Un solo grido: “Viva la Libertà!”

25 aprile, Festa della Liberazione, mi sembra giusto ricordare chi ha sacrificato la propria vita nella lotta per la libertà, non semplicemente per celebrare o lodare, ma per raccontare cosa successe

Di Luciano Canessa

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25 aprile, Festa della Liberazione, mi sembra giusto ricordare chi ha sacrificato la propria vita nella lotta per la libertà, non semplicemente per celebrare o lodare, ma per raccontare cosa successe (è il compito della storia), stante il tentativo di non pochi, che cercano di sminuire quanto accadde durante il fascismo e successivamente all’8 settembre. Dopo aver

  condiviso in tutto Mussolini, il re scappò con la famiglia e i generali, senza nulla predisporre sulla resistenza

 all’esercito tedesco, e i nostri militari rimasero consegnati in caserma e si ritrovarono in casa i teutonici comandati da Hitler, uno tra i peggiori criminali della storia. Questo il quadro cui si oppose, con tanti altri, Alfredo Sforzini.

Alfredo nacque a Vellano, frazione del Comune di Pescia (Pistoia), l’11 febbraio 1914 da Luigi, giardiniere, e Maria Marchini, atta a lavori domestici. Il fratello Alberto era venuto alla luce due anni prima, mentre Giulia, per tutti Giulietta, allietò la famigliola, con la sua nascita, nel 1922.

Gli Sforzini, mentre l’Italia stava preparando l’intervento in quella che sarà la prima

guerra mondiale, nella primavera del 1915 si trasferirono a Livorno e presero in affitto un’abitazione ad Ardenza Terra in via del Littorale 52, al primo piano.

A sei anni Alfredo iniziò a frequentare la vicinissima scuola elementare Giosuè Carducci e al termine del ciclo cominciò subito a lavorare, dapprima in modo saltuario, poi fu assunto dalla latteria Pillocchi, in via O. Franchini, col compito di consegnare le

bottiglie di latte al domicilio dei clienti. A 18 anni fu assunto alla Baracchina Rossa di Ardenza mare, in qualità di barista. Erano tempi in cui i “signori” andavano ancora a prendere il gelato e altre squisitezze alla Baracchina, mentre la gente comune passava lì davanti, senza avvicinarsi troppo alla balaustra, rubando con gli occhi quelle immagini di opulenza. Due mondi totalmente diversi. Un mondo di sopra e un  mondo di sotto.

Giulietta amava raccontare che quando fece la prima comunione, era il 1928, Alfredo volle che facesse un tratto dell’Ardenza, fino alla Rotonda, in carrozza e lui stesso gliela prenotò. Poi, con orgoglio, aspettò che la sorellina passasse in cocchio

davanti alla Baracchina Rossa tra gli sguardi, aristocraticamente distaccati, dei ricchi

avventori intorno ai tavoli e quelli, ammirati, della gente comune che passeggiava nel giorno di festa. Una sorta di rivendicazione della parità dei diritti sociali: “vita da signori, almeno per mezz’ora!”. Giulietta ricambiò il gesto con il più forte degli abbracci e una riconoscenza imperitura.

Con il fratello Alberto, Alfredo disdegnava di partecipare alle adunate del sabato e a tutte le manifestazioni fasciste, così il noto Tonarini, comandante della 3ª Centuria Avanguardista di Ardenza, il 31 maggio 1929, traendo le dovute conseguenze,

scrisse la seguente lettera a babbo Sforzini: “Egregio Signore, pregiomi informarla che il Presidente dell’O.N.B., su mia proposta, ha espulso dall’avanguardia i suoi figli Alfredo e Alberto. Per mancanza di disciplina e nessuna fede fascista”.

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Nessuna fede fascista e un grande amore per la musica. La sorella Giulietta, deceduta nel luglio 2020, a 98 anni, raccontava che Alfredo, durante la stagione lirica che si svolgeva all’Arena dei Casini di Ardenza, si infiltrava, oltre le siepi, sotto le tribune allestite per assistere alle opere, in genere opere di Pietro Mascagni. In una circostanza avvenne che, sotto i tavoloni delle tribune, gli cadde in testa una bottiglia scivolata ad uno spettatore. Non fu cosa di poco conto: sette punti di sutura al pronto soccorso!

Fu arruolato il 7 aprile 1935 presso il Reggimento dei Cavalleggeri di Monferrato, poi fu richiamato nel 1939 e nel 1941. L’8 settembre del 1943 lo colse in Piemonte, a

Cavour, nella Cavalleria di Pinerolo. Giunse l’ordine del Comando di Pinerolo di stare consegnati in caserma, ma successe anche che Vittorio Emanuele III con la famiglia

reale, Badoglio e i generali, come già detto, fuggirono da Roma verso Pescara prima

di imbarcarsi a Brindisi per sfuggire ai tedeschi, i quali il giorno dopo varcarono il Brennero. Per evitare la cattura da parte dell’esercito di Hitler, gran parte dello Squadrone di Cavalleria, al comando dell’Ufficiale Pompeo Colajanni, prese la via del Monte Bracco, dove nella zona di Barge nacque una delle prime basi partigiane.

Alfredo ne fece parte distinguendosi per coraggio e capacità organizzative. La formazione, 632 combattenti, prenderà il nome “4ª Brigata Garibaldi”, poi darà origine alla divisione “Garibaldi-Piemonte”.

 

“O ragazza dalle guance di pesca

o ragazza dalle guance d’aurora

Io spero che a narrarti riesca

la mia vita all’età che hai ora.

 

Coprifuoco, la truppa tedesca

la città dominava, siam pronti:

chi non vuole chinare la testa

con noi prenda la strada dei monti

…..”

(Oltre il ponte

Italo Calvino).

 

Poco prima di Natale, il 20 dicembre, i partigiani appresero che i fascisti, a Cavour,

alla guida del famigerato Racca, si erano messi alla ricerca dei renitenti alla leva della classe 1924 e una decina di partigiani decise di andare nella cittadina. In effetti i giovani renitenti erano già raccolti sotto il mercato coperto, ma, visti i partigiani, i

fascisti si dettero alla fuga e i ragazzi arrestati ne approfittarono per mettersi in salvo. Sopraggiunse nel frattempo un’auto di tedeschi che spararono subito colpendo un partigiano, Gabi, il quale morì il giorno dopo, ma anche i militi occupanti l’auto da dove erano partiti i colpi trovarono la morte. (Si scoprirà dopo che erano due e che l’autista era un fascista collaborazionista).

Il giorno seguente, mentre Alfredo si trovava nella locanda “La Verna Nuova” di Cavour, a seguito di delazione, venne catturato dai tedeschi. Sottoposto a indicibili torture non fece parola per cui fu condannato a impiccagione. Gli abitanti di Cavour furono spinti fuori dalle case, compresi i bambini, per assistere in piazza all’esecuzione capitale, senza possibilità di allontanarsi, sotto la minaccia dei fucili. I tedeschi vollero la cittadinanza presente in piazza per annichilirla nel terrore, perché vedesse cosa succedeva ai partigiani. Era il 21 dicembre 1943. Alfredo fu trascinato giù da un camion e spinto a calci e pugni. Aveva la giacca strappata e insanguinata, il volto sfigurato dai colpi e un braccio, dolorante, ciondolava. Mentre un soldato legò una corda a un balcone, Alfredo fu sollevato su un autocarro che si avvicinò al balcone stesso. Un teutone-boia si avvicinò per mettergli il cappio al collo, ma Alfredo con la propria mano se lo pose alla gola e si lanciò dall’autocarro, usato come palco, gridando “Viva la libertà!”.

Il corpo restò appeso per 48 ore con un cartello sul petto dove stava scritto “così finisce chi spara ad un tedesco”.

Per il suo gesto eroico e per aver salvato la vita a numerosi cittadini di Cavour con il silenzio, fu insignito della Medaglia d’oro al Valore Militare. Il corpo di Alfredo, per volere della famiglia, ritornò a Livorno il 31 ottobre 1945, accolto con grande partecipazione di folla, in un mare di corone e bandiere. La bara fu portata presso l’Associazione Partigiani di Ardenza. Il 2 novembre, alle 17, si svolsero le esequie presso la chiesa rionale con grande partecipazione popolare e forte commozione; quindi la sepoltura, presso il cimitero

del quartiere.

Il quotidiano “La Gazzetta” scrisse: “L’indimenticabile Alfredo, ben noto barista della Baracchina ritorna ora alla sua Ardenza, con l’aureola del martire e dell’eroe”.

Livorno gli ha intitolato la piazza principale di Ardenza Terra, dove lui ha abitato (attuale civico 14). Il 25 aprile 1954 fu apposta alla sua abitazione una lapide (vedi foto a pag. 5).

 

Questa la motivazione del conferimento della Medaglia d’Oro a Alfredo Sforzini:

“S.TENENTE ALFREDO SFORZINI - Soldato carrista, all’atto dell’armistizio, anziché arrendersi ai tedeschi passò alla lotta partigiana raccogliendo intorno a sé numerosi compagni accorsi per combattere. Fu organizzatore infaticabile e capo ardimentoso e primo tra i primi in ogni audacia, finché, per delazione e tradimento, cadde nelle mani del nemico. Riconosciuto per la sua fama, ebbe addosso sbirri di ogni genere che si illudevano di estorcergli rivelazioni con le torture cui lo sottoposero. Ma seppe tacere. Fu condannato a morire di corda. Con le proprie mani si pose il capestro intorno al collo e dopo avere ringraziato Dio di avergli dato la forza di non parlare si lanciò nel vuoto dall’autocarro che costituiva l’improvvisato palco del sacrificio. Mirabile esempio di quanto possa lo spirito umano quando la fede lo sorregge. Cavour 21 dicembre 1943”.

 

Fonti: Giulia Sforzini, sorella di Alfredo; U. Canessa: “Alfredo Sforzini 1914-1943. Combattente per la libertà-Medaglia d’Oro al Valore Militare” Comune di Livorno, 2000.

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