, spinto dal suo amore per il jazz di Glenn Miller e Duke Ellington che in pratica aveva portato lui a Livorno, si mise a far sta­gioni all'Abetone ed a Me­geve in Francia, almeno sino al biglietto di cui prima. Alla fine degli anni '50 incontrò da Pietro Napoli un Lelio Luttazzi (1923-2010) che, indirizzato sulla strada del successo, vi stava inciden­do, ed anche dopo, ormai al lavoro sul porto, non mancò un appuntamento jazzistico, come quando per l'ARC nel 1962 suonò Chet Baker (trombettista e cantante, 1929-1988) ed a Villa Fab­bricotti, all'inizio degli anni '70, si esibirono i celeberri­mi Lionel Hampton (vibra­fonista, 1908-2002) e Ben­ny Goodman (clarinettista, 1909-1986).

Una volta in pensione, il no­stro non se la godette molto spegnendosi a soli 69 anni nel 1991 (mentre l'adorata Oretta sopravvisse sino al 2017), ma sicuramente, più che dei successi sugli sci, od allo stadio, i suoi ultimi anni furono animati dai ricordi di quando, non ancora venticin­quenne, fu la luce musicale di Livorno introducendovi quel jazz che l'aveva rapito sin da bambino. Affascinato da questa vi­cenda ormai apparentemen­te dimenticata, non temo di esagerare immaginandolo accolto nei Campi Elisi dal padre pittore cui, magari, avrà anche detto: Dai, am­mettilo, che non avevo tutti i torti!