Inventò il radar italiano ma non fu preso sul serio

Il prof. Ugo Tiberio, nato a Campobasso il 19 agosto 1904, tenente di complemento e docente all’Istituto Militare Superiore delle Teletrasmissioni, seguendo le istruzioni di Guglielmo Marconi fece uno studio organico sul radar nel 1933, cioè effettuò ricerche nell’universo delle onde elettromagnetiche per il radiorilevamento e misurazione, a distanza, di oggetti fissi e mobili.

Nel 1935 l’indagine completata  fu fatta pervenire al 1° reparto del Genio. Il gen. Luigi Sacco capì l’importanza della ricerca e dispose il trasferimento del prof. Tiberio all’Istituto Elettronico e Radiotelegrafico della Marina che aveva sede in un edificio dell’Accademia Navale di Livorno, dove avevano fatto già servizio nientemeno che Guglielmo Marconi e Giancarlo Vallauri.

Di Luciano Canessa

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Il prof. Ugo Tiberio, nato a Campobasso il 19 agosto 1904, tenente di complemento e docente all’Istituto Militare Superiore delle Teletrasmissioni, seguendo le istruzioni di Guglielmo Marconi fece uno studio organico sul radar nel 1933, cioè effettuò ricerche nell’universo delle onde elettromagnetiche per il radiorilevamento e misurazione, a distanza, di oggetti fissi e mobili.

Nel 1935 l’indagine completata  fu fatta pervenire al 1° reparto del Genio. Il gen. Luigi Sacco capì l’importanza della ricerca e dispose il trasferimento del prof. Tiberio all’Istituto Elettronico e Radiotelegrafico della Marina che aveva sede in un edificio dell’Accademia Navale di Livorno, dove avevano fatto già servizio nientemeno che Guglielmo Marconi e Giancarlo Vallauri.

Il trentunenne Tiberio si mise subito al lavoro alacremente e il progetto fu portato avanti in segreto, come altrettanto stavano facendo all’estero. Già l’anno dopo, in ottobre, il prof. Tiberio inviò un rapporto al Ministero della Marina e la riproduzione del fenomento in laboratorio confermò la giustezza delle sue teorie. Insomma il progetto su un bersaglio passivo funzionava e Tiberio impostò la costruzione di due apparecchi; uno fu dato a una ditta di Milano, la Safar, perché lo realizzasse e l’altro lo curò direttamente lui stesso.

In quell’ottobre ’36 Tiberio scrisse al ministero quanto segue: “Esiste la possibilità che la Marina si trovi, in caso di guerra, di fronte a un avversario provvisto di mezzi per il tiro notturno delle artiglierie antiaeree e navali a grande distanza”.

Il colonnello  Ruelle nella relazione sull’attività svolta nel 1937/38 dall’Istituto Elettronico concludeva che era stato capito il motivo dell’insuccesso su alcune prove fatte, insuccesso imputabile al ricevitore, ma un nuovo apparecchio era in procinto di essere portato a termine.

E dopo che successe? I finanziamenti erano scarsi, troppo scarsi, come sempre avviene in Italia nella ricerca scientifica, eppure che a Londra il radar era già conosciuto e in stato avanzato i nostri politici dovevano saperlo, anche se per la verità pochi, a Roma,  leggevano i quotidiani stranieri.

L’ammiraglio Iachino, che diresse l’Accademia nel periodo luglio 1939-settembre 1940 e quindi si occupò dell’Istituto Elettrotecnico, in una intervista a Giorgio Bocca nel dopoguerra ammise le segnalazioni di Tiberio che lamentava la mancanza di fondi, tanto che era privo di una certa lega per fabbricare le valvole! Insomma, il prof. Tiberio non aveva un seguito, era poco creduto. Nemmeno Iachino lo prese sul serio.

Nella marina italiana regnava ancora, al proprio interno, la convinzione che “di notte in mare non si combatte”. Inoltre le alte sfere del fascismo dicevano che i tedeschi non avevano segnalato niente a proposito del radar, perciò non dettero soverchio peso al Nostro. La verità era che i tedeschi tennero nascoste le ricerche anche se erano già in fase avanzatissima, al punto che nel 1938 alcune loro navi avevano il radar. Pure gli inglesi alla fine del ’40 lo avevano. Il prof. Tiberio era più stimato all’estero, infatti fu chiamato negli USA, ma per amore di patria rifiutò rinunciando alla fama e ai soldi.

Entrata in guerra, l’Italia dovette amaramente rimpiangere  di non avergli dato il giusto credito.  Nel marzo 1941, a Capo Matapan, tre nostri incrociatori e due cacciatorpedinieri, al comando dell’amm. Iachino, del quale si è fatto cenno, furono affondati di notte dagli inglesi causando la morte di oltre duemila uomini, in virtù del radar che loro avevano.

Solo allora “qualcuno che comandava” si ricordò che a Livorno c’era un uomo che per anni si era adoperato intorno a un progetto con pochi collaboratori, così fu ordinato di  tirare fuori “questo radar” e di metterlo in funzione alla svelta.

Già, alla svelta! Tiberio non ha mai parlato di quell’ordine,

       lui conosceva benissimo la dura realtà dell’obbedienza militare e anche quando fu intervistato, in pensione, non si lasciò sfuggire mai una parola contro i superiori.

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Solo i figli hanno parlato dopo la sua morte avvenuta a Livorno il 17 maggio 1980.  Svelarono  tutto il suo dolore, quando gli fu ordinato di abbandonare le ricerche sul radar per tornare all’insegnamento, salvo poi sentirsi dire di tirar via a metterlo in funzione.

Tiberio dimostrò, dopo due settimane dall’ordine di riprendere gli studi, che il radar era una realtà, ma c’era un inconveniente di natura elettronica. L’industria italiana non era in grado di fare stare dritta l’antenna in navigazione, perché troppo grande. Specie con il vento si muoveva e anche con il timone compensatore non cambiò sostanzialmente il risultato.

Il radar costruito dalla Safar milanese, sul prototipo di Tiberio, prese il nome Gufo, ma aveva, appunto, l’inconveniente del brandeggio. I tedeschi dettero alla marina italiana cinque loro radar “Dete”, ben funzionanti, poco prima dell’armistizio. Troppo tardi.

Se l’industria elettronica italiana avesse avuto uno stato più progredito, avremmo avuto anche noi nel corso della guerra il radar, ma la sua inefficienza era la cartina al tornasole della maturità e della cultura di un popolo. Non è per caso che Guglielmo Marconi e Enrico Fermi se ne andarono dall’Italia per vedere riconosciuto il loro genio.

Ugo Tiberio non fu capace di allontanarsi dal suo Paese e l’apparato militare fascista, insieme ai comandanti dell’Accademia Navale di Livorno, non capì l’importanza e la serietà degli esperimenti che Tiberio faceva dentro i  cancelli dell’ateneo livornese.

Nel dopoguerra uno studio approfondito accertò che il sistema ideato dal Nostro era più valido di quello inglese.

Il prof. Tiberio fu congedato il 1° settembre 1944, ma continuò l’attività di docente nell’Istituto e le ricerche nel campo dell’elettronica applicata, delle telecomunicazioni, e della bioingegneria, poi nel 1954 fu chiamato a reggere la cattedra di radiotecnica presso la Facoltà di Ingegneria dell’ateneo di Pisa, cattedra che tenne fino al 1974.

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