Ezio Taddei, lo scrittore dei poveri che merita di essere ricordato

Abbiamo chiesto ad Antonio Celano, attualmente consulente della Giuria Tecnica del premio letterario Chianti,  di raccontarci e di svelarci la storia, i segreti e gli aneddoti di uno degli scrittori che hanno lasciato un' indelebile traccia nella storia letteraria livornese. Con la seguente lettera aperta Antonio vuole valorizzare e far conoscere una storia che merita di essere citata e ricordata dalla nostra città, Livorno. Celano è un veterano della letteratura livornese, non c’è davvero alcun limite alla sua conoscenza e ci fa piacere affidarci a lui per far emergere personaggi e storie che a volte rimangono nascoste, dimenticate o semplicemente non ricordate. Buona lettura.

di Annalisa Gemmi

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Livorno, la città degli artisti, dei poeti, degli scrittori maledetti. Forse. Di certo la città degli artisti, dei poeti, degli scrittori dimenticati. O ricordati con discontinuità. Uno tra questi Ezio Taddei, nato nel 1895 da famiglia agiata, precoce militante anarchico e poi comunista, diseredato dal padre, per anni vittima della repressione fascista, confinato a Bernalda, in Basilicata, nella seconda metà degli anni ’30 (dove tenta, tra l’altro, di suicidarsi per una storia d’amore con una ragazza del posto), poi profugo a New York dove non tarda a entrare in rotta di collisione con la mafia locale. Insomma, uno scrittore di talento dalla vita avventurosa che ha frequentato, poco e male, solo le elementari, ma che riesce a istruirsi in carcere attingendo, da altri compagni, una coscienza politica strutturata e, da chi più sa, la capacità di leggere e scrivere. Come? Servendosi di un abbecedario clandestinamente scritto nelle celle, per terra, con torsoli di cavolo imbevuti d’acqua. Prontamente cancellabile, in caso d’ispezione. Taddei finisce, così e a sua volta, per insegnare ai giovani del paese lucano dove è stato esiliato che un “tema è come una persona: ha la testa, il tronco e le gambe; la testa piccola è l’introduzione, il tronco più grande è lo svolgimento, e le gambe, pure piccole, la chiusura”. Li esorta, l’uomo. Gli fa leggere Tolstoj e Dostoevskij. E dal canto suo, il livornese che vanta oggi lì – sia pur non qui – una via a lui intestata dal 1976, legge senza pregiudizi. Una volta, mentre si trova nella piazza di Bernalda e scorre l’unico giornale disponibile, un esuberante fascista, sapendolo confinato, gli si avvicina, glielo strappa e lo schiaffeggia pubblicamente. Ezio Taddei non reagisce ma, con calma, chiede all’uomo se sa leggere, perché sta sfogliando “Il Popolo d’Italia”.

Non ci si può nascondere che, qualche anno fa, anche a Livorno, più di qualcosa è stato fatto per recuperare il locale ritardo di memoria. Per esempio, con alcune pubblicazioni e un convegno – promosso da Comune, Provincia e Istoreco – dove intervennero studiosi di diversa formazione come David Bidussa e Giancarlo Bertoncini. Tuttavia, una volontà di recupero che si accartocciò sotto i duri attacchi a Taddei sferrati da Luciano Canfora e Paolo Mieli, i quali lo accusano di essere stato al servizio dell’Ovra. E, dunque, chissà quando potremo riparlarne, magari meno interessati a guardare i fatti dal ristretto buco della serratura di una storia metodologicamente vecchia, paranoica e ancillare alla funzione politica.

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