‘Ale’ Fantozzi

Il mitico giocatore dei Los Angeles Lakers dichiarò nel 2002 in una intervista alla
Gazzetta dello Sport che il suo idolo in Italia era proprio il play livornese.

Cosa pensereste se Superman esistesse davvero e, intervistato, dicesse che, nella sua carriera, vi aveva preso a modello? Situazione assurda, vero, ma un personaggio che ormai non c’è più ha detto qualcosa del genere su di un livornese.
Sto parlando del cestista Kobe Bryant, scomparso recentemente, che aveva iniziato a giocare a pallacanestro in Italia ove suo padre Joseph Washington “Jellybean” Bryant aveva concluso la propria carriera. Durante il periodo1989-91 a Reggio Emilia, Joseph aveva già due figlie (Sharya Danielle del 1976 e Shaya del 1977) ed un figlio (Kobe Bean del 1978): proprio il piccoletto era destinato a surclassare il padre iniziando già a 10 anni nel 1988 con i 63 punti segnati per le Cantine Riunite Reggio Emilia giocando contro ragazzi di 14 anni. Poi Kobe battè il proprio record facendo 81 punti in NBA nei Los Angeles Lakers contro i Toronto Raptors il 22 gennaio 2006 (solo il mitico Wilt Chamberlain ne ha fatti di più: 100 coi Philadelphia Warriors contro i New York Knicks nel 1962).
Kobe, dunque, era cresciuto cestisticamente in Italia, dove aveva imparato i fondamentali per poi esplodere nella NBA coi colori del Los Angeles Lakers, squadra con cui aveva conquistato 5 titoli. Primo giocatore NBA a militare nella stessa squadra per 20 anni, con la Nazionale statunitense aveva partecipato alle Olimpiadi di Pechino 2008 e di Londra 2012, vin-
    cendo la medaglia d’oro in tutte e due le manifestazioni. Riconosciuto tra gli sportivi più noti al mondo, la sua carriera è ritenuta una delle migliori nella storia dello sport professionistico. In termini cestistici aveva segnato 33.643 punti (4° in NBA dopo l’ancora attivo Lebron James a 33.692, Karl Malone a 36.928 e Kareem-Abdul Jabbarii a 38.837).
Assai vicino al concetto di Superman, in termini di basket, no?
Ebbene, una volta che la notizia del suo decesso per la caduta dell’elicottero il 26 gennaio scorso ha fatto il giro del mondo, alla Gazzetta dello Sport si sono ricordati di un’intervista fattagli il 18 giugno 2002: in essa Kobe aveva dichiarato che il suo idolo, quando era in Italia al seguito del padre Joseph, era Alessandro Fantozzi, playmaker e capitano della Libertas Livorno.
Nato nel 1961, Alessandro aveva iniziato a giocare al Gymnasium mentre la sua carriera professionistica si è dipanata dal 1977, rendendosi protagonista del periodo più felice per il basket labronico, quegli anni Ottanta, con addirittura due squadre in serie A1, la Pallacanestro Livorno e, appunto, la Libertas Livorno, con Fantozzi, sempre al vertice del campionato.  
Il 27 maggio 1989 ‘Ale’ visse anche una delle parentesi più brutte della storia della pallacanestro nazionale col quasi-scudetto dell’Enichem (allora sponsor della Libertas). La partita finale, gara cinque, contro Philips Milano, terminò 87-86 per Livorno grazie all’ultimo canestro, a fil di sirena, di Andrea Forti.
All’epoca il tavolo non era ancora dotato del conta-centesimi-di-secondo e prima di conoscere la decisione ufficiale iniziò la festa dei tifosi livornesi (fra cui il sottoscritto) che, a centinaia, invasero il campo. Per circa 20 minuti maturò l’idea che Livorno fosse Campione d’Italia. Persino la Rai, al termine della diretta tv, fece scorrere il titolo“Livorno Campione d’Italia”.
Poi, dopo una accesa discussione tra i giudici del tavolo ed arbitri nello spogliatoio, venne comunicata ai dirigenti della Libertas la decisione ufficiale che consegnava il titolo all’Olimpia Philips Milano, perché il canestro di Forti era stato giudicato a tempo scaduto. Un episodio che segnò indelebilmente il basket amaranto.

Avvenuta la fatidica fusione delle due squadre cittadine che non accontenterà nessuno, Fantozzi lasciò Livorno passando nel 1991 alla Virtus Roma, allora targata Messaggero, dove restò fino al 1993. Nel biennio romano vincerà l’unico trofeo alzato nella sua carriera di giocatore: la Coppa Korac del 1992. In seguito militò anche con la Pallacanestro Reggiana, la Viola Reggio Calabria, di nuovo a Livorno ed a Montecatini.
Nel 1998 passò all’Orlandina Basket di Capo d’Orlando (ME) e nel giro di pochi anni trascinò la squadra siciliana nella Legadue (meritandosi, tra l’altro, l’intitolazione del nuovo palasport, appunto PalaFantozzi, da oltre 3.500 posti).

Nel 2005, a 44 anni, giocò di nuovo con la Libertas Livorno, in serie C/2.

Nel 1991 Fantozzi vinse la gara da tre punti all’All-Star Game battendo il brasiliano Oscar Schmidt interrompendone la striscia di 6 vittorie consecutive.

Pur alto solo 1,89 (con Kobe 1,98) ma di grande carattere, Alessandro sapeva rimpicciolirsi attorno al pallone nelle sue penetrazioni a canestro e nel corso della sua carriera ha registrato ben 7.342 punti realizzati in 14 stagioni (8 A1, 2 A2, 4B) di militanza in 442 presenze con la maglia Libertas (in totale, invece, i suoi punti in serie A hanno superato quota 8.000 per oltre 500 presenze). 33 sono state le sue presenze nella nazionale maggiore vincendo l’argento al Campionato Europeo di Roma nel 1991. Nel 2008 ha vinto il Mondiale Over-45 ed il suo numero 10 nella Libertas fu ritirato nel 2015.
La “leggenda” Kobe ci ha dato lo spunto per sentire il parere di Alessandro Fantozzi (ora allenatore a Cassino in serie B) e per parlare della sua vita privata e sportiva.
- Che effetto ti hanno fatto quelle parole pronunciate da Kobe nel 2002 e tornate in ballo ora, dopo la sua tragica morte?
“Un misto di stupore e soddisfazione allora ed una partecipazione emotiva particolare adesso”.
- Parlaci della tua famiglia, degli studi e del perché iniziasti a giocare a basket?
“Babbo si chiamava Alfredo, era del 1935, faceva l’agente di commercio ed è venuto a mancare nel 1995, mentre mamma (Anna Vigo del 1933) è ancora viva. Ho avuto come sorella Antonella (pur lei cestista sino in serie A col Cus Pisa) che ha sposato Valerio Malanima (fratello del più famoso Fabio) con cui ha avuto il figlio Fabio (sposato, senza figli) cestista giovanili e Promozione. In termini di studi, dopo la Maturità Scientifica all’Enriques ho fatto due anni di legge (con 8 esami) ma poi l’attività sportiva m’impedì di continuare. A basket iniziai a giocare per caso, dopo aver scartato il calcio. Era il 1972, avevo 11 anni e mi tesserò la Gioventù Italiana che giocava al Gymnasium.
- Chi ti allenò per primo?
“Stelio Posar (1933-2017, il primo cestista acquistato da una società livornese e pagato con palloni) e Roberto Vadacca (1937-2013) nella società Gioventù Italiana. Poi mi volevano Libertas e Pallacanestro ma firmai il cartellino per la prima. A 14 anni fui mandato in prestito per un paio d’anni al Don Bosco. Infine a 16 anni, nel 1977, mi richiamò in Libertas Gianfranco Cacco Benvenuti (1932-2012) ed esordii in serie B”.
- Quando ti sei sposato e con chi?
“Il 10 giugno 1989 (pochi giorni, cioè, dopo il quasi-scudetto del 27 maggio) con Francesca Fava, cestista nell’Acli Basket in serie C: con lei abbiamo messo al mondo Alessio nel 1993, neo-ingegnere, ed Aurora nel 1999, studente d’interpretariato”.
- Le tue amicizie?
“Nel basket Andrea Forti
     che è anche mio agente nella mia attività di allenatore e Flavio Carera con cui sono comproprietario del Bagno Rosa a Tirrenia. Fuori basket molti di cui non ti cito nessuno per paura di dimenticarne qualcuno”.
- Le emozioni più intense della tua carriera oltre il quasi-scudetto e la Coppa Korac?
“Le varie pluri-promozioni consecutive con la Libertas (B, A2 ed A1) e con l’Orlandina (B2, B1, A2). In particolare ho ancora presente l’emozione degli ultimi due tiri liberi nella prima partita di playoff 1980 per il passaggio in serie A della Libertas. Con me giocava Massimo Giusti. L’emozione più forte, però, fu a Livorno nell’amichevole contro la Russia in preparazione per gli europei il 13 marzo 1991 quando, al momento degli inni, non mi vergogno a dirti che mi si inumidirono gli occhi: vincemmo (109-105, con 10 punti di Ale, ndr) ed in finale a Roma perdemmo con l’Jugoslavia conquistando l’argento”.
- Quanto ti senti livornese? “Mi ritengo una persona sincera e diretta, senza peli sulla lingua, caratteristiche tipiche del vero livornese”.
- Tu esempi da ammirare ne hai avuti? Chi?
“In generale il pugile Mohammed Ali (ex Cassius Clay) ed il portiere Dino Zoff. Nel basket il mitico “Doctor J” (Julius Erving, del 1950) con le sue schiacciate favolose”.
- Concludiamo con qualcosa di solo tuo relativamente a quel ‘maledetto’ 27 maggio del 1989.
“Per tante notti mi sembrò di essere protagonista di uno scherzo in tv e di aver conservato lo scudetto. Anche se solo per pochi minuti, insomma, so cosa vuol dire essere campione d’Italia!”.

 

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