Via Cairoli, da chi prende il nome?

Girando per le vie cittadine capita di percorrere quotidianamente strade delle quali conosciamo i nomi ma non abbiamo idea di chi fossero le persone cui sono state intitolate.

di Marco Sisi

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Girando per le vie cittadine capita di percorrere quotidianamente strade delle quali conosciamo i nomi ma non abbiamo idea di chi fossero le persone cui sono state intitolate. Dopo avere parlato, nel numero di ottobre, dei fratelli Leonardo e Raffaello Cambini (scoprendo che esiste la strada che reca il nome solo del primo dei due), adesso è il turno di via Cairoli. Anche in questo caso sarebbe corretto parlare di via Fratelli Cairoli. Infatti il padre Carlo Cairoli (lombardo, di Pavia), ebbe due mogli e un totale di dieci figli: nel 1806 sposò Rosa Ranzini e dal matrimonio nacquero: Giovanni (1807 - 15 settembre 1831) laureato in medicina il 20 agosto 1823 e Maddalena Carolina (1810 - 15 agosto 1829) moglie del dottor Bartolomeo Panizza.

Rimasto vedovo nel 1821, nel 1824 Carlo Cairoli si risposò con Adelaide Bono, dalla quale ebbe altri otto figli, cinque maschi che parteciparono tutti alle vicende del Risorgimento: Benedetto, Ernesto, Luigi, Enrico e Giovanni (detto Giovannino) e tre figlie. Di queste si sa poco: Rachele, nata il 6 gennaio 1826, morì nel 1856 pochi mesi dopo essersi sposata con l’avvocato Ugo Brunati. Emilia era nata il 16 novembre 1827; sofferente fino da piccola di attacchi epilettici morì nel 1855; Carolina nacque nel 1830 e morì all’età di sei anni.

Se quindi la strada è da considerarsi intitolata a Benedetto Cairoli, che fu un combattente risorgimentale e uomo politico, esponente della Sinistra Storica e per tre volte Presidente del Consiglio, vale la pena riassumere l’esistenza di tutti e cinque i fratelli, anche se ordinare cronologicamente le vicende di ognuno di essi è impossibile, data la complessità dell’intreccio delle loro vite.

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Ernesto (nato il 20 settembre 1832), sospettato dalle autorità di polizia, nel 1852 (l’anno dei processi di Mantova contro l’organizzazione mazziniana) fu espulso dall’Università di Pavia, dove stava studiando giurisprudenza. Seguì il fratello maggiore Benedetto, compromesso come esponente del comitato mazziniano pavese, nelle proprietà familiari di Gropello (PV), oltre il confine del regno di Sardegna, per poi trasferirsi a Genova dove continuò gli studi. Nel 1853 fu riammesso nell’ateneo pavese, dove si laureò. Favorito dal fatto che la famiglia, possedendo beni a cavallo del confine tra i due Stati, poteva spesso comunicare col Piemonte, si occupò di far circolare nel Lombardo-Veneto la stampa liberale, d’intesa con gli esuli lombardi del  comitato mazziniano di Genova. Dopo il fallimento dei moti del 1853 e del 1857 si allontanò dal mazzinianesimo orientandosi verso la collaborazione con la monarchia costituzionale sabauda. Nel 1859, sfuggendo alla polizia che stava per arrestarlo, si arruolò volontario tra i Cacciatori delle Alpi per partecipare alla seconda guerra d’indipendenza e morì il 26 maggio dello stesso anno nella battaglia di Biumo presso Varese.

Enrico (nato il 6 febbraio 1840) partecipò alla spedizione dei Mille combattendo a Calatafimi, il 27 maggio 1860 fu gravemente ferito all’ingresso di Palermo e dovette far ritorno a casa, sostituito dal fratello Luigi (nato nel 1838), che, arrivato al seguito della spedizione di rinforzo comandata da Enrico Cosenz, si ammalò di tifo e morì a Napoli all’ospedale della Pace, il 18 settem-

    bre. Laureatosi in medicina nel 1861, Enrico Cairoli nell’agosto 1862 era con Garibaldi in Aspromonte quando la spedizione fu fermata dalle truppe nel nuovo Stato italiano. Arrestato e incarcerato al Varignano, fu liberato dall’amnistia del 5 ottobre 1862 e combatté nel 1866 a capo di un battaglione di garibaldini. Assieme a Giovannino (nato il 27 luglio 1842) nel 1867 partecipò alla Campagna dell’Agro romano per la liberazione di Roma al seguito di Giuseppe Garibaldi con la spedizione a Villa Glori. Il 20 ottobre i garibaldini partirono da Terni e giunsero a Passo Corese, dove si imbarcarono sul Tevere, cercando di eludere la sorveglianza papalina. Sbarcati nei pressi dell’Acqua Acetosa, nascosero le armi in un canneto vicino. Passarono la notte del 22 all’interno della Vigna Glori. La sorpresa, per non precisati motivi, fallì. Verso le cinque pomeridiane del 23 ottobre i volontari vennero agganciati da circa 300 “carabinieri esteri” (svizzeri agli ordini del capitano Mayer) del Papa. Per circa un’ora si difesero in mezzo alle vigne e per due volte contrattaccarono all’arma bianca.

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I fratelli Cairoli furono ambedue colpiti ed Enrico fu finito a colpi di baionetta. Nello scontro era rimasto ferito anche il capitano Mayer e fu allora che i papalini si ritirarono. Nella Villa rimasero pochi garibaldini, fra cui Giovanni. Tutti gli altri si ritirarono verso Monterotondo, per ricongiungersi con gli altri commilitoni. Il giorno dopo i pontifici ritornarono e fecero prigionieri i feriti. Dopo due mesi Giovanni Cairoli fu messo in libertà. Tornò a Pavia, dove sarebbe morto due anni dopo, l’11 settembre 1869, per i postumi della ferita.

Benedetto, nato il 28 gennaio 1825, fu l’unico dei cinque fratelli a morire di vecchiaia ed ebbe comunque una vita movimentata: nel 1848 partecipò alle Cinque Giornate di Milano; nel 1859 ebbe un comando nel corpo dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi. Nel 1860 (con il fratello Enrico) era ancora con Garibaldi alla prima spedizione dei Mille, rimanendo ferito per due volte: la prima a Calatafimi e la seconda, gravemente, a Palermo.

Nel 1866, con il grado di colonnello, partecipò alla campagna di Garibaldi nel Trentino. Nel 1867 (mentre i fratelli Enrico e Giovanni conducevano lo scontro di villa Glori) combatté a Mentana. Nel 1870 partecipò ai negoziati informali con Bismarck. Fece parte nel dicembre 1861 della commissione istituita per stendere il primo elenco dei Mille che sbarcarono a Marsala l’11 maggio 1860.

Eletto deputato al Parlamento fino dalla prima legislatura, quando nel 1876 la Sinistra andò al potere, Benedetto Cairoli divenne capogruppo parlamentare della maggioranza e, dopo la caduta dei governi Depretis e Crispi, il 24 marzo 1878 formò il suo primo governo, che però ebbe vita difficile specialmente perché la posizione dell’Italia nei negoziati internazionali seguenti alla fine della guerra franco-prussiana fu ambigua e a conclusione del Congresso di Berlino (13 luglio 1878) l’Austria-Ungheria si assicurò l’occupazione della Bosnia e dell’Erzegovina, la Gran Bretagna l’isola di Cipro, la Francia garanzie sulla Tunisia, mentre l’Italia (rappresentata dal ministro degli esteri Corti) non ottenne assolutamente nulla, in particolare in merito al Trentino. Il governo Cairoli ne uscì indebolito e cadde alla prima occasione: il tentativo da parte dell’anarchico Passannante di assassinare il Re Umberto I (Napoli, 17 novembre 1878). Cairoli stesso, presente al fatto, afferrò l’attentatore e ricevette una coltellata alla coscia. Vi furono altri attentati (due bombe esplose a Lucca e a Firenze) e manifestazioni represse nel sangue dalla polizia. L’11 dicembre un ordine del giorno favorevole al governo venne respinto a grande maggioranza e Cairoli si dimise.

Dopo circa sei mesi durante i quali il presidente del consiglio fu Agostino Depretis il governo cadde perché la Camera bocciò l’abolizione della tassa sul macinato.

Cairoli tornò a formare un Gabinetto che però non seppe risolvere l’isolamento dell’Italia sullo scenario internazionale e, alla fine, venne sfiduciato nuovamente sulla questione della tassa sul macinato. Avuto il reincarico per costituire assieme a Depretis un governo di coalizione, restò per poco alla guida della maggioranza perché l’occupazione francese della Tunisia, sulla quale aveva delle mire anche l’Italia, il 1° maggio 1881, causò una nuova crisi politica dalla quale Cairoli preferì uscire dando le dimissioni invece di attendere di essere bocciato dal Parlamento.

Dimettendosi, dette anche l’addio alla politica. Morì l’8 agosto 1889, mentre si trovava ospite di re Umberto I nella reggia di Capodimonte, a Napoli.

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