‘Vuova’, un ucraino a Livorno

Poco prima delle 23 e 30 (23 e 23 e 58” per la precisione) del 25 aprile 1986 a circa 3 km dalla municipalità russa di Pryp”jat’ (50mila abitanti), all’inizio di un test di sicurezza sull’unità nº 4 della centrale nucleare locale, il reattore non si spense ma, anzi, guadagnò ulteriormente potenza in modo rapidissimo e molto oltre ogni limite di sicurezza: in pochissimi secondi la potenza superò 10 volte il massimo previsto, producendo grandi volumi di gas la cui pressione causò un’esplosione che proiettò in aria il pesantissimo coperchio di cemento ed acciaio dell’apparato.

Alla prima seguì subito dopo una seconda, potentissima esplosione che distrusse l’edificio e, come conseguenza, una nuvola di materiale radioattivo (calcolata pari a 400 volte quella che aveva cancellato la vita a Hiroshima in Giappone per l’esplosione della prima bomba atomica all’uranio il 6 agosto 1945, alle 8,15 del mattino) fuoriuscì e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, inquinandole pesantemente, mentre gli incendi delle strutture ebbero effetti catastrofici di contaminazione atmosferica.

Di Marco Sisi

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Poco prima delle 23 e 30 (23 e 23 e 58” per la precisione) del 25 aprile 1986 a circa 3 km dalla municipalità russa di Pryp”jat’ (50mila abitanti), all’inizio di un test di sicurezza sull’unità nº 4 della centrale nucleare locale, il reattore non si spense ma, anzi, guadagnò ulteriormente potenza in modo rapidissimo e molto oltre ogni limite di sicurezza: in pochissimi secondi la potenza superò 10 volte il massimo previsto, producendo grandi volumi di gas la cui pressione causò un’esplosione che proiettò in aria il pesantissimo coperchio di cemento ed acciaio dell’apparato.

Alla prima seguì subito dopo una seconda, potentissima esplosione che distrusse l’edificio e, come conseguenza, una nuvola di materiale radioattivo (calcolata pari a 400 volte quella che aveva cancellato la vita a Hiroshima in Giappone per l’esplosione della prima bomba atomica all’uranio il 6 agosto 1945, alle 8,15 del mattino) fuoriuscì e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, inquinandole pesantemente, mentre gli incendi delle strutture ebbero effetti catastrofici di contaminazione atmosferica.

Di fronte alla gravità estrema dei livelli di avvelenamento dei territori circostanti fu ordinata l’evacuazione di circa 336.000 persone e, in seguito, il loro reinsediamento in altre zone.

Le autorità sovietiche all’inizio non divulgarono la notizia, ma dovettero ammettere l’incidente dopo alcuni giorni, quando l’aumento anomalo delle emissioni atmosferiche fu rilevato in Svezia e la notizia si diffuse a livello internazionale.

Le nubi radioattive raggiunsero in pochi giorni anche l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia, toccando, con livelli di radioattività inferiori, pure Italia, Francia, Germania, Svizzera, Austria ed i Balcani, fino a porzioni della costa orientale del Nord America, provocando un allarme generale e grandi polemiche.

In Italia le conseguenze più evidenti furono un aumento delle tiroiditi (fra cui quella nota col nome di Hashimoto) che comportarono l’esigenza di assunzione di farmaci opportuni.

Un rapporto ufficiale conta 65 morti accertati e più di 4.000 casi di tumore della tiroide fra quelli che ave-vano tra i 0 e 18 anni al tempo del disastro, larga parte dei quali attribuibili alle radiazioni: la maggior parte dei casi è stata trattata con prognosi favorevoli, con soli 15 decessi dal 2002. Ma gli stessi dati ufficiali sono contestati dalle associazioni antinucleariste, fra le quali Greenpeace, che ipotizzano fino a 6 milioni i decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni, contando tutte le tipologie di tumori.

Il gruppo dei Verdi al parlamento europeo, pur concordando con il rapporto ufficiale ONU sul numero dei morti accertati, lo contesta sulle morti presunte, che stima in 30-60.000.

Al di là delle cifre esatte (ma le conseguenze non mortali comportarono anche la nascita di individui con gravi menomazioni fisiche) l’incidente fu il più grave della cronaca dell’energia nucleare e l’unico, insieme a quello che seguirà nel 2011 a Fukushima in Giappone, ad essere classificato al settimo livello, il massimo, della relativa scala scientifica di catastroficità.

 

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Poco prima delle 23 e 30 (23 e 23 e 58” per la precisione) del 25 aprile 1986 a circa 3 km dalla municipalità russa di Pryp”jat’ (50mila abitanti), all’inizio di un test di sicurezza sull’unità nº 4 della centrale nucleare locale, il reattore non si spense ma, anzi, guadagnò ulteriormente potenza in modo rapidissimo e molto oltre ogni limite di sicurezza: in pochissimi secondi la potenza superò 10 volte il massimo previsto, producendo grandi volumi di gas la cui pressione causò un’esplosione che proiettò in aria il pesantissimo coperchio di cemento ed acciaio dell’apparato.

Alla prima seguì subito dopo una seconda, potentissima esplosione che distrusse l’edificio e, come conseguenza, una nuvola di materiale radioattivo (calcolata pari a 400 volte quella che aveva cancellato la vita a Hiroshima in Giappone per l’esplosione della prima bomba atomica all’uranio il 6 agosto 1945, alle 8,15 del mattino) fuoriuscì e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, inquinandole pesantemente, mentre gli incendi delle strutture ebbero effetti catastrofici di contaminazione atmosferica.

Di fronte alla gravità estrema dei livelli di avvelenamento dei territori circostanti fu ordinata l’evacuazione di circa 336.000 persone e, in seguito, il loro reinsediamento in altre zone.

Le autorità sovietiche all’inizio non divulgarono la notizia, ma dovettero ammettere l’incidente dopo alcuni giorni, quando l’aumento anomalo delle emissioni atmosferiche fu rilevato in Svezia e la notizia si diffuse a livello internazionale.

Le nubi radioattive raggiunsero in pochi giorni anche l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia, toccando, con livelli di radioattività inferiori, pure Italia, Francia, Germania, Svizzera, Austria ed i Balcani, fino a porzioni della costa orientale del Nord America, provocando un allarme generale e grandi polemiche.

In Italia le conseguenze più evidenti furono un aumento delle tiroiditi (fra cui quella nota col nome di Hashimoto) che comportarono l’esigenza di assunzione di farmaci opportuni.

Un rapporto ufficiale conta 65 morti accertati e più di 4.000 casi di tumore della tiroide fra quelli che ave-

     vano tra i 0 e 18 anni al tempo del disastro, larga parte dei quali attribuibili alle radiazioni: la maggior parte dei casi è stata trattata con prognosi favorevoli, con soli 15 decessi dal 2002. Ma gli stessi dati ufficiali sono contestati dalle associazioni antinucleariste, fra le quali Greenpeace, che ipotizzano fino a 6 milioni i decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni, contando tutte le tipologie di tumori.

Il gruppo dei Verdi al parlamento europeo, pur concordando con il rapporto ufficiale ONU sul numero dei morti accertati, lo contesta sulle morti presunte, che stima in 30-60.000.

Al di là delle cifre esatte (ma le conseguenze non mortali comportarono anche la nascita di individui con gravi menomazioni fisiche) l’incidente fu il più grave della cronaca dell’energia nucleare e l’unico, insieme a quello che seguirà nel 2011 a Fukushima in Giappone, ad essere classificato al settimo livello, il massimo, della relativa scala scientifica di catastroficità.

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